Dead Meat

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam"Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso."Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre. Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire. Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso. Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. E poi sarà mattina.Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. Tesoro come stai? Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. Bene. Lo dirò baciandoti. Perché? "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me". 0:38:00http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related  

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam


"Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso."

Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.
Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. 
Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?
Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre.
Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.
Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. 
Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. 
Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. 
Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. 
La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire.
Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso.
Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  
Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. 
E poi sarà mattina.
Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. 
Tesoro come stai? 
Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. 
Bene. Lo dirò baciandoti. 
Perché?

 "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me". 

0:38:00
http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related 
 

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