Dead Meat

The Queen and The Rotten Soul

The Queen and The Rotten Soul

12 III

Questo è il numero di Lulù: 0044 7722 109248
Devo assolutamente ricordarmi di segnarlo.


Yi- ieri ho sognato che mia madre(che non era mia madre) era una spegie di strega e abitavo in ”nuke town zombie” di call of duty blak ops 2, c eran dei bimbi in giardino e mia madre faceva cose strane tipo li trattava bene ma vedevo che voleva fargli del male, ma la cosa non mi toccava particolarmente ma volevo farla smettere perche non a riconoscevo piu, aveva uno sguardo orribile e si muovev veloce per le scale , io vedevo tutto dala finestra di camera mia e quando non la vedevo in giardino avevo il terrrore che venisse su da me, e infatti la vedevoscorrazzare per le scale sempre con quella faccia di merda inguardabile tipo demoniaca ma piu da psicopatica indemoniata che da demonio.





Yi- stanotte ho sognato che ero ad una festa all aperto piena di gradoni e dislivelli in mezzo alla ntura e una mia ex ragazza era abbracciata con un tipo ma non mi dava molto fastidio la cosa mi dava piu fastidio lo sguardo del tipo che era come di sfida, ma io non facevo nulla di che e me ne stavo a guardare da un gradino piu basso rispetto al loro che erano su una sorta di muretto, dietro di lui c era anche una mia amica che a me piaceva alle medie che mi spiava non so per quale motivo ma mi imbarazzava, ad un certo punto iniziavo ad aver la nausea fortissima ma senza vomitare o darlo a vedere, ma stavo kmalissimo, poi da li il ogno ha reso una piega che non ricordo bene , c eran dei ragni tipo





Yi- 3 giorni fa non ricordo benissimo csa ho sognato ma centrava comunque camera mia e qualcosa che mi infastidiva e mi faceva inpazzire , mi giravo a cercarl tipo non la trovavo oppure la trovavo ma poi mi ricordavo che non era lei, non so se era un oggetto una persona o un animale non ne ho idea





Yi - Quello di 4 giorni fa non lo ricordo assolutamente ma ricoro di essermi svegliato piu che mae e terrorizzato mi sentivo orribile










Ya - Ho presente quella sensazione di fastidio totale e odio verso se stessi? Io lo traduco in una cosa del genere: è il giorno più importante della mia vita e suono davanti alle persone più importanti della mia vita, solo che stono e faccio cose inopportune e imbarazzanti con la consapevolezza di farle, cose che invece di risultare divertenti sono solo patetiche in un modo odioso e mentre le faccio consapevole di questo, al tempo stesso mi cerco di convincere cercando di convincere gli altri - che comunque sono incazzati e pieni di odio - che non è così. Mi sveglio con una sensazione fisica di fastidio, una sorta di cistite di ogni cellula del mio corpo. Una delle sensazioni peggiori che abbia provato in vita mia, forse la peggiore. Non si tratta cmq di immagini, ma di sensazioni, per questo è difficile ricordare i sogni.
Comunque sono belli e raccontati in un bel modo. Anche i refusi continui danno un tono. Scrivi, continua a farlo, è una cosa che fa stare bene e ti spinge a leggere e leggere in modo diverso.
Buonanotte.









Yi - io li ficordo molto vagamente




quando mi sveglio spesso penso che e strano quante cose realistiche e piccoli particolari vivo nei sogni ma poi scordo quasi tutto




non so nemmeno se eran veramente questi i sogni che ho fatto, ma li ricordo come li ho descritti
.

12 III

Questo è il numero di Lulù: 0044 7722 109248

Devo assolutamente ricordarmi di segnarlo.

Yi- ieri ho sognato che mia madre(che non era mia madre) era una spegie di strega e abitavo in ”nuke town zombie” di call of duty blak ops 2, c eran dei bimbi in giardino e mia madre faceva cose strane tipo li trattava bene ma vedevo che voleva fargli del male, ma la cosa non mi toccava particolarmente ma volevo farla smettere perche non a riconoscevo piu, aveva uno sguardo orribile e si muovev veloce per le scale , io vedevo tutto dala finestra di camera mia e quando non la vedevo in giardino avevo il terrrore che venisse su da me, e infatti la vedevoscorrazzare per le scale sempre con quella faccia di merda inguardabile tipo demoniaca ma piu da psicopatica indemoniata che da demonio.
Yi- stanotte ho sognato che ero ad una festa all aperto piena di gradoni e dislivelli in mezzo alla ntura e una mia ex ragazza era abbracciata con un tipo ma non mi dava molto fastidio la cosa mi dava piu fastidio lo sguardo del tipo che era come di sfida, ma io non facevo nulla di che e me ne stavo a guardare da un gradino piu basso rispetto al loro che erano su una sorta di muretto, dietro di lui c era anche una mia amica che a me piaceva alle medie che mi spiava non so per quale motivo ma mi imbarazzava, ad un certo punto iniziavo ad aver la nausea fortissima ma senza vomitare o darlo a vedere, ma stavo kmalissimo, poi da li il ogno ha reso una piega che non ricordo bene , c eran dei ragni tipo
Yi- 3 giorni fa non ricordo benissimo csa ho sognato ma centrava comunque camera mia e qualcosa che mi infastidiva e mi faceva inpazzire , mi giravo a cercarl tipo non la trovavo oppure la trovavo ma poi mi ricordavo che non era lei, non so se era un oggetto una persona o un animale non ne ho idea
Yi - Quello di 4 giorni fa non lo ricordo assolutamente ma ricoro di essermi svegliato piu che mae e terrorizzato mi sentivo orribile
Ya - Ho presente quella sensazione di fastidio totale e odio verso se stessi? Io lo traduco in una cosa del genere: è il giorno più importante della mia vita e suono davanti alle persone più importanti della mia vita, solo che stono e faccio cose inopportune e imbarazzanti con la consapevolezza di farle, cose che invece di risultare divertenti sono solo patetiche in un modo odioso e mentre le faccio consapevole di questo, al tempo stesso mi cerco di convincere cercando di convincere gli altri - che comunque sono incazzati e pieni di odio - che non è così. Mi sveglio con una sensazione fisica di fastidio, una sorta di cistite di ogni cellula del mio corpo. Una delle sensazioni peggiori che abbia provato in vita mia, forse la peggiore. Non si tratta cmq di immagini, ma di sensazioni, per questo è difficile ricordare i sogni.
Comunque sono belli e raccontati in un bel modo. Anche i refusi continui danno un tono. Scrivi, continua a farlo, è una cosa che fa stare bene e ti spinge a leggere e leggere in modo diverso.
Buonanotte.
Yi - io li ficordo molto vagamente
quando mi sveglio spesso penso che e strano quante cose realistiche e piccoli particolari vivo nei sogni ma poi scordo quasi tutto
non so nemmeno se eran veramente questi i sogni che ho fatto, ma li ricordo come li ho descritti

.

Il supermercato. Siamo entrati cautamente dall’entrata-tranello: la conoscono in pochi e io la conosco per via di un essere umano a cui ho voluto bene, ma che si è rivelato solo un buco di merda di egoismo nero.

Il carrello è di plastica superdura, è più leggero e non sferraglia. I suoni sono più sordi e gravi. 

Non guardare nelle facce delle persone, osserva tutto, ma non sincronizzarti se vuoi uscirne indenne. 

Guarda i prodotti, è pieno come un uovo, le corsie sono impercorribili, i corpi delle persone. 

Prima di tutto il vino. Lui dice che mi ringrazia di essere lì con lui, che non si ricordava un posto del 

genere, sceglie il vino, mi chiede se Oristano è in Sardegna, io annuisco, lui mi dice che sono stato 

utile per una volta, che quando è arrivato e stavo mangiando la pasta e i pasticcini rubati dal frigo era sicuro che sarebbe andato tutto in vacche come al solito. 

Abilissimo nel guidare i sentimenti più profondi dell’opinione pubblica serba, Milošević spazza via l’intera classe politica serba, accusata di immobilismo e inettitudine. Stambolić nel dicembre del 1987 è costretto alle dimissioni e Milošević diventa presidente serbo, ottenendo un potere enorme. Nel 1988 si acuisce la tensione sia all’interno dei confini della Serbia (in Kosovo), che fra la Serbia e le altre repubbliche, in particolare la Slovenia. Mentre Milošević era sostenitore di un modello centralista (sia a livello di istituzioni che di politica economica), alla cui guida doveva esserci la Serbia in quanto maggior repubblica della Federazione, Lubiana (con il presidente Milan Kučan) sosteneva il diritto all’autodeterminazione delle repubbliche e il rispetto di ogni minoranza e autonomia.

Mi chiama un amico con cui non ero riuscito a parlare al telefono, è una cosa complicata, riguarda un altra persona che forse è disperata, forse ha venduto l’anima per un po’ di successo. Io lo capisco e non posso aiutarlo, ma per ora non sono così, ho voglia di farcela, ma non a quel prezzo. E’ più complicata di così. Vedremo. 

Milošević decide di cavalcare la campagna nazionalista. Nel marzo del 1989 modificò unilateralmente la costituzione serba, riducendo fortemente l’autonomia del Kosovo (già concessa da Tito nel 1974). Il 28 giugno 1989, seicento anni dopo la battaglia di Kosovo Polje, (nella “piana dei merli” si svolse una epica, battaglia tra Serbi ortodossi e Ottomani mussulmani) tenne un discorso celebrativo davanti a centinaia di migliaia di Serbi confluiti sul posto, nel quale esaltò la nazione serba e l’unità multietnica jugoslava, senza mai citare l’entità etnica albanese

Prima in macchina abbiamo costeggiato la campagna spenta e ho detto al mio amico se gli fosse mai capitato di innamorarsi di un orizzonte grigio, dell’erba color petrolio e delle crepe nere di alberi invernali  in un cielo basso e convesso. Le endorfine che un fecaloma può indurre rendono necessario salpare, senza ombra di dubbio, ma dopo aver cagato guardi la riva chiedendoti il perché, in attesa di un altro breve momento di vita. La tangenziale coronarica, le macchine, i linfonodi. 

Eravamo su Sport n Street, che bella cosa, riuscire a rendere i ringraziamenti sinceri perché è un dono avere qualcuno che vuole aiutarti a vendere il tuo caleidoscopio, eppure non è sufficiente per portare a casa la giornata ed è difficile cercare l’amore dove è tutto buio. 

DISCORSO DI SLOBODAN MILOSEVIC

dinanzi ad un milione di persone convenute a Gazimestan,

nella piana di Campo dei Merli (“Kosovo Polje”) il 28/6/1989,

nel seicentesimo anniversario della omonima battaglia

Fonte: National Technical Information Service, Dept. of Commerce, USA

http://www.srpska-mreza.com/library/facts/Milosevic-speech.html

Traduzione a cura del Coordinamento Romano per la Jugoslavia,

luglio 1999 -

http://www.marx2001.org/nuovaunita/jugo/crj/m_l/150799.htm

Chi tanto crede in te fa fatica a capire il perché di tanto vuoto. Abbiamo bevuto due biacchieri di un brandy per cucinare e abbiamo preso un tavorino a testa e nel mezzo del tutto mi sono isolato perché sono riuscito ad isolarmi con Giovanni al telefono. Mi domandavo mentre parlavamo se fossimo noi i buoni e poi che cosa succede ai buoni quando arrivano i barbari. Il tempo dei lupi, la sequenza con la sequenza di sinth del combattimento tra l’uomo di pietra e il ragazzino cresciuto del Mickey Mouse Club. Fuori inizia una tempesta. Sentiamo il rumore delle macchine sollevate in aria. 

Una signora dopo avermi descritto con lo sguardo come un paria è costretta a darmi un caffè, niente biscotto. Continua la telefonata. Perdo il mio amico. Ora ho davvero bisogno di un bagno. Sembra che gli scaffali ruotino se ti concentri profondamente sull’algoritmo del traffico della corsia centrale. Un uomo vuole vendermi un pesce spada, lo ignoro. Una donna ha un casco di capelli che sfumano dal nero al rame, un uomo mi fa un cenno, un grossolano ringraziamento preverbale per avergli dato la precedenza dato che aveva la bambina sul carrello. 

All’ingresso mani da rampicanti e uno splendore di energia avvolgono piccoli polipi stellari che vogliono cibarsi di ogni cosa, senza alcuna restrizione. 

A mezzanotte inizia la Purga. Ogni crimine sarà legale, sarà concesso l’uso di ogni arma di classe quattro o inferiore, gli ufficiali di decimo grado o superiore sono ritenuto immuni, intoccabili. 

Un astronauta cerca un punto, un crocevia dove incontrare la dea della notte, una forma archetipica del diavolo. Cerca un trivio e troverai Ecate. 

Circostanze sociali hanno fatto si che questo grande seicentesimo

anniversario della battaglia di Kosovo Polje abbia luogo in un

anno in cui la Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha

riottenuto la sua integrita’ statale, nazionale, e spirituale

[si riferisce alla abrogazione della “autonomia speciale”, in

vigore nella regione del Kosovo dal 1974, che le garantiva uno

status di settima Repubblica jugoslava “de facto”; n.d.crj].

Percio’ non e’ difficile per noi oggi rispondere alla vecchia

domanda: come ci porremo davanti a Milos [Milos Obilic,

leggendario eroe della battaglia del Kosovo; n.d.crj]. Guardando a

tutto il corso della storia e della vita sembra che la Serbia abbia,

proprio in questo anno, nel 1989, riottenuto il suo Stato e la sua

dignita’ e percio’ che abbia celebrato un evento del passato

remoto che ha un grande significato storico e simbolico per il

suo futuro.

I tacchi e gli stivali di cuoio di un romeno si infilano tra una coppia di ragazzi campani, seguono le facce serene e un pelo inespressive di un padre e forse uno zio, le tazze del milan, una canna da pesca senza mulinello tocca quasi il soffitto, buona solo per prendere pesci piccoli. 

E’ il deja-vu dei vini. Due casse d’acqua. La zona frigo è terribilmente fredda. 

Il bagno è una fila di immigrati di varia provenienza, forse un nigeriano, un paio di ghanesi, una ragazza del Sud-Est asiatico. Il bagno igenizza mentre evacui e solo quando ti sei allontanato di un mezzo metro buono parte lo scarico. La tavoletta sembra la calotta di una qualche navicella giocattolo degli anni sessanta. Fuori c’è freddo, compro due libri ma senza troppa convinzione. La ragione è questa: 

Ventisette ossa, 

Trentacinque muscoli,

circa duemila cellule nervose,

in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.

E’ più che sufficiente

per scrivere Mein Kampf

o Winnie The Pooh. 

Poi ho preso un libro che gira attorno alla paura e al linguaggio e mi sembra un modo solo di poco più nobile del - capitemi - farsi foto e ottenere un sacco di followers e cavalcare o inseguire l’onda perfetta e intanto ci sono persone  che vanno più avanti, altri rimangono bloccati e Monopoli ogni giorno che passa mi sembra la più terrificante metafora non fosse che i pezzetti che metti in Piazza Della Vittoria, non li stacchi dal tuo ventre e non ti senti più secco o forse sì. 

Vincere può essere doloroso, se sei ancora in grando di sentire bene gli altri. 

Le persone sono lì strette, come pinguini e ci si nutre di quello e molti temono il ritorno a casa come dicevano in modo emo i Placebo. Pensa che tutti pensano cose molto simili, oggetti mentali distinti ma architetture quasi identiche, guarda verso l’alto una rete, un meccano multicolore e pulsante che si attorciglia senza quasi mai sfiorarsi. Non c’è solitudine, c’è solo tempo. 

Oggi come oggi e’ difficile dire quale sia la verita’ storica

sulla battaglia del Kosovo e cosa sia solo leggenda. Oggi

come oggi questo non ha piu’ importanza. Oppressa dalla

sofferenza e piena di fiducia, la popolazione era solita

rievocare e dimenticare, come in fondo tutte le popolazioni

del mondo fanno, e si vergognava del tradimento e glorificava

l’eroismo. Percio’ e’ difficile dire oggi se la battaglia del

Kosovo fu una sconfitta o una vittoria per la gente serba,

se grazie ad essa piombo’ nella schiavitu’ o se ne sottrasse

[lo smembramento del regno di Serbia come Stato avvenne infatti

solo settanta anni dopo; n.d.crj].

Le risposte a queste domande saranne sempre cercate dalla scienza e

dal popolo. Quello che e’ stato certo attraverso i secoli fino al

nostro tempo e’ che la discordia si abbatte’ sul Kosovo seicento

anni fa. Se perdemmo la battaglia, non deve essere stato solamente

il risultato della superiorita’ sociale e del vantaggio militare

dell’Impero Ottomano, ma anche della tragica divisione nella

leadership dello Stato serbo a quel tempo. In quel lontano 1389,

l’Impero Ottomano non fu solamente piu’ forte di quello dei serbi

ma ebbe anche una sorte migliore che non il regno serbo. 

La macchina e i sacchetti di cibarie attorcigliate al cambio. Lui, il mio amico, è buono e fa una fatica 

bestia a stare al mondo. Si è attorcigliato spontaneamente e sono certo che sappia trovare la felicità ma è uno che il senso non lo trova e ha paura di non farcela. Io lo capisco, se state leggendo e siete arrivati fin qua, è perché anche voi siete uguali. Non ci sono differenze dentro, è che nel marketing si costruiscono esoscheletri per vendere la stessa molle polpetta al vapore. 

Guarda Soutine dipinto da Modigliani. Guarda Soutine che sembra dipingere come Celine scrive. 

Giorno Afoso, una cuccia e un cane alla catena

Poco più in là una ciootola ricolma d’acqua.

Ma la catena è corta e il cane non ci arriva 

Aggiungiamo al quadretto ancora un elemento:

le nostre molto più lunghe

e meno visibili catene

che ci fanno passare accanto disinvolti.

Un testimone di Geova mi ha detto che quell’uomo non si è rimesso alla carità di dio. Io so che è un uomo che mi fa sentire male e che questo che mi parla ha due figli, uno è un carabiniere. 

Io gli dico che ho capito e che ci provo a rimettermi alla carità di dio e che riesco a farlo anche leggendo Dostoevskij. Lui a quel punto mi dice che c’è tutto lì e io mi ricordo che Cartesio mi aveva detto che il metodo giusto è pochi libri letti e riletti, non tanti letti qua e là. La cosa torna. 

Ed è il contrario di quello che succede ora. Chissà. 

La mancanza di unita’ ed il tradimento in Kosovo continueranno ad

accompagnare il popolo serbo come un destino diabolico per tutto

il corso della sua storia [non a caso le “quattro esse”

cirilliche della bandiera tradizionale serba significano “Samo

Sloga Srbe Spasava”, ovvero “solo la concordia salvera’ i serbi”;

n.d.crj]. Persino nell’ultima guerra, questa mancanza di unita’

ed il tradimento hanno gettato il popolo serbo e la Serbia in una

agonia, le conseguenze della quale in senso storico e morale hanno

sorpassato l’aggressione fascista [Milosevic si riferisce

evidentemente al patto sottoscritto dal governo Cvetkovic-Macek con

i nazisti, e forse anche al governo collaborazionista di Nedic

ed alla alleanza dei cetnici con il nazismo tedesco dopo la

capitolazione dell’Italia, in funzione anticomunista; n.d.crj].

Non mi succede niente, a Modena li vedo invecchiare quelli simile a me, annoiati, stanchi, spappolati. 

Come fai a buttare fuori se nessuno ti restituisce. Tutto si riequilibra, meglio guardare verso l’alto e stare sereni nonostante la voglia di mangiare teste. - Non ha nessun sentimento, è solo un concentrato di male puro - dice lo psichiatra che ha in cura il piccolo Mike Myers. 

Entrambi i genitori si Milosevic sono morti suicidandosi. Siamo dentro alla Magica, in via Salgari, 

una ressa incredibile alla cassa e poi corsie piene di giochi. 

Anche in seguito, quando fu messa in piedi la Jugoslavia socialista,

in questo nuovo Stato la leadership serba continuava ad essere

divisa, disposta al compromesso a detrimento del suo stesso

popolo. Le concessioni che molti leaders serbi fecero a spese del

loro popolo non erano storicamemte ne’ eticamente accettabili

per alcuna nazione del mondo [si riferisce evidentemente alla

strutturazione della Serbia in Repubblica con due regione autonome

con diritto di veto, quasi Repubbliche a se’ stanti; n.d.crj],

specialmente perche’ i serbi non hanno mai fatto guerra di conquista

o sfruttato altri nel corso della loro storia. Il loro essere

nazionale e storico e’ stato di carattere liberatorio durante tutti

i secoli e nel corso di entrambe le guerre mondiali, cosi’ come

oggi. Hanno liberato se’ stessi e quando hanno potuto hanno anche

aiutato altri a liberarsi. Il fatto che in questa regione siano

una nazionalita’ maggioritaria non e’ un peccato od una colpa dei

serbi: questo e’ un vantaggio che essi non hanno usato contro

altri, ma devo dire che qui, in questo grande, leggendario Campo

dei Merli, i serbi non hanno usato il vantaggio di essere grandi

neppure a loro beneficio.

A causa dei loro leaders e dei loro uomini politici e di una

mentalita’ succube si sentivano colpevoli dinanzi a loro stessi

ed agli altri. Questa situazione e’ durata per decenni, e’ durata

per anni, e ci ritroviamo adesso a Campo dei Merli a dire che le

cose ora stanno diversamente.

* L’unita’ rendera’ possibile la prosperita’

Ora tutto si perde in un mare di niente. Niente davvero. Come spesso succede alla fine di una puntata di una serie. E aspettare diventa inutile perché ci sono altre centocinquanta serie che non hai visto. 

Newsroom è ottima, ho visto il pilota. Chissene frega di questa. Chissene.

La divisione tra i politici serbi ha nuociuto alla Serbia, e la

loro inferiorita’ l’ha umiliata. Percio’, nessun posto in Serbia

e’ piu’ adeguato per affermare questo della piana del Kosovo, nessun

posto in Serbia e’ piu’ adeguato della piana del Kosovo per dire

che l’unita’ in Serbia portera’ la prosperita’ al popolo serbo in

Serbia ed a ciascuno dei cittadini della Serbia, indipendentemente

dalla sua nazionalita’ o dal credo religioso.

La Serbia oggi e’ unita e pari alle altre repubbliche ed e’

pronta a fare ogni cosa per migliorare la sua posizione economica

e sociale, e quella dei suoi cittadini. Se c’e’ unita’, cooperazione

e serieta’, si riuscira’ nell’intento. Ecco perche’ l’ottimismo

che e’ oggi in larga misura presente in Serbia, riguardo al futuro,

e’ realistico, anche perche’ e’ basato sulla liberta’ che rende

possibile a tutta la popolazione di esprimere le sue capacita’

positive, creative ed umane, allo scopo di migliorare la vita

sociale e personale.

I lego sono fuor di dubbio l’opera di un artista. Vorrei comprare una piccola versione dell’Empire State Building, ma poi vedo un copia del Solomon Guggenheim. E poi un diorama con Frodo e Gollum, un po’ più in là. Il mio amico cerca un regalo per i suoi nipoti. Niente piste. Ora giochi per bambini violenti, giochi per bambini che subiranno dai bambini violenti, un caschetto di pelle e un macchina di metallo a pedali e di fianco una riproduzione elettrica dell’Honda di Valentino Rossi, poi piccole costruzioni con tegole e mattoncini da incollare per creare costruzioni bucoliche squisitamente mittleeuropee. Pensa il disagio di un bambino che riceve un gioco del genere. I mostruosi giochi di società ispirati ai programmi televisivi, una version splattere dell’Allegro Chirurgo: togli il moccio al paziente ma stai attento: potrebbe schizzargli  fuori il cervello! Gran casino quello dell’Ilva e ora tutto

rotola e vediamo come fare. Se qualcuno di voi ce l’ha chiaro me lo può gentilmente scrivere privatamente in un messaggio fb?

Un breve flashback, in laboratorio di anatomia. un tizio che giocava con un ferretto mostrando il modo in cui veniva estratto il cranio dalle cavita nasali nel processo di mummificazione. 

Evitiamo il reparto bambole, scorgo di sfuggita la sezione Trudi. 

Siamo di nuovo fuori. La strada deflessa e ritta, rugosa e lenta, sbriciolata e gelida. 

In Serbia non hanno mai vissuto solamente i serbi. Oggi, piu’

che nel passato, pure componenti di altri popoli e nazionalita’

ci vivono. Questo non e’ uno svantaggio per la Serbia. Io sono

assolutamente convinto che questo e’ un vantaggio. La composizione

nazionale di quasi tutti i paesi del mondo oggi, e soprattutto

di quelli sviluppati, si e’ andata trasformando in questa

direzione. Cittadini di diverse nazionalita’, religioni, e razze

sempre piu’ spesso e con sempre maggior successo vivono insieme.

(continua -> http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/1112 )

Un altro deja-vu, mi capitano sempre di più invecchiando. 

A casa c’è un sabba di streghe, sono donne che hanno perso l’amore e su cui incombe il mostro nero della Storia Infinita. Nessun Olam-ha-ba, un grande nulla che inghiotte. Siamo abituati a grandi amori atomici ma un grande dolore genera un culto. Che possano trovare pace. 

Il piccolo bambino grasso ordina un doppio cheeseburger senza salse e cetriolo.

Ora tutto si perde in un mare di niente. Niente davvero. Come spesso succede alla fine di una puntata di una serie. E aspettare diventa inutile perché ci sono altre centocinquanta serie che non hai visto. 

Newsroom è ottima, ho visto il pilota. Chissene frega di questa. Chissene. Ciao, vi voglio bene. 

Si corrono incontro a braccia spalancate,

escolamano ridendo: Finalmente! Finalmente!

Entrambi indossano abiti invernali,

cappelli caldi,

sciarpe, 

guanti,

Scarpe pesanti,

ma solo ai nostri occhi.

Ai loro - sono nudi. 

L’unita’ riporta la dignita’?

(tutte e 3 le poesie sono di Wistawa Szymborska)

Una fiaba piena di refusi marini

C’era una volta una peral  che era diversa da una perla perché non brillava per niente, anzi era piuttosto opaca. Però c’era da dire che senza rendersene conto quella specie di perla rifletteva moltissimo proprio a causa di quella innata scarsa lucentezza. Queste sue riflessioni, che avvenivano generalmente - o meglio, ovviamente e profondamente, all’interno dell’oscurità totale della propria conchiglia: una conchiglia proprio identica a quella di un noto marchio di carburanti che si chiama per l’appunto Conchiglia - l’avevano resa eccezionalmente brava a raccontare queste riflessioni alle altre perle che erano sì riflettenti, ma solo nel senso della fisica ottica. Inizialmente le cose non andavano bene per la peral per via della sua opacità e del suo nome, le altre perle la prendevano un sacco in giro e dicevano cose tipo: - Sei una pera a cui è attaccata una cosa molle, indicando il piccolo frenulo che come un chewing-gum la teneva stretta alla valva inferiore della propria conchiglia. Quel tuo frenulo di pelle sembra proprio proprio una elle, canticchiavano in coro al ritmo di una diabolica samba corallina. In quel periodo dolorosissimo della propria vita di perla, la nostra peral, a parte odiare profondamente la samba e il ballo più in generale, e iniziare ad ascoltare del metal assolutamente fondamentalista con il doppio pedale e il raid in sessantaquattresimi (roba da invasati talebani del disagio, roba con nomi terrificanti tipo Cruel Pearls Vomits o Water Death Shells o Abyss Annhilator, per arrivare in un certo periodo - che immaginato come la porzione di una funzione gaussiana tracciata su un grafico cartesiano corrisponde alla parte più alta della curva dell’onda o, in questo caso, più coerentemente, la più profonda - come in ogni processo conoscitivo serio, a picchi di estremismo black abyss-metal talmente fondamentalista da aggravare dissidi interiori e familiari contribuendo alla solitudine abissale della nostra povera peral, che portava il nostro piccolo bivalve a chiudersi sia fisicamente che animicamente nella valva della valva della valva del proprio io (e della propria camera corallina), nella quale ascoltava pezzi che apparivano, guardandoli appena sopra il pelo dell’acqua increspato, oleoso e ragnatelato dal sole, tutti identici gli uni agli altri, di certo tutti in MI, la cui narrazione musicale consisteva in un growlin oscuro e subacqueo praticamente ininterrotto, supportato da una batteria, una chitarra e un basso, la cui somma sonora risultava identica al rumore prodotto dal volo di un insetto corazzato di dimensioni abnormi: pezzi suonati, si fa per dire, per essere ascoltati a volumi assordanti, che trovavano la loro espressione più sintetica e sincera ed evocativa (ma anche invocativa) nei nomi dei gruppi stessi, roba tipo: Jesus Jellyfish is dead and re-dead o Blame The Pearlish Christ eaten by a Demon Shark etc. etc.). Fu allora che la nostra peral iniziò finalmente a riflettere, ma in modo diverso dalle altre perle, consapevolmente e verso l’interno. Tutta la propria luce vitale, trattenuta da quella invincibile natura (o era forse colpa della cultura?) ambratile (generata forse dal suo nome, ma non necessariamente), divenne così qualcosa di necessario tipo le branchie per un pesce. Fu a quel punto che iniziò a sfogarsi periodicamente con le poche perle che non prendevano in giro la peral per la sua opalescenza negativa e per il suo nome. Ma presto anche quelle poche perle che avevano deciso che la peral opaca era sì opaca, ma non levantina, decisero che tutta quella mucillaggine psicospirituale superwallaciana era troppa e la peral si trovò nuovamente sola. Terribilmente sola. Abissalmente sola. Lei e la sua elle di polpose proteine, dentro alla propria (quasi)impenetrabile doppia valva erano di nuovo totalmente, incommensurabilmente, proverbialmente (ma non avverbialmente) sole. 

Successe allora che la peral si mise a studiare un sacco, un po’ di tutto, utilizzando un sistema di connessioni che da qualche anno univa tutti i molluschi del mondo, un sistema sofisticatissimo basato su un flusso enzimatico che in questa sede fiabesca non ha senso approfondire, perché è davvero complicatissimo e da un punto di vista tecnico piuttosto noioso e comunque ci vorrebbero almeno venti pagine di Wikipedia anche solo per avere un’infarinatura generale. Fatto sta, che compresa tanto la propria natura di struttura sferica costituita essenzialmente da carbonato di calcio in forma cristallina deposto in strati concentrici (e più precisamente, la cui formula chimica era CaCO+conchiolina+H2O; il cui sistema cristallino era ortorombico; la durezza secondo la scala di Mohs: 2,5-3,5; la densità: 2,6-2,8 g/cm³; sfaldatura assente e frattura irregolare; colore della polvere/striscio bianco; lucentezza madreperlacea e fluorescenza bianca), e prodotta dai tessuti viventi – in particolare dal mantello – dei molluschi, compreso che l’origine del proprio nome deriva dal latino “pernula”, il nome con cui si indicava la conchiglia che la contiene e la cui forma ricorda la “coscia del maiale”, compreso che la propria anima era qualcosa di potenzialmente pericoloso ed era per questo che era stato ricoperto da strati di madreperla (il termine “nacre”, sebbene più preciso, non le piaceva perché le suonava come qualcosa di ancora più doloroso e acre), compresa anche la propria struttura interna, studiato il sistema di fogli esagonali di aragonite (termine che invece le piaceva, per via della sua passione per il metal e il mondo fantasy in generale) che la componevano, insomma accettato di essere una sorta di volgare scarto palleale al cui interno pulsava un’anima “intrusa” di mollusco bivalve (quello che era considerato praticamente da tutto l’Oceano (e non solo) uno stupido bivalve tutto concentrato a stare senza fare nulla, anzi a fare senza soffrire: praticamente una specie di contadino leopardiano del fondo del mare), quanto il senso - o non senso - della staticità della propria esistenza, soffrì per un po’ (sul fondo del mare non è così chiara la distinzione giorno-notte e gli effetti sui pesci abissali sono complicati e fa sì che gli animali sul fondo del mare abbiamo problemi analoghi a quelli dei finlandesi) e poi accettò la morte - fosse essa naturale o violenta - e lo fece di buon grado. A quel punto, con animo atarassico (anche se la cosa era in un certo senso, perlomeno su piano linguistico, un vero e proprio controsenso), l’approccio romantico di certe perle che credevano di dover soffrire, amare e morire eroicamente, estratte con violenza dal proprio alveo, comprese anche quelle perle nichiliste che negavano tutto, oppresse dal non-senso dell’esistenza e alla fine comprese persino quelle odiose valve intellettuali-progressiste pseudodemocratiche e in un certo senso meccaniciste che credevano che la prosecuzione della vita fosse possibile solo attraverso la memoria altrui e per questo dedicavano tutta la propria vita bivalve per diventare la perla di una prestigiosa collana scrivendo su una rivista superintelletuale come il New Sheller. - Magari la perla di una collana di Audrey Hepburn sghignazza sommessamente fra sé e sé, producendo piccole bollicine che ascendevano in superficie come angioletti a 2 bit. Alla fine a lei non fregava molto di tutto questo. Voleva solo smetterla di pensare e iniziare a vivere un po’. 

Fu quello il momento in cui la nostra ostrica [che non sappiamo bene se fosse un Ostrea conchaphila (Carpenter, 1857), un Ostrea cristata (Born, 1778), un Ostrea edulis (Linnaeus, 1758), un Ostrea equestris (Say, 1834), Ostrea megadon (Hanley, 1846), ma di certo non era un Ostrea lurida (Carpenter, 1864)] iniziò a raccontare storie che non avessero al centro la propria disperazione, frustrazione, incapacità di accettarsi e tutta quella mucillagine psicospirtuale superwallaciana e più in generale storie intrise di pessimismo e sofferenza, e così, alla fine di tutto, riuscì, senza resettare chimicamente i propri livelli di gaba e dopamina, o meglio, decise di accettare le cose come venivano, smise di ascoltare la negatività delle parole delle perle stupide (ma non le parole, quello le ricordava molto bene), iniziò a bere abbastanza spesso e a raccontare storie abbastanza divertenti (a detta dei suoi interlocutori) e a diventare così simpatica da venire accettata anche dalle perle più snob. La peral divenne quasi famosa. 

C’è da dire che la peral aveva ormai imparato a bastarsi da sola e non riusciva più a provare qualcosa assieme a qualcun altro. Ma raccontava, raccontava. E il cielo sopra il mare era un immenso braccio azzurro puffo, coccolava un sole rosso e frignante, lo teneva stretto a sé e sembrava dire - E’ così che va mia piccola stella, l’universo, le comete infuocate, la terra, i molluschi bivalve e anche tu, mio piccolo amore.

VinnieVin Diesel ha scelto un soprannome solo apparentemente virile. A pensarci bene il nome di una benzina altamente esplosiva - che tecnicamente non richiede la presenza di candele nel motore- rimane pur sempre il nome di una benzina; e Vin è un nome da italo americano mafioso incollato su un corpo spaventosamente nerboruto e anabolizzato. In tutti i modi il sig. Diesel non si pone troppi quesiti sull’originalità della propria vita, né sulla qualità della stessa, né sulla verità delle proprie emozioni o la profondità con cui vive ogni esperienza, per il semplice fatto che quello che fa, o meglio, quello che sta facendo e quello che è, che poi è quello che rappresenta per gli altri, è, in una parola, grandioso. 
Di certo non è un intellettuale, e non è nemmeno uno di quegli attori supercazzuti tipo Johnny Depp o Jack Nicholson, non è uno che scrive libri e non rimugina troppo sulle cose. Molti pseudoscrittori dicono di lui cose sostanzialmente simili. Ma quelli sono, per l’appunto, pseudoscrittori. Si trovano a casa dell’uno o dell’altro, verso le 19:30, scherzando sulla continentalità dell’orario, per poi usare termini tipo “ambratile”, “zeitgeist” o “metaqualcosa” e ridere a denti stretti su cose progressivamente meno cerebrali e più sessuali bicchiere dopo bicchiere. Non saranno mai Vin Diesel, vivranno solo la loro vita e infelici decideranno a un certo punto che quella vita in fin dei conti non ha avuto troppo senso. 
Imbastiranno un paio di teorie piuttosto lofie collegandosi al pensiero dell’iperdepresso per eccellenza, Er Professor - baffo smisurato - Nietzsche, e faranno su delle studentesse dark che vivono a Soho con i soldi fisici guadagnati virtualmente dai propri cinici e anti-intellettuali genitori liquidi - che in questo preciso momento si trovano nei loro studi in radica a controllare l’andamento dello Yen e la chiusura della Borsa di Francoforte -, le porteranno nel loro studio, parleranno loro di pesantezza, di responsabilità morale, di orrore e di solitudine, di mediocrità e nel momento di spannung, infileranno la loro lingua prosciugata dai lunghi monologhi fondamentalmente autoreferenziali nella bocca solo apparentemente dark della figliola indirettamente dipendente dai mercati finanziari, per finire col fare sesso acrobatico molto poco empatico, autocompiaciuto, quasi frustrato e rabbioso, in solitudine insomma, per poi addormentarsi e russare in modo mitologico e suino mentre la giovinetta diventa un po’ meno giovinetta e un po’ più scafata e disillusa. 
Diesel ne frattempo sta ritirando l’assegno del suo ultimo film, guida una ferrari bianca lungo LaBrea Avenue. A sinistra si vede il mare. Svolta su per Hollywood Blvd. E’ felice e leggero, nonostante i suoi 110 kg di muscoli e olio solare. Sta pensando che è stata dura accettare che il mondo lo vedesse in quel modo, che tutti quegli intellettuali lo giudicassero come una specie di personaggio da videogioco. 
Poi guarda il cruscotto della sua 360 Modena, l’assegno riporta la cifra 3.600.000$, il sole splende come la pupilla infuocata del nemico demone-superpotente del suo ultimo film - Hellboy3-, brucia leggermente sulla sua testa glabra come un ginocchio. Allora sorride, infila la 3a e pensa a sua moglie. Poi non pensa a niente.
Vivere è magnifico.(Graphic by Mario Oleari) 

Vinnie

Vin Diesel ha scelto un soprannome solo apparentemente virile. A pensarci bene il nome di una benzina altamente esplosiva - che tecnicamente non richiede la presenza di candele nel motore- rimane pur sempre il nome di una benzina; e Vin è un nome da italo americano mafioso incollato su un corpo spaventosamente nerboruto e anabolizzato. In tutti i modi il sig. Diesel non si pone troppi quesiti sull’originalità della propria vita, né sulla qualità della stessa, né sulla verità delle proprie emozioni o la profondità con cui vive ogni esperienza, per il semplice fatto che quello che fa, o meglio, quello che sta facendo e quello che è, che poi è quello che rappresenta per gli altri, è, in una parola, grandioso. 

Di certo non è un intellettuale, e non è nemmeno uno di quegli attori supercazzuti tipo Johnny Depp o Jack Nicholson, non è uno che scrive libri e non rimugina troppo sulle cose. Molti pseudoscrittori dicono di lui cose sostanzialmente simili. Ma quelli sono, per l’appunto, pseudoscrittori. Si trovano a casa dell’uno o dell’altro, verso le 19:30, scherzando sulla continentalità dell’orario, per poi usare termini tipo “ambratile”, “zeitgeist” o “metaqualcosa” e ridere a denti stretti su cose progressivamente meno cerebrali e più sessuali bicchiere dopo bicchiere. Non saranno mai Vin Diesel, vivranno solo la loro vita e infelici decideranno a un certo punto che quella vita in fin dei conti non ha avuto troppo senso. 

Imbastiranno un paio di teorie piuttosto lofie collegandosi al pensiero dell’iperdepresso per eccellenza, Er Professor - baffo smisurato - Nietzsche, e faranno su delle studentesse dark che vivono a Soho con i soldi fisici guadagnati virtualmente dai propri cinici e anti-intellettuali genitori liquidi - che in questo preciso momento si trovano nei loro studi in radica a controllare l’andamento dello Yen e la chiusura della Borsa di Francoforte -, le porteranno nel loro studio, parleranno loro di pesantezza, di responsabilità morale, di orrore e di solitudine, di mediocrità e nel momento di spannung, infileranno la loro lingua prosciugata dai lunghi monologhi fondamentalmente autoreferenziali nella bocca solo apparentemente dark della figliola indirettamente dipendente dai mercati finanziari, per finire col fare sesso acrobatico molto poco empatico, autocompiaciuto, quasi frustrato e rabbioso, in solitudine insomma, per poi addormentarsi e russare in modo mitologico e suino mentre la giovinetta diventa un po’ meno giovinetta e un po’ più scafata e disillusa. 

Diesel ne frattempo sta ritirando l’assegno del suo ultimo film, guida una ferrari bianca lungo LaBrea Avenue. A sinistra si vede il mare. Svolta su per Hollywood Blvd. E’ felice e leggero, nonostante i suoi 110 kg di muscoli e olio solare. Sta pensando che è stata dura accettare che il mondo lo vedesse in quel modo, che tutti quegli intellettuali lo giudicassero come una specie di personaggio da videogioco. 

Poi guarda il cruscotto della sua 360 Modena, l’assegno riporta la cifra 3.600.000$, il sole splende come la pupilla infuocata del nemico demone-superpotente del suo ultimo film - Hellboy3-, brucia leggermente sulla sua testa glabra come un ginocchio. Allora sorride, infila la 3a e pensa a sua moglie. Poi non pensa a niente.

Vivere è magnifico.



(Graphic by Mario Oleari) 

"The House of Love with chainsaws and Eddie Murphy”Dopo aver sorvolato la notte binaria e aver spento con la faccia da rospo gli occhi del cielo usando soltanto l’indice, scordate le bave di luce che macchiano, nascosta al sole, una città di cristallo e plasma, finalmente lontana dalla larva di un letto che assorbe sudore e sogni, Zadorine cammina a spazzaneve lungo il corridoio di casa, semi-illuminata dalla luce claudicante delle 14:50 dell’ennesimo Novembre.
L’ultima mosca arranca sul vetro della porta della cucina e trova un nervoso riposo sullo scalino dell’intelaiatura e poi subito ad ingombrarle la retina una dose emetica di immagini che non si staccano le une dalle altre, neanche con le forbici delle mani del cuore. La lavagnetta di gesso sormontata da un orso tirolese e un porta oggetti che ha la forma di un orso in salopette, un porta biglietti che è una cucina provenzale e calamite che sono rispettivamente una pentola, un bricco per scaldare l’acqua, una zuccheriera, una grattugia a manovella, uno stampo per budini - l’acqua che aumenta la frequenza della sua voce ciclica e presagisce un’interruzione, comunque aspetterà - e una zuppiera di ceramica con dei piccoli decori floreali che sembrano mazzolini di fiori, un vassoio di alluminio colorato che è una nuca sormontata da capelli di demonio e una tuba ottocentesca: dal 1815 RAMAZZOTTI; un ferro di cavallo, una collezione di rotelle, una paletta di plastica rossa per uccidere le mosche, un calendario dell’Università Della Terza Età, la porta del sottoscala aperta mostra un solido grigiastro che il sole ormai a occidente non riesce più a svelare, oggetti ammassati sul tavolo: blu, argento sporco, arancio bruciato, bianco e bordeaux, uno scampolo di carta stagnola unta che in una mente malinconica e assetata è più una sinapsi aerospaziale che una semplice superficie su cui scaldare delle cipolline agrodolci, una bottiglia d’acqua, delle bilance di rame, un lampadario a carrucola con motivi microdipinti di paesaggi e contadini e il set di coltelli con manico di palissandro nella loro H stirata di betulla, un fornetto a resistenze marca “Girmi” e la piccola collezione di Sale e Pepe, la fiamma ricca di carbonio, talmente feroce da sembrare immobile. E il geranio sciancato nel angolo basso della visuale offerta dalla porta-finestra, rosso carminio e verde (0, 158, 96) su un giallo toscano, una finestra e una piccola ventola bianca. Le foglie come tante valvole gastriche, una mosca gonfia di larve e il riflesso del pavimento sul vetro scuro del forno che è un dipinto metafisico, un paio di occhiali e la piccola stella di luce bianco gialla su una lente, nessuna storia che non sia questa e nessun personaggio, rapimento, viaggio, antagonista o aiutante, nessun colpo di scena, nessuna storia che non sia questa, ovunque, in ogni momento, ferma e immobile e precaria, come il fuoco immobile. Chissà cosa avrebbe detto Eraclito a Giordano Bruno? Arché. Tutto. Brucia. 
La coscienza è solo la sua illusione.Sono passate un sacco di ore, sono le 2:55 e Zadorine ha deciso di studiare e prendere appunti su un quaderno da scuola con la Donna con l’Ermellino in copertina.
Studio notturno: spiegare una poesia è da stronzi ma è anche bello, ecco. Il titolo di questo breve testo a carattere saggistico è dedicato ad Andy Summers.
Titolo: L’ultima ruota del carro (4:36 - Not included on original LP release).
Sempre che io abbia capito bene. Comunque proviamoci. 3\4 e 4\4 in uno. C’è l’intenzione del levare. Charlie in 12, che si apre ogni tanto: Jamaica, ovvio. Ostinato sul bordo del rullante, 6: è un orologio che ti uccide. La cassa sul primo.Attacca la voce, ma dietro non c’è Copeland (che a Sting stava piuttosto sulle balle in quel periodo, per usare un eufemismo; che poi sarebbe stato l’ultimo disco dei Police questo) che è un negro in un corpo di un inglese che voleva essere un punk ed era un folle e un ipercinetico e quindi un genio. Fatto sta che dietro non c’è Copeland e le sue percussioni africane, ma sembrerebbe esserci una big band, così silenziosa da non sentirne lo swing, un paio di spazzole invisibili lo accompagnano, a sentire l’intenzione nella voce di Sting. Nessun impianto armonico, solo la melodia della voce. Sono due mondi che si scontrano: Sting e Copeland. And if you find that your hands are still willing. Then you can turn a murder into art… Si chiude la prima strofa e attacca Summers: Em7 Am7#5 Bm7 Bbmaj7b5. Chitarra jazz con (non riesco a riconoscere il modello) un flanger che è un Electric Mistress o più probabilmente un Microflanger MXR con regolazioni flat: accordoni in levare sullo sfondo. E’ il mondo forbito del jazz bianco, una eco lontana. Due mondi che si uniscono: il passato di uno e il futuro dell’altro. Ritornello: ora all’unisono, batteria in 4. Because it’s murder by numbers, 1-2-3… Poi si torna all’inizio e così via, fino alla fine. In realtà è più complicato, ci sarebbero da aprire un sacco di parentesi sui fill di batteria che hanno caratterizzato l’autismo di Stewart, sui flam accent in levare, sul suono acuto del basso e la rullata finale che implode, ma ora…sono davvero…stanca. 
Buona notte.
p.s."Murder by Numbers" (Words: Sting, Music: Summers) 
Una volta che hai deciso di uccidere 
Per prima cosa fai diventare il tuo cuore una pietra 
E se scopri che le tue mani ne hanno ancora voglia 
Allora puoi trasformare l’omicidio in un’arte 
Non c’è davvero bisogno di versare sangue 
Fallo con un po’ più di finezza 
Se puoi far scivolare una pillola nel caffè di qualcuno 
Così ti eviti un gran casino 
Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 
È facile da imparare come l’ABC 
È l’omicidio in base ai numeri 
È facile da imparare come l’ABC 
Ora se hai attitudine per questa esperienza 
E se sei entusiasta del tuo primissimo successo 
Allora devi provarne uno a due o tre 
E scoprirai che la tua coscienza ti tormenta molto meno 
Perché l’omicidio è come qualsiasi cosa tu intraprenda 
È il bisogno di averne di più che diviene abitudine 
Puoi far fuori tutti i membri della tua famiglia 
E trovi una noia chiunque altro 
Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 
È facile da imparare come l’ABC 
È l’omicidio in base ai numeri 
È facile da imparare come l’ABC 
Adesso puoi unirti ai ranghi degli illustri 
Nell’oscuro gruppo di personaggi famosi della storia 
Tutti i nostri più grandi omicidi si davano un gran da fare 
Almeno quelli che tutti conosciamo per nome 
Ma puoi raggiungere l’apice della tua professione 
Se diventi il leader del paese 
Perché l’omicidio è lo sport degli eletti 
E così non hai bisogno di alzare un dito 
Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 
È facile da imparare come l’ABC 
È l’omicidio in base ai numeri 
È facile da imparare come l’ABC. 
http://en.wikipedia.org/wiki/Synchronicity
p.s.
E poi Nek non esisterebbe senza i Police. 

"The House of Love with chainsaws and Eddie Murphy”

Dopo aver sorvolato la notte binaria e aver spento con la faccia da rospo gli occhi del cielo usando soltanto l’indice, scordate le bave di luce che macchiano, nascosta al sole, una città di cristallo e plasma, finalmente lontana dalla larva di un letto che assorbe sudore e sogni, Zadorine cammina a spazzaneve lungo il corridoio di casa, semi-illuminata dalla luce claudicante delle 14:50 dell’ennesimo Novembre.

L’ultima mosca arranca sul vetro della porta della cucina e trova un nervoso riposo sullo scalino dell’intelaiatura e poi subito ad ingombrarle la retina una dose emetica di immagini che non si staccano le une dalle altre, neanche con le forbici delle mani del cuore. La lavagnetta di gesso sormontata da un orso tirolese e un porta oggetti che ha la forma di un orso in salopette, un porta biglietti che è una cucina provenzale e calamite che sono rispettivamente una pentola, un bricco per scaldare l’acqua, una zuccheriera, una grattugia a manovella, uno stampo per budini - l’acqua che aumenta la frequenza della sua voce ciclica e presagisce un’interruzione, comunque aspetterà - e una zuppiera di ceramica con dei piccoli decori floreali che sembrano mazzolini di fiori, un vassoio di alluminio colorato che è una nuca sormontata da capelli di demonio e una tuba ottocentesca: dal 1815 RAMAZZOTTI; un ferro di cavallo, una collezione di rotelle, una paletta di plastica rossa per uccidere le mosche, un calendario dell’Università Della Terza Età, la porta del sottoscala aperta mostra un solido grigiastro che il sole ormai a occidente non riesce più a svelare, oggetti ammassati sul tavolo: blu, argento sporco, arancio bruciato, bianco e bordeaux, uno scampolo di carta stagnola unta che in una mente malinconica e assetata è più una sinapsi aerospaziale che una semplice superficie su cui scaldare delle cipolline agrodolci, una bottiglia d’acqua, delle bilance di rame, un lampadario a carrucola con motivi microdipinti di paesaggi e contadini e il set di coltelli con manico di palissandro nella loro H stirata di betulla, un fornetto a resistenze marca “Girmi” e la piccola collezione di Sale e Pepe, la fiamma ricca di carbonio, talmente feroce da sembrare immobile. E il geranio sciancato nel angolo basso della visuale offerta dalla porta-finestra, rosso carminio e verde (0, 158, 96) su un giallo toscano, una finestra e una piccola ventola bianca. Le foglie come tante valvole gastriche, una mosca gonfia di larve e il riflesso del pavimento sul vetro scuro del forno che è un dipinto metafisico, un paio di occhiali e la piccola stella di luce bianco gialla su una lente, nessuna storia che non sia questa e nessun personaggio, rapimento, viaggio, antagonista o aiutante, nessun colpo di scena, nessuna storia che non sia questa, ovunque, in ogni momento, ferma e immobile e precaria, come il fuoco immobile. Chissà cosa avrebbe detto Eraclito a Giordano Bruno? Arché. Tutto. Brucia. 

La coscienza è solo la sua illusione.

Sono passate un sacco di ore, sono le 2:55 e Zadorine ha deciso di studiare e prendere appunti su un quaderno da scuola con la Donna con l’Ermellino in copertina.

Studio notturno: spiegare una poesia è da stronzi ma è anche bello, ecco. Il titolo di questo breve testo a carattere saggistico è dedicato ad Andy Summers.

Titolo: L’ultima ruota del carro (4:36 - Not included on original LP release).

Sempre che io abbia capito bene. Comunque proviamoci. 3\4 e 4\4 in uno. C’è l’intenzione del levare. Charlie in 12, che si apre ogni tanto: Jamaica, ovvio. Ostinato sul bordo del rullante, 6: è un orologio che ti uccide. La cassa sul primo.Attacca la voce, ma dietro non c’è Copeland (che a Sting stava piuttosto sulle balle in quel periodo, per usare un eufemismo; che poi sarebbe stato l’ultimo disco dei Police questo) che è un negro in un corpo di un inglese che voleva essere un punk ed era un folle e un ipercinetico e quindi un genio. Fatto sta che dietro non c’è Copeland e le sue percussioni africane, ma sembrerebbe esserci una big band, così silenziosa da non sentirne lo swing, un paio di spazzole invisibili lo accompagnano, a sentire l’intenzione nella voce di Sting. Nessun impianto armonico, solo la melodia della voce. Sono due mondi che si scontrano: Sting e Copeland. And if you find that your hands are still willing. Then you can turn a murder into art… Si chiude la prima strofa e attacca Summers: Em7 Am7#5 Bm7 Bbmaj7b5. Chitarra jazz con (non riesco a riconoscere il modello) un flanger che è un Electric Mistress o più probabilmente un Microflanger MXR con regolazioni flat: accordoni in levare sullo sfondo. E’ il mondo forbito del jazz bianco, una eco lontana. Due mondi che si uniscono: il passato di uno e il futuro dell’altro. Ritornello: ora all’unisono, batteria in 4. Because it’s murder by numbers, 1-2-3… Poi si torna all’inizio e così via, fino alla fine. In realtà è più complicato, ci sarebbero da aprire un sacco di parentesi sui fill di batteria che hanno caratterizzato l’autismo di Stewart, sui flam accent in levare, sul suono acuto del basso e la rullata finale che implode, ma ora…sono davvero…stanca. 

Buona notte.

p.s.
"Murder by Numbers" (Words: Sting, Music: Summers) 

Una volta che hai deciso di uccidere 

Per prima cosa fai diventare il tuo cuore una pietra 

E se scopri che le tue mani ne hanno ancora voglia 

Allora puoi trasformare l’omicidio in un’arte 

Non c’è davvero bisogno di versare sangue 

Fallo con un po’ più di finezza 

Se puoi far scivolare una pillola nel caffè di qualcuno 

Così ti eviti un gran casino 

Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 

È facile da imparare come l’ABC 

È l’omicidio in base ai numeri 

È facile da imparare come l’ABC 

Ora se hai attitudine per questa esperienza 

E se sei entusiasta del tuo primissimo successo 

Allora devi provarne uno a due o tre 

E scoprirai che la tua coscienza ti tormenta molto meno 

Perché l’omicidio è come qualsiasi cosa tu intraprenda 

È il bisogno di averne di più che diviene abitudine 

Puoi far fuori tutti i membri della tua famiglia 

E trovi una noia chiunque altro 

Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 

È facile da imparare come l’ABC 

È l’omicidio in base ai numeri 

È facile da imparare come l’ABC 

Adesso puoi unirti ai ranghi degli illustri 

Nell’oscuro gruppo di personaggi famosi della storia 

Tutti i nostri più grandi omicidi si davano un gran da fare 

Almeno quelli che tutti conosciamo per nome 

Ma puoi raggiungere l’apice della tua professione 

Se diventi il leader del paese 

Perché l’omicidio è lo sport degli eletti 

E così non hai bisogno di alzare un dito 

Perché è l’omicidio in base ai numeri uno due tre 

È facile da imparare come l’ABC 

È l’omicidio in base ai numeri 

È facile da imparare come l’ABC. 

http://en.wikipedia.org/wiki/Synchronicity

p.s.

E poi Nek non esisterebbe senza i Police.
 

Il musher fece uscire dalle orbite le stelle dei suoi occhi e disse, guardando il cielo: Zadorine è. 
0.
A Michael Winterbotton Film
La scritta gigante, bianca, sullo sfondo nero,
luccicante e violenta che svanisce
su di un bianco e nero da Cartier Bresson, 
il volto di argento di un bambino che è un gatto.
1.
Sono passati più di due anni da quando sono stato a Parigi
Alla mattina andavo nel mio stand, al Palais de la Bourse e la sera andavo nei posti fighi, non tanto perché si stesse bene, ma per quel fascino farisaico e vampirico che avvolgeva  quei luoghi e quelle persone sempre lì, sempre presenti, senza la minima possibilità di stare bene e divertirsi  fino in fondo. 1 riga di cocaina e 27 euro per tre bicchieri di vodka e dopo alcune ore il suono  roco di un mantra vorace: “L’argent, l’argent, l’argent” e io fatto come un fegatino che guardo placidamente  la scena dall’esterno e penso alla mia responsabile stampa che si trova in un altro luogo, anche lei senza poter essere realmente presente, mentre un tizio con la faccia da ragazzino e occhi senza elettricità, dopo avermi preso dal portafoglio gli unici cinque euro che possiedo, me li strappa davanti alla faccia e mi mostra il manico di una pistola infilata nei jeans da rapper. Una fetta di mutande rosse. Poi uno strattone e una coppia autoctona, lei mulatta e carina, lui che sembra avere l’aria di quello buono e giusto con il quale non vale la pena di scontrarsi, che mi spinge verso il centro della strada. La  calma e l’interpretazione istantanea della realtà, che si srotola come un sentiero  illuminato o come un crepaccio senza fondo. Devi stare attento a quello che ti dicono, e se è brutto e non c’è soluzione, non devi crederci. Punto. Puoi provare a interpretare  correttamente, a giocare stando a rete, ma è meglio com-prendere e basta perché il fato è la gallina e la scelta è un grosso uovo sempre in procinto di schiudersi. La morte è cosa  sacra? Loro quand’è che hanno una colpa?
Tutte cose prive di senso al di fuori del loro contesto funzionale. 
Esci, mio musher, esci dalla torbiera dei tuoi sogni. 
Le concrezioni calcaree non sono denti e non sono fauci quelle che ti racchiudono spegnendo  la luce del sole. E’ una grotta che devi esplorare per raggiungere il cuore del tuo cuore.  Anzi, non devi, puoi.
5.
29\9\2012
Sono alcune settimane che faccio il commesso viaggiatore. 
Negozio me stesso 2 volte perché uso la retorica per vendere
un’altra forma di retorica, quella delle immagini che 
stampo sui vestiti e la gente sembra
essere moderatamente emozionata dal
modo in cui dico le cose, anche se 
la comunicazione reale è scarsa. 
La carrozza del regionale ha i finestrini sporchi,
ogni tanto spero che gli errori siano in realtà 
scelte etiche,incrostazioni di calcare sotto la scritta 
"Non gettate alcun oggetto dal finestrino; 
Ne jetez aucun objet par la fenetre,
che se conosci anche il francese
assume il sapore materno di un doppio imperativo
necessario ad imbrigliare una fantasia irrequieta.
Il colore acido dell’aria densa di anidride carbonica,
sudore e odori digestivi, una ragazza erasmus con grandi
occhiali da lemure anni ‘90 e una ragazza non più giovane che dorme 
tenendo in modo molle ma tenero la grande mano del fidanzato 
che è un paio di lunghe gambe e una tracolla di cotone grigio;
la camminata asimmetrica di un uomo con un pizzetto di albume 
e un paio di occhiali da assicuratore, 
capelli radi e appuntiti dal gel. 
Le vibrazioni delle rotaie e lo spazio esterno suddiviso 
in terreno e celeste dalla cornice di acciaio satinato del 
finestrino: un mondo grigio, nebbioso e fitto di prodotti umani, 
l’altro, semivuoto e adimensionale, sfiorato dalle cime 
degli alberi che diventano cespugli e braccia verso lo spazio. 
Alcuni insetti di metallo contengono esseri umani che li guidano
oltre la filza di acacie, fitta, un frangivento naturale per gli orti degli anziani
di acquerello se guardi in perpendicolare al senso di marcia del treno.
Poi rallenta e tutto innitidisce, come il mondo dopo un lungo pianto.
Samoggia. La musica di The King of Pain.
3.
"Mio cane malato. 
No? Sì. 
Io capisce lui cambiato e ora no capisce niente come
capra di montagna, o come almeno gente pensa di capre di montagna.
Squarl. Io però capisce tutti esseri umani fine vuole solo esistere.
Bene. Anche se io illude, su fine io dopo rabbia arriva luce.”
2.
La cosa migliore dei Mowgwai sono i titoli dei pezzi.
Quelli sono davvero stupendi - mentre il tipo mi guarda in faccia e mi parla e io non capisco una singola parola perché parla in francese “basso” e ha uno spiccato accento dell’est e non ho mai studiato francese alle medie. Poi c’è un vuoto. Il tizio estrae le due banconote. Sono due, non una come mi ero ricordato a un primo riesame della cosa. 
Quello afferra quella più piccola e la strappa; sono una fila, una schiera, che si chiude leggermente, a disegnare un arco attorno a me; idea di niente; poi si agisce di istinto; si è già passati in rassegna a tutte le possibilità, ma non c’è niente di meglio; 15eme Arrt., venendo da lontano a piedi; il n’ya pas des difference; allontarsi di colpo, ma con gradualità, in una progressione, il cui fine è sempre meno codificabile di uno scatto; quello biondo che continua a muovere la bocca; fonemi che escono pieni di aspirate, fonemi violenti e la calma atarassica della vittima, che fa pensare a un vetro spesso e isolante : essere dentro e fuori al tempo stesso; ricreare la magia della catarsi filmica può salvarti la pelle nella vita reale; sale e scende sotto il pelo dell’acqua; ora cammina al centro della strada dopo avere invocato aiuto e aver visto in un vetro che si solleva l’orrore muto dell’istinto di autoconservazione degli esseri viventi; un muscolo orbicolare dell’occhio sinistro che si contrae. E’ il foro di uscita. Più niente. Nessuna ombra.
4.
Lo scacchista narciso e quello cronicamente insicuro giocano e allo specchio sono fermi
Sono stato depresso. Forse lo sono ancora, ma mi ci sono abituato e la cosa fa parte
della mia vita, come l’aria o il sonno. 
Tu invece? Hai 23 anni e sei in televisione, conduci un programma pop. Però è di buon livello.
A detta di tutti. O almeno è così che te la racconti, facendo un confronto con la “media”. Ma sai davvero cos’è
in matematica la “media”? E la “moda”? Anche quello è un termine che appartiene alla
matematica statistica, anche se vivi a Milano. Sei abbastanza colto, più della media, dov’è il problema?
Sono nato, ho 23 anni, conduco Brand New, che è un programma pop di buon livello.
Delle persone ti hanno dato fiducia. Sei fortunato.
Poi la voce dice: 
Brand New è un programma di intrattenimento e non ha nulla a che fare con lo spiegare le  cose. 
E per un attimo ho immaginato di essere qualcun’altro e ho portato questo pensiero a conseguenze inaspettate. E niente è successo o, per meglio dire, è solo un testo, una  raccolta di parole che è successa. E’ stata. Forse non so davvero dove finiscono in miei  confini, oppure ho talmente voglia di sopravvivere che non voglio vedere la mia finis terrae. Forse non c’è.
Non lavoro per capire le cose e invece di aiutare la verità, aiuto gli esseri umani: li  intrattengo da dentro La Scatola.
Allora tu dici: Le parole sono scatole e tu sei comunque dentro una scatola. Se sia un modo
laido di vivere lo può dire solo un essere umano. E a te non interessa degli esseri umani, a  te interessa quello che c’è prima e dopo l’essere umano. Forse è proprio in questo ragionamento la chiave. Forse mentre faccio qualcosa di vuoto e inutile - forse - si  rivela una verità più grande: cioè che tutto ha senso nel momento stesso in cui “è” e tutto  il resto è solo un giudizio. E ora sono sottoposto al vostro giudizio, come tu sei  sottoposto al mio. Ma non mi interessa. Nemmeno a me. Che sono solo. Passiamo oltre.
Io. Vi sto dicendo che mi sento non come un presentatore, ma come un messia. Come un essere  che detiene un potere e ad esso si immola.
…
Vi posso dire che mia chiamo F. e questa è solo una lettera e che odio la consapevolezza predatoria di Jared Leto, il cantante attore, quello che usa il sesso come arma e canta nei 30 Seconds to Mars.
Non ce l’hai mai fatta fino in fondo.
*(Graphic by Mario Oleari)

Il musher fece uscire dalle orbite le stelle dei suoi occhi e disse, guardando il cielo: Zadorine è. 

0.

A Michael Winterbotton Film

La scritta gigante, bianca, sullo sfondo nero,

luccicante e violenta che svanisce

su di un bianco e nero da Cartier Bresson, 

il volto di argento di un bambino che è un gatto.

1.

Sono passati più di due anni da quando sono stato a Parigi

Alla mattina andavo nel mio stand, al Palais de la Bourse e la sera andavo nei posti fighi, non tanto perché si stesse bene, ma per quel fascino farisaico e vampirico che avvolgeva  quei luoghi e quelle persone sempre lì, sempre presenti, senza la minima possibilità di stare bene e divertirsi  fino in fondo. 1 riga di cocaina e 27 euro per tre bicchieri di vodka e dopo alcune ore il suono  roco di un mantra vorace: “L’argent, l’argent, l’argent” e io fatto come un fegatino che guardo placidamente  la scena dall’esterno e penso alla mia responsabile stampa che si trova in un altro luogo, anche lei senza poter essere realmente presente, mentre un tizio con la faccia da ragazzino e occhi senza elettricità, dopo avermi preso dal portafoglio gli unici cinque euro che possiedo, me li strappa davanti alla faccia e mi mostra il manico di una pistola infilata nei jeans da rapper. Una fetta di mutande rosse. Poi uno strattone e una coppia autoctona, lei mulatta e carina, lui che sembra avere l’aria di quello buono e giusto con il quale non vale la pena di scontrarsi, che mi spinge verso il centro della strada. La  calma e l’interpretazione istantanea della realtà, che si srotola come un sentiero  illuminato o come un crepaccio senza fondo. Devi stare attento a quello che ti dicono, e se è brutto e non c’è soluzione, non devi crederci. Punto. Puoi provare a interpretare  correttamente, a giocare stando a rete, ma è meglio com-prendere e basta perché il fato è la gallina e la scelta è un grosso uovo sempre in procinto di schiudersi. La morte è cosa  sacra? Loro quand’è che hanno una colpa?

Tutte cose prive di senso al di fuori del loro contesto funzionale. 

Esci, mio musher, esci dalla torbiera dei tuoi sogni. 

Le concrezioni calcaree non sono denti e non sono fauci quelle che ti racchiudono spegnendo  la luce del sole. E’ una grotta che devi esplorare per raggiungere il cuore del tuo cuore.  Anzi, non devi, puoi.

5.

29\9\2012

Sono alcune settimane che faccio il commesso viaggiatore. 

Negozio me stesso 2 volte perché uso la retorica per vendere

un’altra forma di retorica, quella delle immagini che 

stampo sui vestiti e la gente sembra

essere moderatamente emozionata dal

modo in cui dico le cose, anche se 

la comunicazione reale è scarsa. 

La carrozza del regionale ha i finestrini sporchi,

ogni tanto spero che gli errori siano in realtà 

scelte etiche,incrostazioni di calcare sotto la scritta 

"Non gettate alcun oggetto dal finestrino; 

Ne jetez aucun objet par la fenetre,

che se conosci anche il francese

assume il sapore materno di un doppio imperativo

necessario ad imbrigliare una fantasia irrequieta.

Il colore acido dell’aria densa di anidride carbonica,

sudore e odori digestivi, una ragazza erasmus con grandi

occhiali da lemure anni ‘90 e una ragazza non più giovane che dorme 

tenendo in modo molle ma tenero la grande mano del fidanzato 

che è un paio di lunghe gambe e una tracolla di cotone grigio;

la camminata asimmetrica di un uomo con un pizzetto di albume 

e un paio di occhiali da assicuratore, 

capelli radi e appuntiti dal gel. 

Le vibrazioni delle rotaie e lo spazio esterno suddiviso 

in terreno e celeste dalla cornice di acciaio satinato del 

finestrino: un mondo grigio, nebbioso e fitto di prodotti umani, 

l’altro, semivuoto e adimensionale, sfiorato dalle cime 

degli alberi che diventano cespugli e braccia verso lo spazio. 

Alcuni insetti di metallo contengono esseri umani che li guidano

oltre la filza di acacie, fitta, un frangivento naturale per gli orti degli anziani

di acquerello se guardi in perpendicolare al senso di marcia del treno.

Poi rallenta e tutto innitidisce, come il mondo dopo un lungo pianto.

Samoggia. La musica di The King of Pain.

3.

"Mio cane malato. 

No? Sì. 

Io capisce lui cambiato e ora no capisce niente come

capra di montagna, o come almeno gente pensa di capre di montagna.

Squarl. Io però capisce tutti esseri umani fine vuole solo esistere.

Bene. Anche se io illude, su fine io dopo rabbia arriva luce.”

2.

La cosa migliore dei Mowgwai sono i titoli dei pezzi.

Quelli sono davvero stupendi - mentre il tipo mi guarda in faccia e mi parla e io non capisco una singola parola perché parla in francese “basso” e ha uno spiccato accento dell’est e non ho mai studiato francese alle medie. Poi c’è un vuoto. Il tizio estrae le due banconote. Sono due, non una come mi ero ricordato a un primo riesame della cosa. 

Quello afferra quella più piccola e la strappa; sono una fila, una schiera, che si chiude leggermente, a disegnare un arco attorno a me; idea di niente; poi si agisce di istinto; si è già passati in rassegna a tutte le possibilità, ma non c’è niente di meglio; 15eme Arrt., venendo da lontano a piedi; il n’ya pas des difference; allontarsi di colpo, ma con gradualità, in una progressione, il cui fine è sempre meno codificabile di uno scatto; quello biondo che continua a muovere la bocca; fonemi che escono pieni di aspirate, fonemi violenti e la calma atarassica della vittima, che fa pensare a un vetro spesso e isolante : essere dentro e fuori al tempo stesso; ricreare la magia della catarsi filmica può salvarti la pelle nella vita reale; sale e scende sotto il pelo dell’acqua; ora cammina al centro della strada dopo avere invocato aiuto e aver visto in un vetro che si solleva l’orrore muto dell’istinto di autoconservazione degli esseri viventi; un muscolo orbicolare dell’occhio sinistro che si contrae. E’ il foro di uscita. Più niente. Nessuna ombra.

4.

Lo scacchista narciso e quello cronicamente insicuro giocano e allo specchio sono fermi

Sono stato depresso. Forse lo sono ancora, ma mi ci sono abituato e la cosa fa parte

della mia vita, come l’aria o il sonno. 

Tu invece? Hai 23 anni e sei in televisione, conduci un programma pop. Però è di buon livello.

A detta di tutti. O almeno è così che te la racconti, facendo un confronto con la “media”. Ma sai davvero cos’è

in matematica la “media”? E la “moda”? Anche quello è un termine che appartiene alla

matematica statistica, anche se vivi a Milano. Sei abbastanza colto, più della media, dov’è il problema?

Sono nato, ho 23 anni, conduco Brand New, che è un programma pop di buon livello.

Delle persone ti hanno dato fiducia. Sei fortunato.

Poi la voce dice: 

Brand New è un programma di intrattenimento e non ha nulla a che fare con lo spiegare le  cose. 

E per un attimo ho immaginato di essere qualcun’altro e ho portato questo pensiero a conseguenze inaspettate. E niente è successo o, per meglio dire, è solo un testo, una  raccolta di parole che è successa. E’ stata. Forse non so davvero dove finiscono in miei  confini, oppure ho talmente voglia di sopravvivere che non voglio vedere la mia finis terrae. Forse non c’è.

Non lavoro per capire le cose e invece di aiutare la verità, aiuto gli esseri umani: li  intrattengo da dentro La Scatola.

Allora tu dici: Le parole sono scatole e tu sei comunque dentro una scatola. Se sia un modo

laido di vivere lo può dire solo un essere umano. E a te non interessa degli esseri umani, a  te interessa quello che c’è prima e dopo l’essere umano. Forse è proprio in questo ragionamento la chiave. Forse mentre faccio qualcosa di vuoto e inutile - forse - si  rivela una verità più grande: cioè che tutto ha senso nel momento stesso in cui “è” e tutto  il resto è solo un giudizio. E ora sono sottoposto al vostro giudizio, come tu sei  sottoposto al mio. Ma non mi interessa. Nemmeno a me. Che sono solo. Passiamo oltre.

Io. Vi sto dicendo che mi sento non come un presentatore, ma come un messia. Come un essere  che detiene un potere e ad esso si immola.

Vi posso dire che mia chiamo F. e questa è solo una lettera e che odio la consapevolezza predatoria di Jared Leto, il cantante attore, quello che usa il sesso come arma e canta nei 30 Seconds to Mars.

Non ce l’hai mai fatta fino in fondo.



*(Graphic by Mario Oleari)
12 – Vai oltre l’inizio, ti prego. L’inizio è una merda

Ti voglio bene - disse la voce al telefono e riattaccò la cornetta.
Il cielo era grigio-azzurro stoviglie pulite, le facce poliedriche del vecchio condominio, azzurre, di una tonalità leggermente diversa ma omogenea, che fa pensare al colore di un topo metallico e si mimetizzano abbastanza bene nel cielo e poi solo l’interruzione di un paio di nuvole affusolate e gommose. La riflessione romantica è complessa e sbrodolante. Quanti participi sono ammessi prima di risultare fastidiosi o nel peggiore dei casi dei “finti gladiatori della lingua”? Quanti participi seguiti da avverbi prima di specchiarsi e vedere dei narcisi post-strutturalismi oscuramente logocentrici spettatori nottambuli di Fuori Orario lettori adoranti di Wallace in traduzione intrisi di asfittiche curiosità tecniche subordinate solamente a un’intermittente morale castrante, autoassolutoria e antiempatica?
Destruente, costituente, annichilente, abbacinante, commovente, claudicante, astringente hic et nunc mi paiono esenti, insieme ad esente, dal rischio sopraccitato, completamente diversi da strutturante e permeante. Avvilente sta per certi versi nel mezzo; è pericoloso, tutto qua: dipende non tanto dal contesto sintattico, quanto dal tono e da una serie di variabili comportamentali relative alla variabile madre: il soggetto umano. Modificante è esattamente il peggio del peggio, contro cui sferrare immediatamente un pugno retorico squisitamente preverbale del genere: http://www.youtube.com/watch?v=k4e6x_LucIE 
Sono quasi certo del fatto che questo aneddoto vi fornirà alcuni spunti narrativi interessanti:
“Raggiungendo un gruppo di persone dopo aver concluso una lunga chiacchierata superficiale e formale e artefatta con scopi pretestuosi da parte di entrambi (entrambi assolutamente consapevoli di questo e comunque\tuttavia recitanti(1) la propria parte con assoluta naturalezza e consumata abilità tecnica) dico - C’è nessuno che vuole parlare con me? Il tono è infantile e smaccatamente languido, quasi svenevole. Dopo una manciata di secondi la risposta: - Ci sarà un perché. Il sottoscritto non è in grado di fare osservazioni sulla reazione dei singoli elementi del gruppo, divenuto un tutt’uno silenzioso, interiormente diviso tra l’imbarazzo provocato dall’inaspettato livore velenoso di 4 parole ben scandite e la verità accecante in esse contenuta. Ribatto o meglio, vorrei ribattere, ma perdo alcuni attimi fondamentali (quelli che rendono l’attacco della voce di Corduroy un vero tuffo da una scogliera) e l’unica risposta che riesco a produrre, pacata e sbilenca ha grosso modo questa forma: - Era solo una battuta, sai, e tu potresti venirmi a dire che anche la tua era una battuta: su questo proprio niente da dire. L‘unica e fondamentale e fondante(2) differenza è che la mia è una battuta, la tua una battuta da stronzo.
Purtroppo fin’ora non sono mai stato bravo a destreggiarmi in questo genere di situazioni.
12 II
La mancanza di Zadorine si fa sentire a tratti. Compare e scompare e come un acido dopo la sesta ora; le allucinazioni cominciano ad essere talmente rare da avere più che altro un contenuto emotivo a causa della malinconia per un’inafferrabile perdita. Eppure quei momenti sono pieni di un languore unico. C’è tutto un pacchetto emozionale che coinvolge la mia conoscenza scolastica di Freud, il Romanticismo duro e puro degli inglesi, il paraculismo portuale di Neruda e il virtuosismo iperglicemico di Marquez; e poi molti altri che non riesco a individuare.
Mi pare di muovermi in uno spazio vuoto, come se questi ciottoli potessero essere oche e cubetti di ghiacci. E’ uno stato di profondo sconforto, di perdita di riferimenti e lo so che produrrà un mostro, un abbietto relativista, un essere che involve verso uno stadio primordiale alla ricerca di un nuovo stato di Natura.
Forse che sì, forse che no.
Considerazioni nominali circa l’autoreferenzialità e all’autonomia antisociale dell’amore:1) …
12 III
Questo è il numero di Lulù: 0044 7722 109248Devo assolutamente ricordarmi di segnarlo. 
Non è facile. Il balcone è spazzato dal vento. Vorrei riuscire a parlarti. La pianta di geranio è mossa da un soffice vento. Una sciabola di fuoco attraversa pochi centimetri di cielo. Mi piacerebbe una regressione. La pianta di ficus e la notocorda, il sapore amarognolo del cacao, un piccolo pezzettino, incastrato tra un morale e un premolare. Ci ho pensato varie volte, tutte le volte si sente lo stesso, una sensazione di calore, una fitta allo stomaco che si propaga attraverso gli assoni. La censura moderna, morale, anemica, la sensazione di inadeguatezza. Spesso ho creduto di essere innamorato di te, spesse volte ho rinunciato e ho ammesso che si trattava di una pulsione. Sono gli occhi, credo siano stati quello e anche se suona scontato.
Sono totalmente perduto. La sensazione è quella di un visione unitaria. Un senso del tutto come uno. Immanente, un immanenza umida e soffocante. Le parole sono così difficili attraverso il vetro del balcone. Le ombre estive che ruotano talmente lentamente, impercettibili, da sembrare ferme. Ho dimenticato la sensazione, l’odore dell’asfalto bagnato di mattina, in primavera. Potrei dirti che ti amo come un dodicenne che confessa una bugia. Ho i crampi e le sensazioni sono concave quando penso a te, sono convesse quando fuori puliscono le strade e il lampeggiante giallo della pulitrice stradale scivola lungo una diagonale in penombra, da un angolo all’altro, stringendo ogni cosa senza toccarla mai veramente Se fossi certo che vivremmo insieme, che non ti spezzerò mai il cuore e che non dovrò mai vederti morire. Ma tanto saremo persi, non so perché ma presto tutto si farà opaco, poi vuoto.
Se solo fossi vicina, se potessi sentire il tuo sapore salino e piano sfilarti il costume e baciarti leccando il sale. Il porto ritagliato dall’intelaiatura della porta-finestra e il suo vagito salmastro.
E poi a fianco a te. 
Dormire. Sai.

12 – Vai oltre l’inizio, ti prego. L’inizio è una merda




Ti voglio bene - disse la voce al telefono e riattaccò la cornetta.

Il cielo era grigio-azzurro stoviglie pulite, le facce poliedriche del vecchio condominio, azzurre, di una tonalità leggermente diversa ma omogenea, che fa pensare al colore di un topo metallico e si mimetizzano abbastanza bene nel cielo e poi solo l’interruzione di un paio di nuvole affusolate e gommose. La riflessione romantica è complessa e sbrodolante. Quanti participi sono ammessi prima di risultare fastidiosi o nel peggiore dei casi dei “finti gladiatori della lingua”? Quanti participi seguiti da avverbi prima di specchiarsi e vedere dei narcisi post-strutturalismi oscuramente logocentrici spettatori nottambuli di Fuori Orario lettori adoranti di Wallace in traduzione intrisi di asfittiche curiosità tecniche subordinate solamente a un’intermittente morale castrante, autoassolutoria e antiempatica?

Destruente, costituente, annichilente, abbacinante, commovente, claudicante, astringente hic et nunc mi paiono esenti, insieme ad esente, dal rischio sopraccitato, completamente diversi da strutturante e permeante. Avvilente sta per certi versi nel mezzo; è pericoloso, tutto qua: dipende non tanto dal contesto sintattico, quanto dal tono e da una serie di variabili comportamentali relative alla variabile madre: il soggetto umano. Modificante è esattamente il peggio del peggio, contro cui sferrare immediatamente un pugno retorico squisitamente preverbale del genere: http://www.youtube.com/watch?v=k4e6x_LucIE

Sono quasi certo del fatto che questo aneddoto vi fornirà alcuni spunti narrativi interessanti:

Raggiungendo un gruppo di persone dopo aver concluso una lunga chiacchierata superficiale e formale e artefatta con scopi pretestuosi da parte di entrambi (entrambi assolutamente consapevoli di questo e comunque\tuttavia recitanti(1) la propria parte con assoluta naturalezza e consumata abilità tecnica) dico - C’è nessuno che vuole parlare con me? Il tono è infantile e smaccatamente languido, quasi svenevole. Dopo una manciata di secondi la risposta: - Ci sarà un perché.
Il sottoscritto non è in grado di fare osservazioni sulla reazione dei singoli elementi del gruppo, divenuto un tutt’uno silenzioso, interiormente diviso tra l’imbarazzo provocato dall’inaspettato livore velenoso di 4 parole ben scandite e la verità accecante in esse contenuta. Ribatto o meglio, vorrei ribattere, ma perdo alcuni attimi fondamentali (quelli che rendono l’attacco della voce di Corduroy un vero tuffo da una scogliera) e l’unica risposta che riesco a produrre, pacata e sbilenca ha grosso modo questa forma: - Era solo una battuta, sai, e tu potresti venirmi a dire che anche la tua era una battuta: su questo proprio niente da dire. L‘unica e fondamentale e fondante(2) differenza è che la mia è una battuta, la tua una battuta da stronzo.

Purtroppo fin’ora non sono mai stato bravo a destreggiarmi in questo genere di situazioni.


12 II


La mancanza di Zadorine si fa sentire a tratti. Compare e scompare e come un acido dopo la sesta ora; le allucinazioni cominciano ad essere talmente rare da avere più che altro un contenuto emotivo a causa della malinconia per un’inafferrabile perdita. Eppure quei momenti sono pieni di un languore unico. C’è tutto un pacchetto emozionale che coinvolge la mia conoscenza scolastica di Freud, il Romanticismo duro e puro degli inglesi, il paraculismo portuale di Neruda e il virtuosismo iperglicemico di Marquez; e poi molti altri che non riesco a individuare.

Mi pare di muovermi in uno spazio vuoto, come se questi ciottoli potessero essere oche e cubetti di ghiacci. E’ uno stato di profondo sconforto, di perdita di riferimenti e lo so che produrrà un mostro, un abbietto relativista, un essere che involve verso uno stadio primordiale alla ricerca di un nuovo stato di Natura.

Forse che sì, forse che no.

Considerazioni nominali circa l’autoreferenzialità e all’autonomia antisociale dell’amore:

1) …

12 III

Questo è il numero di Lulù: 0044 7722 109248
Devo assolutamente ricordarmi di segnarlo.

Non è facile. Il balcone è spazzato dal vento. Vorrei riuscire a parlarti. La pianta di geranio è mossa da un soffice vento. Una sciabola di fuoco attraversa pochi centimetri di cielo. Mi piacerebbe una regressione. La pianta di ficus e la notocorda, il sapore amarognolo del cacao, un piccolo pezzettino, incastrato tra un morale e un premolare. Ci ho pensato varie volte, tutte le volte si sente lo stesso, una sensazione di calore, una fitta allo stomaco che si propaga attraverso gli assoni. La censura moderna, morale, anemica, la sensazione di inadeguatezza. Spesso ho creduto di essere innamorato di te, spesse volte ho rinunciato e ho ammesso che si trattava di una pulsione. Sono gli occhi, credo siano stati quello e anche se suona scontato.

Sono totalmente perduto. La sensazione è quella di un visione unitaria. Un senso del tutto come uno. Immanente, un immanenza umida e soffocante. Le parole sono così difficili attraverso il vetro del balcone. Le ombre estive che ruotano talmente lentamente, impercettibili, da sembrare ferme. Ho dimenticato la sensazione, l’odore dell’asfalto bagnato di mattina, in primavera. Potrei dirti che ti amo come un dodicenne che confessa una bugia. Ho i crampi e le sensazioni sono concave quando penso a te, sono convesse quando fuori puliscono le strade e il lampeggiante giallo della pulitrice stradale scivola lungo una diagonale in penombra, da un angolo all’altro, stringendo ogni cosa senza toccarla mai veramente Se fossi certo che vivremmo insieme, che non ti spezzerò mai il cuore e che non dovrò mai vederti morire. Ma tanto saremo persi, non so perché ma presto tutto si farà opaco, poi vuoto.

Se solo fossi vicina, se potessi sentire il tuo sapore salino e piano sfilarti il costume e baciarti leccando il sale. Il porto ritagliato dall’intelaiatura della porta-finestra e il suo vagito salmastro.

E poi a fianco a te.

Dormire. Sai.

Aster e MH
Questo brevissimo racconto è lo specchio della mia anima, oltre a un resoconto e una confessione, non tanto nei contenuti dei fatti, quanto nella forma che li raccoglie trasformando azioni ed eventi -ma anche le stesse omissioni di fatti e giudizi che rendono così esile questo testo- in in una serie di frammenti fotografici del mio interno, barocchismi dello spirito; intricate immagini estetiche. Se è vero che i vestiti in un certo senso spogliano l’uomo, mostrandone le fragilità interne, così la mia prosa vi dirà moltissimo di quello che sono, qui e ora, e forse per sempre. So benissimo che molti di voi stanno pensando che un incipit del genere è tanto indulgente quanto auto-assolutorio, un gonfio e maldestro esempio di ‘captatio benevoletiae’, ma è così che mi va di iniziare; in fondo desidero che Voi mi giudichiate anche per questo.
Per me che ci sono cresciuto, respirando estate dopo estate quella speciale forma di eterna immobilità che è tipica dei luoghi di villeggiatura, si tratta di qualcosa di più di un semplice punto nello spazio, sebbene, attenendosi ai fatti e alle definizioni, che sono rispettivamente il coperchio e la scatola delle emozioni umane, esso non è altro che il punto più alto di un paesino di montagna situato sulla linea di confine che separa il Veneto dal Friuli. 
A sorvolarla la sua vallata appare come una gigantesca bocca squarciata, illuminata nei mesi invernali per non più di sei ore al giorno da un sole bianco e velato.
[…]
Guardate quella casa: un triangolo isoscele perfetto circondato da abeti scuri e silenziosi sulla sommità di un avvallamento boscoso, fitto di faggi selvatici e antiche felci, un solitario pino strobo che si erge come una vedetta sul lato ovest del giardino, una malconcia auracaria hierophylla a delimitare il perimetro ad est e nei punti dove la roccia carsificata lascia scivolare l’acqua: erba selvatica e mirtilli, piccole piante di fragole e ciclamini spontanei scolorati dall’ombra, tappeti di briofite e infine, grassi e tumorali, i bronchi infestanti dell’astredia.
Le case attorno, più recenti, costruite durante gli anni d’oro del Nord-Est, dai tetti di lamiera colorata, ora spenti e velati dagli anni, come lune silenziose, si dispongono, con i loro balconi traboccanti di camelie e azalee, rododendri effusivi e geranei argentini, attorno alla vecchia casa di famiglia, un pianeta opaco e morto, dove l’urlo di aiuto di un essere umano tornerebbe indietro dentro a una bottiglia piena di basse frequenze, come respinta al mittente da un mare grigio e silenzioso.
Questa è una delle ragioni per cui entrambi amiamo questa casa, un tempo appartenuta a mio padre, e primo ancora al suo. 
Il cielo è un tessuto mangiato dalle tarme, ma la luce dietro è tenue mentre il buio inonda ogni cosa sotto le fitte chiome dei faggi selvatici.
Dovete sapere che non c’è niente di più denso di sapori di un fegato. 
Ora vi chiedo di fare un esercizio mentale. Immaginate il corpo umano come una sterminata metropoli, orribilmente efficiente, in continua espansione: ogni processo, inarrestabile e incomprensibile ad ognuna delle sue parti, muta il senso di ogni cosa per diventare il Senso Ultimo. Avvicinatevi abbasando il vostro volo e andate alla ricerca delle fogne di questa città, dove tutto passa e viene filtrato, per poi tornare in circolo; cercate di visualizzarle: porte alte centinaia di piani, all’interno costruzioni in perenne rigenerazione; microscopici operai privati dell’oblio del sonno, bruciati da un calore che rende l’aria muco denso, ricostruiscono e distruggono tutto, scambiano, puliscono, rimpiazzano piccoli ingranaggi di enormi macchine che non possono essere mai spente,  per morire impregnati di furibondo, insensato, vitale disprezzo, avvelenati da onde di dolore codificato, aminoacidi e tossine: l’immagine di un maiale che scivola urlante nel proprio sangue, il lento scaldarsi dell’acqua di una pentola dove si rannicchia terrorizzata un’aragosta. 
Aster siede a un lato del tavolo di noce che trasforma il salotto in un’aureola e MH all’altro: è girato verso la finestra alle sue spalle, un braccio attorcigliato allo schienale della sedia. Ha un’aria dolce e trasognata e al tempo stesso annoiata e altera, un’espressione che è un po’ un marchio di fabbrica e un modo per procurarsi dei pasti per Aster ogni mese e al tempo stesso qualcosa che in fondo lo ha reso così solo e irraggiungibile dentro. 
- Dovresti guardare tutto come In e Out. E’ necessario uscire e cercare qualcosa per poter scrivere buona musica, altrimenti prima o poi ti troverai ad ascoltare solo il suono circolare della tua anima e rimarrai prosciugato. 
Il piatto traboccante di Aster che sembra un piattino da dolce mentre MH ha gli occhi aperti e non guarda nulla, confonde le parole dei propri pensieri con quelle di Shine On Your Crazy Diamond, che escono da un Fender Twin, un tempo usato per suonare; la superficie del fegato di un marrone bruciato e l’odore acre del Male combusto che si avvolge come un parassita all’aria e diventa un tuttuno con l’aroma della resina di abete che arriva dal camino. 
A pensarci bene, ma forse soltanto a saperlo, Aster ha proprio la faccia da cannibale, con quella sua pelle spessa e i capelli bruciati, gli occhi sporgenti, gialli e liquidi, la testa piccola su di un corpo teso e spigoloso.  
Ora sono uno a fianco all’altro e guardano dentro al lavello. La luce della stanza è bassa e sulle mattonelle bianche si disegna un volto sorridente. MH ha coperto l’unica lampadina funzionante con una scatola di the, dopo averla ricoperta di carta stagnola e averla bucata disegnandoci sopra una faccia sorridente; ora quel ghigno, reso gigantesco dalla prospettiva, è proiettato sul muro della cucina.
Una pila di piatti e pentole emergono dall’acqua marrone di una delle due vasche del lavello, sulla sinistra un piatto sporco di tuorlo d’uovo, rosso e incrostato, le posate disposte sulle sei. 
- Ti piace sentire il sapore del male. 
- Gli odori e i sapori che ci sono in un fegato umano sono infiniti. Una delle poche cose, forse l’unica, che mi sorprende ancora. Che mi permette di vivere il presente.
Per molte culture l’uovo è il simbolo dell’anima.
La volta del cielo è liscia e silenziosa, appena sopra lo zig-zag buio degli abeti; Lei non da mai giudizi, mentreinvece sotto terra tutto marcisce; tanto l’anima non è qui. 
E’ dappertutto.
Davvero.

Aster e MH

Questo brevissimo racconto è lo specchio della mia anima, oltre a un resoconto e una confessione, non tanto nei contenuti dei fatti, quanto nella forma che li raccoglie trasformando azioni ed eventi -ma anche le stesse omissioni di fatti e giudizi che rendono così esile questo testo- in in una serie di frammenti fotografici del mio interno, barocchismi dello spirito; intricate immagini estetiche. Se è vero che i vestiti in un certo senso spogliano l’uomo, mostrandone le fragilità interne, così la mia prosa vi dirà moltissimo di quello che sono, qui e ora, e forse per sempre. So benissimo che molti di voi stanno pensando che un incipit del genere è tanto indulgente quanto auto-assolutorio, un gonfio e maldestro esempio di ‘captatio benevoletiae’, ma è così che mi va di iniziare; in fondo desidero che Voi mi giudichiate anche per questo.

Per me che ci sono cresciuto, respirando estate dopo estate quella speciale forma di eterna immobilità che è tipica dei luoghi di villeggiatura, si tratta di qualcosa di più di un semplice punto nello spazio, sebbene, attenendosi ai fatti e alle definizioni, che sono rispettivamente il coperchio e la scatola delle emozioni umane, esso non è altro che il punto più alto di un paesino di montagna situato sulla linea di confine che separa il Veneto dal Friuli. 

A sorvolarla la sua vallata appare come una gigantesca bocca squarciata, illuminata nei mesi invernali per non più di sei ore al giorno da un sole bianco e velato.

[…]

Guardate quella casa: un triangolo isoscele perfetto circondato da abeti scuri e silenziosi sulla sommità di un avvallamento boscoso, fitto di faggi selvatici e antiche felci, un solitario pino strobo che si erge come una vedetta sul lato ovest del giardino, una malconcia auracaria hierophylla a delimitare il perimetro ad est e nei punti dove la roccia carsificata lascia scivolare l’acqua: erba selvatica e mirtilli, piccole piante di fragole e ciclamini spontanei scolorati dall’ombra, tappeti di briofite e infine, grassi e tumorali, i bronchi infestanti dell’astredia.

Le case attorno, più recenti, costruite durante gli anni d’oro del Nord-Est, dai tetti di lamiera colorata, ora spenti e velati dagli anni, come lune silenziose, si dispongono, con i loro balconi traboccanti di camelie e azalee, rododendri effusivi e geranei argentini, attorno alla vecchia casa di famiglia, un pianeta opaco e morto, dove l’urlo di aiuto di un essere umano tornerebbe indietro dentro a una bottiglia piena di basse frequenze, come respinta al mittente da un mare grigio e silenzioso.

Questa è una delle ragioni per cui entrambi amiamo questa casa, un tempo appartenuta a mio padre, e primo ancora al suo. 

Il cielo è un tessuto mangiato dalle tarme, ma la luce dietro è tenue mentre il buio inonda ogni cosa sotto le fitte chiome dei faggi selvatici.

Dovete sapere che non c’è niente di più denso di sapori di un fegato. 

Ora vi chiedo di fare un esercizio mentale. Immaginate il corpo umano come una sterminata metropoli, orribilmente efficiente, in continua espansione: ogni processo, inarrestabile e incomprensibile ad ognuna delle sue parti, muta il senso di ogni cosa per diventare il Senso Ultimo. Avvicinatevi abbasando il vostro volo e andate alla ricerca delle fogne di questa città, dove tutto passa e viene filtrato, per poi tornare in circolo; cercate di visualizzarle: porte alte centinaia di piani, all’interno costruzioni in perenne rigenerazione; microscopici operai privati dell’oblio del sonno, bruciati da un calore che rende l’aria muco denso, ricostruiscono e distruggono tutto, scambiano, puliscono, rimpiazzano piccoli ingranaggi di enormi macchine che non possono essere mai spente,  per morire impregnati di furibondo, insensato, vitale disprezzo, avvelenati da onde di dolore codificato, aminoacidi e tossine: l’immagine di un maiale che scivola urlante nel proprio sangue, il lento scaldarsi dell’acqua di una pentola dove si rannicchia terrorizzata un’aragosta. 

Aster siede a un lato del tavolo di noce che trasforma il salotto in un’aureola e MH all’altro: è girato verso la finestra alle sue spalle, un braccio attorcigliato allo schienale della sedia. Ha un’aria dolce e trasognata e al tempo stesso annoiata e altera, un’espressione che è un po’ un marchio di fabbrica e un modo per procurarsi dei pasti per Aster ogni mese e al tempo stesso qualcosa che in fondo lo ha reso così solo e irraggiungibile dentro. 

- Dovresti guardare tutto come In e Out. E’ necessario uscire e cercare qualcosa per poter scrivere buona musica, altrimenti prima o poi ti troverai ad ascoltare solo il suono circolare della tua anima e rimarrai prosciugato. 

Il piatto traboccante di Aster che sembra un piattino da dolce mentre MH ha gli occhi aperti e non guarda nulla, confonde le parole dei propri pensieri con quelle di Shine On Your Crazy Diamond, che escono da un Fender Twin, un tempo usato per suonare; la superficie del fegato di un marrone bruciato e l’odore acre del Male combusto che si avvolge come un parassita all’aria e diventa un tuttuno con l’aroma della resina di abete che arriva dal camino. 

A pensarci bene, ma forse soltanto a saperlo, Aster ha proprio la faccia da cannibale, con quella sua pelle spessa e i capelli bruciati, gli occhi sporgenti, gialli e liquidi, la testa piccola su di un corpo teso e spigoloso.  

Ora sono uno a fianco all’altro e guardano dentro al lavello. La luce della stanza è bassa e sulle mattonelle bianche si disegna un volto sorridente. MH ha coperto l’unica lampadina funzionante con una scatola di the, dopo averla ricoperta di carta stagnola e averla bucata disegnandoci sopra una faccia sorridente; ora quel ghigno, reso gigantesco dalla prospettiva, è proiettato sul muro della cucina.

Una pila di piatti e pentole emergono dall’acqua marrone di una delle due vasche del lavello, sulla sinistra un piatto sporco di tuorlo d’uovo, rosso e incrostato, le posate disposte sulle sei. 

- Ti piace sentire il sapore del male. 

- Gli odori e i sapori che ci sono in un fegato umano sono infiniti. Una delle poche cose, forse l’unica, che mi sorprende ancora. Che mi permette di vivere il presente.

Per molte culture l’uovo è il simbolo dell’anima.

La volta del cielo è liscia e silenziosa, appena sopra lo zig-zag buio degli abeti; Lei non da mai giudizi, mentreinvece sotto terra tutto marcisce; tanto l’anima non è qui. 

E’ dappertutto.

Davvero.

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam"Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso."Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre. Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire. Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso. Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. E poi sarà mattina.Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. Tesoro come stai? Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. Bene. Lo dirò baciandoti. Perché? "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me". 0:38:00http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related  

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam


"Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso."

Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.
Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. 
Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?
Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre.
Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.
Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. 
Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. 
Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. 
Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. 
La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire.
Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso.
Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  
Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. 
E poi sarà mattina.
Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. 
Tesoro come stai? 
Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. 
Bene. Lo dirò baciandoti. 
Perché?

 "Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me". 

0:38:00
http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related 
 

Finestre e Mayfly Tutto là fuori sembra essere stato ingurgitato da quei grossi vermi della sabbia. Tutto qui dentro non ha più senso, almeno fino a domani. Tutto là fuori sembra che sia sempre nuovo: non riesco proprio a seguirlo. Tutto il sole che inonda le cose e che trapassa le cose. Sembra tutto trasparente come carta unta e non c’è cosa che non sia già conosciuta o misconosciuta o di là da venire. C’è sempre tutto. Tutte le scoperte del mondo non aggiusterebbero il mio cuore. Dice Lei. Qualcosa. Lei per me è bella, anche se non lo è davvero. Ha però quella tipica aria delle cose che si spezzano facilmente, che quando le maneggi stai male perché hai paura che ti si sbriciolino in mano se non gestisci ogni grammo di forza, energia potenziale contenuta nei tuoi polpastrelli, ma in realtà è lei che spezza le cose che tocca, anche con delicatezza. Ecco di cosa ho bisogno. Di dormire un altro po’. Lei dice sempre questo genere di cose e lo fa mentre è in cucina o chessoio le dice mentre sta mangiando dei biscotti. E’ un po’ come se uno ti desse un cazzotto mentre ti stai lavando i denti. Solo che è più come un colpo di pistola, che poi è quello che pensa quando dice - Vado a letto e se non mi sveglio, lasciami dormire. Io non dico nulla. Non ti adombrare dice lei, non fa nulla.
Il giorno dell’ira, quel giorno che
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da Davide e dalla Sibilla.
Quanto terrore verrà
quando il giudice giungerà
a giudicare severamente ogni cosa.
La tromba diffondendo un suono stupefacente
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.
La Morte si stupirà, e la Natura
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.
Sarà prodotto il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
dal quale si giudicherà il mondo.
E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.
In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?
Re di tremendo potere,
tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fonte di pietà.
Ricorda, o pio Gesù,
che io sono la causa del tuo viaggio;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.
Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento con il supplizio della Croce:
che tanto sforzo non sia vano!
Giusto giudice di retribuzione,
concedi il dono del perdono
prima del giorno della resa dei conti.
Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa è rosso il mio volto;
risparmia chi ti supplica, o Dio.
Tu che perdonasti Maria di Magdala,
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.
Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, con benignità fa’
che io non sia arso dal fuoco eterno.
Assicurami un posto fra le pecorelle,
e tienimi lontano dai caproni,
ponendomi alla tua destra.
Una volta smascherati i malvagi,
condannati alle fiamme feroci,
chiamami tra i benedetti.
Prego supplice e in ginocchio,
il cuore contrito, come ridotto a cenere,
prenditi cura del mio destino.
Giorno di lacrime, quello,
quando risorgerà dalla cenere
Il peccatore per essere giudicato.
perdonalo, o Dio:
Pio Signore Gesù,
dona a loro la pace. Amen.

Finestre e Mayfly

Tutto là fuori sembra essere stato ingurgitato da quei grossi vermi della sabbia. Tutto qui dentro non ha più senso, almeno fino a domani. Tutto là fuori sembra che sia sempre nuovo: non riesco proprio a seguirlo. Tutto il sole che inonda le cose e che trapassa le cose. Sembra tutto trasparente come carta unta e non c’è cosa che non sia già conosciuta o misconosciuta o di là da venire. C’è sempre tutto. Tutte le scoperte del mondo non aggiusterebbero il mio cuore. Dice Lei. Qualcosa. Lei per me è bella, anche se non lo è davvero. Ha però quella tipica aria delle cose che si spezzano facilmente, che quando le maneggi stai male perché hai paura che ti si sbriciolino in mano se non gestisci ogni grammo di forza, energia potenziale contenuta nei tuoi polpastrelli, ma in realtà è lei che spezza le cose che tocca, anche con delicatezza. Ecco di cosa ho bisogno. Di dormire un altro po’. Lei dice sempre questo genere di cose e lo fa mentre è in cucina o chessoio le dice mentre sta mangiando dei biscotti. E’ un po’ come se uno ti desse un cazzotto mentre ti stai lavando i denti. Solo che è più come un colpo di pistola, che poi è quello che pensa quando dice - Vado a letto e se non mi sveglio, lasciami dormire. Io non dico nulla. Non ti adombrare dice lei, non fa nulla.

Il giorno dell’ira, quel giorno che

dissolverà il mondo terreno in cenere

come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà

quando il giudice giungerà

a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono stupefacente

tra i sepolcri del mondo

spingerà tutti davanti al trono.

La Morte si stupirà, e la Natura

quando risorgerà ogni creatura

per rispondere al giudice.

Sarà prodotto il libro scritto

nel quale è contenuto tutto,

dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,

ogni cosa nascosta sarà svelata,

niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,

chi chiamerò a difendermi,

quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?

Re di tremendo potere,

tu che salvi per grazia chi è da salvare,

salva me, fonte di pietà.

Ricorda, o pio Gesù,

che io sono la causa del tuo viaggio;

non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Cercandomi ti sedesti stanco,

mi hai redento con il supplizio della Croce:

che tanto sforzo non sia vano!

Giusto giudice di retribuzione,

concedi il dono del perdono

prima del giorno della resa dei conti.

Comincio a gemere come un colpevole,

per la colpa è rosso il mio volto;

risparmia chi ti supplica, o Dio.

Tu che perdonasti Maria di Magdala,

tu che esaudisti il buon ladrone,

anche a me hai dato speranza.

Le mie preghiere non sono degne;

ma tu, buon Dio, con benignità fa’

che io non sia arso dal fuoco eterno.

Assicurami un posto fra le pecorelle,

e tienimi lontano dai caproni,

ponendomi alla tua destra.

Una volta smascherati i malvagi,

condannati alle fiamme feroci,

chiamami tra i benedetti.

Prego supplice e in ginocchio,

il cuore contrito, come ridotto a cenere,

prenditi cura del mio destino.

Giorno di lacrime, quello,

quando risorgerà dalla cenere

Il peccatore per essere giudicato.

perdonalo, o Dio:

Pio Signore Gesù,

dona a loro la pace. Amen.

Pannelli fotovoltaiciD. chiese ad M. di accostare lungo la strada. Quando la macchina fu ferma D. notò il grande cartello di poliespanso che riportava in una variante rozza di Verdana corsivo il nome Persepolis. Nuova Apertura, ristorante. D. scese mentre M. guardava fisso in un punto intermedio tra il volante e l’orizzonte. D. si rivolse a M. con un tono di complicità che tradiva una certa impazienza. -Scendi, cazzo. E guarda.- …- Un campo di pannelli solari, recintati, con tanto di telecamere di sorveglianza.Una filza di lampioni tingevano il campo di una luce bianca e sintetica. L’umidità creava delle aureole attorno alle teste dei lampioni, ripiegate a L sul campo. - Come funzioneranno quei lampioni?- Sono collegati ai pannelli.- …- I lampioni caricano i pannelli e i pannelli alimentano i lampioni.- Dici che funzioni così?- Penso di sì.M. si girò e fece per andare verso la macchina. D. gli appoggiò una mano sulla spalla, che M. ritrasse istintivamente, come se fosse stato toccato da qualcosa di viscido. Allora D. lo afferrò e gli mise un braccio sulla spalla. Allineati alla strada che tagliava in due lo spazio e li divideva dal campo se ne stettero in silenzio per alcuni secondi che si distesero alla maniera in cui si distendono le cose a lungo pressate in uno spazio angusto.- Guarda. La strada era deserta,  i pannelli fotovoltaici non emettevano rumore. Attorno la campagna era un ferro di cavallo buio. 

Pannelli fotovoltaici

D. chiese ad M. di accostare lungo la strada. Quando la macchina fu ferma D. notò il grande cartello di poliespanso che riportava in una variante rozza di Verdana corsivo il nome Persepolis. Nuova Apertura, ristorante. D. scese mentre M. guardava fisso in un punto intermedio tra il volante e l’orizzonte.
D. si rivolse a M. con un tono di complicità che tradiva una certa impazienza.
-Scendi, cazzo. E guarda.
- …
- Un campo di pannelli solari, recintati, con tanto di telecamere di sorveglianza.
Una filza di lampioni tingevano il campo di una luce bianca e sintetica. L’umidità creava delle aureole attorno alle teste dei lampioni, ripiegate a L sul campo.
- Come funzioneranno quei lampioni?
- Sono collegati ai pannelli.
- …
- I lampioni caricano i pannelli e i pannelli alimentano i lampioni.
- Dici che funzioni così?
- Penso di sì.

M. si girò e fece per andare verso la macchina. D. gli appoggiò una mano sulla spalla, che M. ritrasse istintivamente, come se fosse stato toccato da qualcosa di viscido. Allora D. lo afferrò e gli mise un braccio sulla spalla. Allineati alla strada che tagliava in due lo spazio e li divideva dal campo se ne stettero in silenzio per alcuni secondi che si distesero alla maniera in cui si distendono le cose a lungo pressate in uno spazio angusto.
- Guarda.
La strada era deserta,  i pannelli fotovoltaici non emettevano rumore. Attorno la campagna era un ferro di cavallo buio.

 

Il jave
Quando sei piccolo pensi che tutto sommato non c’è niente che possa ucciderti, guardi i tuoi compagni e sai che quando sarete grandi farete qualcosa di importante. Il tempo senza un metronomo è un apparato effimero.
Alla domanda Cosa fai nella vita? rispondo prosaico e sarcastico Sopravvivo. L’unica volta che è successo che mi emancipassi da questo triste rituale di appartenenza al personaggio (che si esplica attraverso un ricorso sistematico a frasi standard) fu con questa ragazza.Lei incalzò dicendo In attesa di cosa? e io risposi In attesa di trovare qualcosa di più interessante di sopravvivere. 
…Condanna tutti e si burla di pochi. 
Il jave venne portato lontano dai due ragazzi e adagiato sul letto.
La carne sfrigolava sulla superficie graffiata della padella. La cappa aspirava parte dell’odore, parte dell’odore arrivava alle narici del jave.
Korit accese la televisione e si stravaccò sul divano. Il divano era a forma di L. Il lato più corto era occupato quasi interamente da Korit. Dall’alto si intuiva che Korit non era poi così massiccio come invece lo scorcio frontale poteva fare intuire. La sua ombra era completamente racchiusa sotto il Suo corpo. Poi il jave con uno sbuffo mosse la lampada, rimpallando l’ombra di Korit da una parte all’altra della Sua. Come se il jave avesse intuito prima di noialtri una parte cospicua del problema.
L’ altro ragazzo, sulla ventina, sa di mais e olio d’oliva, ha i capelli radi che porta pettinati da una parte; sono sottili come filamenti di miosina, lasciano intravedere bianche porzioni di cuoio capelluto e danno al suo volto, compromesso dall’Abuso,  un aspetto teschiato; ha l’alito pesante e gambe lunghe in rapporto al resto del corpo. Da dietro alla libreria si vede spuntare solo una testa che farebbe a pensare a un corpo diverso.
Dentro la pancia del jave non so mai cosa scrivere. Eppure lo faccio, perché mi sento in dovere di farlo. So benissimo che si vede. Lui lo sente. Come lo vedete voi, lo vedo anch’io. La cosa mi rende triste, anche se credo di non poterci fare niente a questo punto. La cosa va avanti da troppo tempo. E’ cronicizzata. Non dipende da me. Non credo almeno. Non ho ragione di accusarmi. Sono sfortunato, questo pare. La giornata di ieri è stata molto stancante, anche se abbastanza noiosa. Ho incontrato 3 amici: uno, a dire il vero, è un conoscente che nutre poca stima nei miei confronti.
Vorrei essere più bravo a non farmi toccare dal giudizio delle persone che mi fanno una buona impressione e dovrei, al contempo, imparare ad inibire la mia propensione a dare giudizi avventati. Nel caso si tratti di impressioni eccessivamente positive devo riuscire a catalogarle come banali infatuazioni.
Delle donne amo solo l’aspetto. Non so niente dell’eterno femminino.Una donna particolarmente bella possiede qualità di gran lunga superiori ad un uomo colto. 
Ora, non voglio che si abbia di me l’idea di un maschilista, tanto meno vorrei apparirvi un superficiale, né cerco di nascondermi dietro allo stereotipo dell’esteta decadente.
Sappiate che mi ritengo una persona mediamente intelligente. Anche se temo che quest’ultima affermazione sia particolarmente aleatoria. Conosco cose tipo il cluster microtonale. Solitamente me ne vengo fuori con informazioni peculiari fuori contesto e apparentemente senza motivo  più che altro per dare una certa idea di me, per dare lustro alla patina, per sembrare una persona particolare. In genere queste uscite d’amblè fanno credere alla gente che io sia più intelligente di quanto in realtà non sia veramente. E’ uno dei tanti stratagemmi che metto in atto per fare colpo sulle persone.
Il parcheggio sotto casa mia è pieno: per questo ho dovuto parcheggiare in una laterale.
Se non ti ho risposto subito è perché stavo studiando. Ero immerso nella tesi per laurearmi. E per scrollarmi di dosso lo sporco.
All’orale sarebbe andata bene: avrei dissertato con i professori di Nazismo, gesto creativo, sublimazione e frustrazione. Tutte cose che conoscevo bene.
La verità è un’altra. Non sapevo di cosa, ma avevo bisogno come tutti di innamorarmi.
Poi arrivarono, in rapida successione, un po’ di cose.
La volontà di potenza. La sovra-stimolazione.
Prendere le distanze da se stessi.
Volontà di potenza. Desiderio di sopraffazione (la potenza è per natura “relativa”) e\o miglioramento?
Morale cristiana da avversare. Morale cristiana da difendere.
Filosofia vs Teologia.
Ma che ca@#o scrivo?
Mi ricordo di essere passato in bici davanti a un campo da calcetto: era vuoto e c’era freddo, il suolo sintetico era spazzato da raffiche di vento che arrivavano in serie di tre\quattro alla volta. Negli intervalli tra una raffica e l’altra la sabbia sembrava un’interferenza sul verde lucido e sintetico del campo.
Non c’è nient’altro che mi venga in mente al momento a riguardo, e capisco quelli che penseranno che questo aneddoto incompleto ha il sapore di una beffa, ma in realtà nasconde una verità che va al di là semantica. Ma anche al di qua. Su per giù. Il jave, unto e carnoso, sbuffa e guarda la sua ombra ballonzolare. Lui Lo sa.Questo è certo. 

Il jave

Quando sei piccolo pensi che tutto sommato non c’è niente che possa ucciderti, guardi i tuoi compagni e sai che quando sarete grandi farete qualcosa di importante. Il tempo senza un metronomo è un apparato effimero.

Alla domanda Cosa fai nella vita? rispondo prosaico e sarcastico Sopravvivo. L’unica volta che è successo che mi emancipassi da questo triste rituale di appartenenza al personaggio (che si esplica attraverso un ricorso sistematico a frasi standard) fu con questa ragazza.
Lei incalzò dicendo In attesa di cosa? e io risposi In attesa di trovare qualcosa di più interessante di sopravvivere. 

…Condanna tutti e si burla di pochi. 

Il jave venne portato lontano dai due ragazzi e adagiato sul letto.

La carne sfrigolava sulla superficie graffiata della padella. La cappa aspirava parte dell’odore, parte dell’odore arrivava alle narici del jave.

Korit accese la televisione e si stravaccò sul divano. Il divano era a forma di L. Il lato più corto era occupato quasi interamente da Korit. Dall’alto si intuiva che Korit non era poi così massiccio come invece lo scorcio frontale poteva fare intuire. La sua ombra era completamente racchiusa sotto il Suo corpo. Poi il jave con uno sbuffo mosse la lampada, rimpallando l’ombra di Korit da una parte all’altra della Sua. Come se il jave avesse intuito prima di noialtri una parte cospicua del problema.

L’ altro ragazzo, sulla ventina, sa di mais e olio d’oliva, ha i capelli radi che porta pettinati da una parte; sono sottili come filamenti di miosina, lasciano intravedere bianche porzioni di cuoio capelluto e danno al suo volto, compromesso dall’Abuso,  un aspetto teschiato; ha l’alito pesante e gambe lunghe in rapporto al resto del corpo. Da dietro alla libreria si vede spuntare solo una testa che farebbe a pensare a un corpo diverso.


Dentro la pancia del jave non so mai cosa scrivere. Eppure lo faccio, perché mi sento in dovere di farlo. So benissimo che si vede. Lui lo sente. Come lo vedete voi, lo vedo anch’io. La cosa mi rende triste, anche se credo di non poterci fare niente a questo punto. La cosa va avanti da troppo tempo. E’ cronicizzata. Non dipende da me. Non credo almeno. Non ho ragione di accusarmi. Sono sfortunato, questo pare. 
La giornata di ieri è stata molto stancante, anche se abbastanza noiosa. Ho incontrato 3 amici: uno, a dire il vero, è un conoscente che nutre poca stima nei miei confronti.

Vorrei essere più bravo a non farmi toccare dal giudizio delle persone che mi fanno una buona impressione e dovrei, al contempo, imparare ad inibire la mia propensione a dare giudizi avventati. Nel caso si tratti di impressioni eccessivamente positive devo riuscire a catalogarle come banali infatuazioni.

Delle donne amo solo l’aspetto. Non so niente dell’eterno femminino.Una donna particolarmente bella possiede qualità di gran lunga superiori ad un uomo colto. 

Ora, non voglio che si abbia di me l’idea di un maschilista, tanto meno vorrei apparirvi un superficiale, né cerco di nascondermi dietro allo stereotipo dell’esteta decadente.

Sappiate che mi ritengo una persona mediamente intelligente. Anche se temo che quest’ultima affermazione sia particolarmente aleatoria. Conosco cose tipo il cluster microtonale. Solitamente me ne vengo fuori con informazioni peculiari fuori contesto e apparentemente senza motivo  più che altro per dare una certa idea di me, per dare lustro alla patina, per sembrare una persona particolare. In genere queste uscite d’amblè fanno credere alla gente che io sia più intelligente di quanto in realtà non sia veramente. E’ uno dei tanti stratagemmi che metto in atto per fare colpo sulle persone.

Il parcheggio sotto casa mia è pieno: per questo ho dovuto parcheggiare in una laterale.

Se non ti ho risposto subito è perché stavo studiando. Ero immerso nella tesi per laurearmi. E per scrollarmi di dosso lo sporco.

All’orale sarebbe andata bene: avrei dissertato con i professori di Nazismo, gesto creativo, sublimazione e frustrazione. Tutte cose che conoscevo bene.

La verità è un’altra. Non sapevo di cosa, ma avevo bisogno come tutti di innamorarmi.

Poi arrivarono, in rapida successione, un po’ di cose.

La volontà di potenza. La sovra-stimolazione.

Prendere le distanze da se stessi.

Volontà di potenza. Desiderio di sopraffazione (la potenza è per natura “relativa”) e\o miglioramento?

Morale cristiana da avversare. Morale cristiana da difendere.

Filosofia vs Teologia.

Ma che ca@#o scrivo?


Mi ricordo di essere passato in bici davanti a un campo da calcetto: era vuoto e c’era freddo, il suolo sintetico era spazzato da raffiche di vento che arrivavano in serie di tre\quattro alla volta. Negli intervalli tra una raffica e l’altra la sabbia sembrava un’interferenza sul verde lucido e sintetico del campo.

Non c’è nient’altro che mi venga in mente al momento a riguardo, e capisco quelli che penseranno che questo aneddoto incompleto ha il sapore di una beffa, ma in realtà nasconde una verità che va al di là semantica. Ma anche al di qua. Su per giù.

Il jave, unto e carnoso, sbuffa e guarda la sua ombra ballonzolare. Lui Lo sa.
Questo è certo. 

Ritratto di un amicoLa città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’èqualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hannofatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi cheridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora,abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: ese ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senzarammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo piùviverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atriodella stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirciproprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ognivolta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra esentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo piùragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormaipoche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e diombre.La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nellemattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione efuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivandoal mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suoodore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli dellepiante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata eradunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancorasepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sullepanchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio delgaloppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno unquarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di nevema chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta allacollina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, erisplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiumescorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, lacittà può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma èun’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è lamalinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in unorizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche seè mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odorecupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amicoche abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa,aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nellostesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella cittàche gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunqueandiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a untratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svettodel cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo lasua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita lelunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinavaall’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della suacalligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, neisuoi versi, la città:Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiumeNella bella città, in mezzo a prati e colline,E la sfumano come un ricordo…I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo allacittà o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano beiversi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immaginedella nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui liascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: escoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,pesante e impoetica città si poteva fare poesia.Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e finoall’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degliadolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazioper studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziaresulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti frapigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di deciderese eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersia un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quandoacconsenti a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegatometicoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampiomargine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco enon dormiva mai.Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso adiventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come diragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancoranon ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario deisogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli osgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, unasola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi cichiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercatoaccanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece siera proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sottouna lampada che non fosse la sua.Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quandosi mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anchecomposto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamospinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi dimigliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieriimprecisi, le incoerenze.Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamoessere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi edisinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, enon ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamosofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come unamadre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; mapoteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e maivista prima, una persona magari veramente spregevole, lui simostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti.facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perchégli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai lasoddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivosi comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasseinvece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lospiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva diqualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, ela frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; manel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, escambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, masoltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezzadi costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, nonsi lasciava prendere in inganno.Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche ditaconcesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre iltabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco esubitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,un modo così’ brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nelsepararsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava.Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva allenostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’eranolontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito liinceneriva nel proprio pensiero.Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitavapresso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale luivoleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e sicomportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario ifigli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensavaanche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che sifaceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cositortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna sempliceconclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri edi principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietarglil’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita eimpossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo inlui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi eramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualchevolta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: manon ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: eaccadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’oradel nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, unmaestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene leassurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle qualiimprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi volutoinsegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementaree respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perchéquando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano ediceva che lui sapeva già tutto.Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato datravagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, lagentilezza d’un adolescente.Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutòin nulla le sue abitudini schive né la modestia della suaattitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suolavoro d’ogni giorno.Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva,con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, avolte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, chelampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato,significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena leaveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essanon gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, nonavevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo benedove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidianodell’esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questaera proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete eribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinatelontananze.E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembramolto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido manon luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come unastrada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai vialifolate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichidi sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, checuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, itavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque diquel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressidella stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesiaantica, di molti e molti anni prima:
Non sarà necessario lasciare il letto.Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.Basterà la finestra a vestire ogni cosaD’un chiarore tranquillo, quasi una luce.Poserà un’ombra scarna sul volto supino.I ricordi saranno dei grumi d’ombraAppiattati così come vecchia braceNel camino. Il ricordo sarà la vampaChe ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osteriesulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce,cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie,l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, almargine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava.Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte disettembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tantianni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Comesuccede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’unocon l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua manieramisteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che maipresente, su quella proda della collina.Ogni occhiata che torna, conserva un gustoDi erba e cose impregnate di sole a seraSulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.Come mare notturno è quest’ombra vagaDi ansie e brividi antichi, che il cielo sfioraE ogni sera ritorna. Le voci morteAssomigliano al frangersi di quel mare.
"…Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché nonsapevamo essere, come lui, sobri,né come lui modesti,né come lui generosie disinteressati.”
(Natalia Ginzburg, “Ritratto di un amico”; scritto a Roma nel 1957, uscito su “Radiocorriere”)

Ritratto di un amico

La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’è
qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno
fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.
Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi che
ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora,
abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: e
se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza
rammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più
viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio
della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci
proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni
volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e
sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più
ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,
nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai
poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di
ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle
mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e
fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando
al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo
odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,
che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle
piante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata e
radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora
sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle
panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio del
galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un
quarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di neve
ma chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta alla
collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,
che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, e
risplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiume
scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la
città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è
un’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la
malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un
orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se
è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore
cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico
che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa,
aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello
stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città
che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque
andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un
tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,
la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.
L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;
si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svetto
del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la
sua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita le
lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava
all’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua
calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei
suoi versi, la città:
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo…
I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla
città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei
versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immagine
della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li
ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e
scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,
pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino
all’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli
adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio
per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare
sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra
pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere
se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi
a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando
acconsenti a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato
meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio
margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e
non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,
che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a
diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di
ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora
non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei
sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,
con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o
sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una
sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,
di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci
chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato
accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si
era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto
una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quando
si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche
composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.
Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo
spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di
migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri
imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo
essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e
disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e
non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo
sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una
madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma
poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai
vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si
mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti.
facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,
antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché
gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la
soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo
si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse
invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo
spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di
qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e
la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma
nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e
scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma
soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza
di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non
si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita
concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il
tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e
subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,
un modo così’ brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,
lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel
separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava.
Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle
nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:
perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano
lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li
inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava
presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui
voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,
nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i
figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava
anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si
faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice
conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e
di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli
l’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e
impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in
lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e
ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche
volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma
non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora
del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un
maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le
assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali
imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto
insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare
e respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perché
quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da
travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la
gentilezza d’un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò
in nulla le sue abitudini schive né la modestia della sua
attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo
lavoro d’ogni giorno.
Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva,
con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a
volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che
lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato,
significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:
perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le
aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,
non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non
avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,
mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene
dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano
dell’esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.
Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa
era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e
ribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate
lontananze.
E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra
molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma
non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una
strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali
folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi
di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che
cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i
tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di
quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi
della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,
come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia
antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie
sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce,
cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie,
l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al
margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di
settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti
anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come
succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,
cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno
con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera
misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai
presente, su quella proda della collina.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.


"…Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non
sapevamo essere, come lui, sobri,
né come lui modesti,
né come lui generosi
e disinteressati.”

(Natalia Ginzburg, “Ritratto di un amico”; scritto a Roma nel 1957, uscito su “Radiocorriere”)