Una fiaba piena di refusi marini
C’era una volta una peral che era diversa da una perla perché non brillava per niente, anzi era piuttosto opaca. Però c’era da dire che senza rendersene conto quella specie di perla rifletteva moltissimo proprio a causa di quella innata scarsa lucentezza. Queste sue riflessioni, che avvenivano generalmente - o meglio, ovviamente e profondamente, all’interno dell’oscurità totale della propria conchiglia: una conchiglia proprio identica a quella di un noto marchio di carburanti che si chiama per l’appunto Conchiglia - l’avevano resa eccezionalmente brava a raccontare queste riflessioni alle altre perle che erano sì riflettenti, ma solo nel senso della fisica ottica. Inizialmente le cose non andavano bene per la peral per via della sua opacità e del suo nome, le altre perle la prendevano un sacco in giro e dicevano cose tipo: - Sei una pera a cui è attaccata una cosa molle, indicando il piccolo frenulo che come un chewing-gum la teneva stretta alla valva inferiore della propria conchiglia. Quel tuo frenulo di pelle sembra proprio proprio una elle, canticchiavano in coro al ritmo di una diabolica samba corallina. In quel periodo dolorosissimo della propria vita di perla, la nostra peral, a parte odiare profondamente la samba e il ballo più in generale, e iniziare ad ascoltare del metal assolutamente fondamentalista con il doppio pedale e il raid in sessantaquattresimi (roba da invasati talebani del disagio, roba con nomi terrificanti tipo Cruel Pearls Vomits o Water Death Shells o Abyss Annhilator, per arrivare in un certo periodo - che immaginato come la porzione di una funzione gaussiana tracciata su un grafico cartesiano corrisponde alla parte più alta della curva dell’onda o, in questo caso, più coerentemente, la più profonda - come in ogni processo conoscitivo serio, a picchi di estremismo black abyss-metal talmente fondamentalista da aggravare dissidi interiori e familiari contribuendo alla solitudine abissale della nostra povera peral, che portava il nostro piccolo bivalve a chiudersi sia fisicamente che animicamente nella valva della valva della valva del proprio io (e della propria camera corallina), nella quale ascoltava pezzi che apparivano, guardandoli appena sopra il pelo dell’acqua increspato, oleoso e ragnatelato dal sole, tutti identici gli uni agli altri, di certo tutti in MI, la cui narrazione musicale consisteva in un growlin oscuro e subacqueo praticamente ininterrotto, supportato da una batteria, una chitarra e un basso, la cui somma sonora risultava identica al rumore prodotto dal volo di un insetto corazzato di dimensioni abnormi: pezzi suonati, si fa per dire, per essere ascoltati a volumi assordanti, che trovavano la loro espressione più sintetica e sincera ed evocativa (ma anche invocativa) nei nomi dei gruppi stessi, roba tipo: Jesus Jellyfish is dead and re-dead o Blame The Pearlish Christ eaten by a Demon Shark etc. etc.). Fu allora che la nostra peral iniziò finalmente a riflettere, ma in modo diverso dalle altre perle, consapevolmente e verso l’interno. Tutta la propria luce vitale, trattenuta da quella invincibile natura (o era forse colpa della cultura?) ambratile (generata forse dal suo nome, ma non necessariamente), divenne così qualcosa di necessario tipo le branchie per un pesce. Fu a quel punto che iniziò a sfogarsi periodicamente con le poche perle che non prendevano in giro la peral per la sua opalescenza negativa e per il suo nome. Ma presto anche quelle poche perle che avevano deciso che la peral opaca era sì opaca, ma non levantina, decisero che tutta quella mucillaggine psicospirituale superwallaciana era troppa e la peral si trovò nuovamente sola. Terribilmente sola. Abissalmente sola. Lei e la sua elle di polpose proteine, dentro alla propria (quasi)impenetrabile doppia valva erano di nuovo totalmente, incommensurabilmente, proverbialmente (ma non avverbialmente) sole.
Successe allora che la peral si mise a studiare un sacco, un po’ di tutto, utilizzando un sistema di connessioni che da qualche anno univa tutti i molluschi del mondo, un sistema sofisticatissimo basato su un flusso enzimatico che in questa sede fiabesca non ha senso approfondire, perché è davvero complicatissimo e da un punto di vista tecnico piuttosto noioso e comunque ci vorrebbero almeno venti pagine di Wikipedia anche solo per avere un’infarinatura generale. Fatto sta, che compresa tanto la propria natura di struttura sferica costituita essenzialmente da carbonato di calcio in forma cristallina deposto in strati concentrici (e più precisamente, la cui formula chimica era CaCO+conchiolina+H2O; il cui sistema cristallino era ortorombico; la durezza secondo la scala di Mohs: 2,5-3,5; la densità: 2,6-2,8 g/cm³; sfaldatura assente e frattura irregolare; colore della polvere/striscio bianco; lucentezza madreperlacea e fluorescenza bianca), e prodotta dai tessuti viventi – in particolare dal mantello – dei molluschi, compreso che l’origine del proprio nome deriva dal latino “pernula”, il nome con cui si indicava la conchiglia che la contiene e la cui forma ricorda la “coscia del maiale”, compreso che la propria anima era qualcosa di potenzialmente pericoloso ed era per questo che era stato ricoperto da strati di madreperla (il termine “nacre”, sebbene più preciso, non le piaceva perché le suonava come qualcosa di ancora più doloroso e acre), compresa anche la propria struttura interna, studiato il sistema di fogli esagonali di aragonite (termine che invece le piaceva, per via della sua passione per il metal e il mondo fantasy in generale) che la componevano, insomma accettato di essere una sorta di volgare scarto palleale al cui interno pulsava un’anima “intrusa” di mollusco bivalve (quello che era considerato praticamente da tutto l’Oceano (e non solo) uno stupido bivalve tutto concentrato a stare senza fare nulla, anzi a fare senza soffrire: praticamente una specie di contadino leopardiano del fondo del mare), quanto il senso - o non senso - della staticità della propria esistenza, soffrì per un po’ (sul fondo del mare non è così chiara la distinzione giorno-notte e gli effetti sui pesci abissali sono complicati e fa sì che gli animali sul fondo del mare abbiamo problemi analoghi a quelli dei finlandesi) e poi accettò la morte - fosse essa naturale o violenta - e lo fece di buon grado. A quel punto, con animo atarassico (anche se la cosa era in un certo senso, perlomeno su piano linguistico, un vero e proprio controsenso), l’approccio romantico di certe perle che credevano di dover soffrire, amare e morire eroicamente, estratte con violenza dal proprio alveo, comprese anche quelle perle nichiliste che negavano tutto, oppresse dal non-senso dell’esistenza e alla fine comprese persino quelle odiose valve intellettuali-progressiste pseudodemocratiche e in un certo senso meccaniciste che credevano che la prosecuzione della vita fosse possibile solo attraverso la memoria altrui e per questo dedicavano tutta la propria vita bivalve per diventare la perla di una prestigiosa collana scrivendo su una rivista superintelletuale come il New Sheller. - Magari la perla di una collana di Audrey Hepburn sghignazza sommessamente fra sé e sé, producendo piccole bollicine che ascendevano in superficie come angioletti a 2 bit. Alla fine a lei non fregava molto di tutto questo. Voleva solo smetterla di pensare e iniziare a vivere un po’.
C’è da dire che la peral aveva ormai imparato a bastarsi da sola e non riusciva più a provare qualcosa assieme a qualcun altro. Ma raccontava, raccontava. E il cielo sopra il mare era un immenso braccio azzurro puffo, coccolava un sole rosso e frignante, lo teneva stretto a sé e sembrava dire - E’ così che va mia piccola stella, l’universo, le comete infuocate, la terra, i molluschi bivalve e anche tu, mio piccolo amore.





![Aster e MH
Questo brevissimo racconto è lo specchio della mia anima, oltre a un resoconto e una confessione, non tanto nei contenuti dei fatti, quanto nella forma che li raccoglie trasformando azioni ed eventi -ma anche le stesse omissioni di fatti e giudizi che rendono così esile questo testo- in in una serie di frammenti fotografici del mio interno, barocchismi dello spirito; intricate immagini estetiche. Se è vero che i vestiti in un certo senso spogliano l’uomo, mostrandone le fragilità interne, così la mia prosa vi dirà moltissimo di quello che sono, qui e ora, e forse per sempre. So benissimo che molti di voi stanno pensando che un incipit del genere è tanto indulgente quanto auto-assolutorio, un gonfio e maldestro esempio di ‘captatio benevoletiae’, ma è così che mi va di iniziare; in fondo desidero che Voi mi giudichiate anche per questo.
Per me che ci sono cresciuto, respirando estate dopo estate quella speciale forma di eterna immobilità che è tipica dei luoghi di villeggiatura, si tratta di qualcosa di più di un semplice punto nello spazio, sebbene, attenendosi ai fatti e alle definizioni, che sono rispettivamente il coperchio e la scatola delle emozioni umane, esso non è altro che il punto più alto di un paesino di montagna situato sulla linea di confine che separa il Veneto dal Friuli.
A sorvolarla la sua vallata appare come una gigantesca bocca squarciata, illuminata nei mesi invernali per non più di sei ore al giorno da un sole bianco e velato.
[…]
Guardate quella casa: un triangolo isoscele perfetto circondato da abeti scuri e silenziosi sulla sommità di un avvallamento boscoso, fitto di faggi selvatici e antiche felci, un solitario pino strobo che si erge come una vedetta sul lato ovest del giardino, una malconcia auracaria hierophylla a delimitare il perimetro ad est e nei punti dove la roccia carsificata lascia scivolare l’acqua: erba selvatica e mirtilli, piccole piante di fragole e ciclamini spontanei scolorati dall’ombra, tappeti di briofite e infine, grassi e tumorali, i bronchi infestanti dell’astredia.
Le case attorno, più recenti, costruite durante gli anni d’oro del Nord-Est, dai tetti di lamiera colorata, ora spenti e velati dagli anni, come lune silenziose, si dispongono, con i loro balconi traboccanti di camelie e azalee, rododendri effusivi e geranei argentini, attorno alla vecchia casa di famiglia, un pianeta opaco e morto, dove l’urlo di aiuto di un essere umano tornerebbe indietro dentro a una bottiglia piena di basse frequenze, come respinta al mittente da un mare grigio e silenzioso.
Questa è una delle ragioni per cui entrambi amiamo questa casa, un tempo appartenuta a mio padre, e primo ancora al suo.
Il cielo è un tessuto mangiato dalle tarme, ma la luce dietro è tenue mentre il buio inonda ogni cosa sotto le fitte chiome dei faggi selvatici.
Dovete sapere che non c’è niente di più denso di sapori di un fegato.
Ora vi chiedo di fare un esercizio mentale. Immaginate il corpo umano come una sterminata metropoli, orribilmente efficiente, in continua espansione: ogni processo, inarrestabile e incomprensibile ad ognuna delle sue parti, muta il senso di ogni cosa per diventare il Senso Ultimo. Avvicinatevi abbasando il vostro volo e andate alla ricerca delle fogne di questa città, dove tutto passa e viene filtrato, per poi tornare in circolo; cercate di visualizzarle: porte alte centinaia di piani, all’interno costruzioni in perenne rigenerazione; microscopici operai privati dell’oblio del sonno, bruciati da un calore che rende l’aria muco denso, ricostruiscono e distruggono tutto, scambiano, puliscono, rimpiazzano piccoli ingranaggi di enormi macchine che non possono essere mai spente, per morire impregnati di furibondo, insensato, vitale disprezzo, avvelenati da onde di dolore codificato, aminoacidi e tossine: l’immagine di un maiale che scivola urlante nel proprio sangue, il lento scaldarsi dell’acqua di una pentola dove si rannicchia terrorizzata un’aragosta.
Aster siede a un lato del tavolo di noce che trasforma il salotto in un’aureola e MH all’altro: è girato verso la finestra alle sue spalle, un braccio attorcigliato allo schienale della sedia. Ha un’aria dolce e trasognata e al tempo stesso annoiata e altera, un’espressione che è un po’ un marchio di fabbrica e un modo per procurarsi dei pasti per Aster ogni mese e al tempo stesso qualcosa che in fondo lo ha reso così solo e irraggiungibile dentro.
- Dovresti guardare tutto come In e Out. E’ necessario uscire e cercare qualcosa per poter scrivere buona musica, altrimenti prima o poi ti troverai ad ascoltare solo il suono circolare della tua anima e rimarrai prosciugato.
Il piatto traboccante di Aster che sembra un piattino da dolce mentre MH ha gli occhi aperti e non guarda nulla, confonde le parole dei propri pensieri con quelle di Shine On Your Crazy Diamond, che escono da un Fender Twin, un tempo usato per suonare; la superficie del fegato di un marrone bruciato e l’odore acre del Male combusto che si avvolge come un parassita all’aria e diventa un tuttuno con l’aroma della resina di abete che arriva dal camino.
A pensarci bene, ma forse soltanto a saperlo, Aster ha proprio la faccia da cannibale, con quella sua pelle spessa e i capelli bruciati, gli occhi sporgenti, gialli e liquidi, la testa piccola su di un corpo teso e spigoloso.
Ora sono uno a fianco all’altro e guardano dentro al lavello. La luce della stanza è bassa e sulle mattonelle bianche si disegna un volto sorridente. MH ha coperto l’unica lampadina funzionante con una scatola di the, dopo averla ricoperta di carta stagnola e averla bucata disegnandoci sopra una faccia sorridente; ora quel ghigno, reso gigantesco dalla prospettiva, è proiettato sul muro della cucina.
Una pila di piatti e pentole emergono dall’acqua marrone di una delle due vasche del lavello, sulla sinistra un piatto sporco di tuorlo d’uovo, rosso e incrostato, le posate disposte sulle sei.
- Ti piace sentire il sapore del male.
- Gli odori e i sapori che ci sono in un fegato umano sono infiniti. Una delle poche cose, forse l’unica, che mi sorprende ancora. Che mi permette di vivere il presente.
Per molte culture l’uovo è il simbolo dell’anima.
La volta del cielo è liscia e silenziosa, appena sopra lo zig-zag buio degli abeti; Lei non da mai giudizi, mentreinvece sotto terra tutto marcisce; tanto l’anima non è qui.
E’ dappertutto.
Davvero.](http://25.media.tumblr.com/tumblr_ma43fdvme01qemygpo1_500.jpg)
![Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam“Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso.”Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre. Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire. Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso. Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno. Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. E poi sarà mattina.Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. Tesoro come stai? Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. Bene. Lo dirò baciandoti. Perché? “Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me”. 0:38:00http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related](http://24.media.tumblr.com/tumblr_m25gvutg2k1qemygpo1_500.jpg)



