Dead Meat

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam“Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso.”Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre. Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire. Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso. Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. E poi sarà mattina.Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. Tesoro come stai? Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. Bene. Lo dirò baciandoti. Perché? “Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me”. 0:38:00http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related  

Il Metodo Chewbacca, l’Aringa Rossa e il Rasoio di Occam


“Ie cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso.”

Ho seguito per minuti interminabili i marosi che assaltano gli scogli. Poi ho cambiato canale e ho premuto il bottone che ti fa fuggire dall’antenna. E’ fatto grosso modo così:[-]>. L’ultimo fotogramma prima che un turbine di particelle iper-nitide mi porti nel mondo Playstation è una ragazza giapponese che indossa un kimono tradizionale. Sembra una farfalla. Per ogni politico che muore si accenderà un cero. Inizio a giocare a Fallout New Vegas.
Il tuo corpo è molle ed è l’espressione della tua anima. Il tuo corpo arrossato ha degli sfoghi continui sulle braccia. Sono grasse e molli. Quando le apri - e so bene che non lo fai mai in segno di resa, perché hai cuore di arrenderti - non vedo un cristo crocifisso, ma solo ventagli di carne penzolante. Hai un culo lungo, il tipico culo emiliano. Da quando l’hai concesso ad altri non è più la stessa cosa. Non c’è più niente che sia la stessa cosa. Stai invecchiando come il mondo, le tue parole sono come le notti che si avvicendano fottendosene delle notti passate. Occhi senza luna. Non sei grassa, sei solo cadente. Dai soddisfazione a chi ti pare. Leggi cose giudicando come ti ho insegnato e ora sai cosa rispondere. Avevo un pappagallo rosso come il sole. L’avevo chiamato El Pasolino. 
Non gli ho dato mangiare per un anno. Mia cara Martina, se solo sapessi quanto puzza il tuo odore. Acre e ormonale come quello di un negro, esotico come la passione per i contadini del grande - Lode a Lui in Persona - defunto Pierpaolo. Il tuo è un odore carnale che mi uccide i pensieri, quando fuori dalla finestra i bambini impazziti come grilli tracciano percorsi inutili nei campi verdi come fosforo nel cielo stellato, i bambini sono stelle brucianti mentre io e te siamo al massimo brace che ribolle in profondità, un rosso arancio che pulsa intermittente, respira e boccheggia in attesa che qualcuno pulisca il camino. La notte non mi lasci nemmeno dormire, russi come un maiale, borbogli come schiuma sulla riva, senza pace, l’algoritmo unto di un incosciente egoismo: uno specchio che la sabbia assorbe, che vibra come un tuorlo anemico sulla riva del letto. Nel dormiveglia sono certo di avere a fianco un leone marino. Sono terrorizzato all’idea che tu possa toccarmi: è per questo che mi rannicchio come un verme, aggrappo le mie zampine di volatile al precipizio del materasso. Sono cattivo ma ho bisogno di pace, di dormire almeno un po’. Smetterai o il sonno mi porterà via?
Il sonno mi regala immagini piene di speranza senza tempo e il letto è una zattera sollevata da ali dense. Oh, che bella che sei nella mia speranza. Fragile come ossa di scricciolo profumate di latte materno, forte come la stretta di mia nonna, mi accarezzi i capelli e mi dici sempre qualcosa di buono, come faceva mia nonna con i suoi silenzi nel profumo della cera appena data sui mobili. D’ebano e marmo il tuo corpo si muove e mi sferza, i miei palmi sono un corona attorno alla tua testa mentre ti scopo e ti apro le palpebre con le dita perché voglio che tu mi guardi mentre godi, occhi grandi come boschi, non schermati dal rosa fragile delle tue palpebre.
Il tuo corpo sul letto, fuori dal sogno, coperto da quell’involucro di insaccato che usi per nascondere la merda che ti si accumula nell’intestino, i tuoi piccoli occhi neri da tasso. La tua pelle ha l’odore acre delle bugie ripetute e diventate reali. Tu che rifuggi i miei baci e hai infilato la lingua in bocca ai miei migliori amici. I tuoi pensieri non nascosti da una folta criniera, quando siedi su quella scrivania da scribacchino vedo il bianco orrendo del tuo cranio mezzo pelato e provo orrore per tutto questo mondo che non so afferrare, fatto di bellezza sconfinata in perenne mutamento.
Non bevo e non mi drogo, troia. Non sono più il mentecatto che annaspa nei tuoi frullati di scioccaggini, Ozzy Osbourne che si muove a micropassettini vittima di una depressione cronica da abuso. Credimi quando ti dico che non ti serbo rancore se grazie a te le mie tasche si riempiono al contrario: forse i soldi mi avrebbero distratto da tutta questa magnifica arte viscerale che caco ogni giorno, ogni ora. Ogni minuto. A ritmo di FB, per rispettare le esigenze del sistema. Che andare contro al sistema lo sanno tutti che è una cagata. Ora sono finalmente affilato come le lame spioventi dei tetti d’inverno, tutto scivola prima di sciogliersi e il mio sdegno borghese se ne può andare affanculo. Ecco, forse mi sto riaddormentando, il suono cavernoso del tuo russare cinge l’acqua e naviga la zattera del nostro letto. Ti ho venduto assieme a cotone inglese e a grano fiammingo in cambio della gobba di un cammello che sarebbe comunque morto. Attraversare il deserto dipende da Dio. Dalla sua pietà. 
Ora penso solo alla bellezza. Uscirò dalla caverna del tuo cuore perché non ce la faccio più a sopportare quella puzza di merda a cui mi ero affezionato. 
Correvo lungo la rete di recinzione promettendo agli altri che sarei stato Johnny. L’asilo era un recinto dentro all’universo. Per anni ho cercato la mia Sabrina, ho capito che i bardotti mi avevano lasciato solo perché si erano  stufati della mia pesantezza: gli dava il mal di mare, e allora Dio mi ha concesso di trovare te. Tu che sei il mio tumore, che non ti possono amputare e quando ti bombardano con i raggi x esco fritto come un pancake lasciato troppo a lungo sulla padella. Tu che sei il mio vomito e il mio piccolo grande dolore quotidiano. Non l’ho chiesto io di nascere senza problemi, non l’ho chiesto io di avere solo dei falsi problemi. Io non lo mangio l’ultimo tortellone nel piatto, io me ne strafotto dei bambini dell’Africa. Io sono pieno di merda ma con un paio di clisteri e una moka da 12 so come risolvere il problema. Dopo mi sento come Dio. Vorrei spiegarlo a Dio come è Internet. Anch’io ce l’ho la mia schiera di angeli, hanno inventato tutti i gironi di questo paradiso di silicio: al mio fianco l’Arcangelo Page, l’Arcangelo Brin e anche l’Arcangelo Mark. No, qui non ce la passiamo bene. L’organizzazione di questo mondo di fibra ottica è complicata almeno quella del tuo vecchio mondo di corpi e ombre e c’è bisogno anche qui di una certa dose di sofferenza per essere felici. Ecco, il sonno mi abbandona di nuovo e fuori è quasi giorno. La stanza è impregnata dell’odore acre della tua pelle. Mi fanno male le dita tanto ho stretto forte il bordo del materasso per salvarmi da te. 
Il grido del sole è lontano, preavviso il bianco azzurro desktop che tinge il cielo e tu continui a russare senza pudore con gli sfinteri del culo rilassati e la puzza di merda che rimbalza ovunque, da un muro all’altro, con la lentezza ipnotica della pallina di Arkanoid all’inizio del primo livello. Aria fresca fuori dalla finestra sigillata dai doppi vetri anti-contagio isolano questa bestia di quarantena nel sonno semi-alato di un quarto di coscienza, la mia. 
La tua figa ormai cadente ha goduto con una montagna di cazzi, e ora vendi la tua animuccia cantando questo e quello per questo e per quello, con il talento tecnico di un attore. Vuoi che ti dica che ti manco, la verità è che sono legato a te come a una malattia terminale a cui mi sono rassegnato. Io sto tanto tempo nel mio terrario. Attraverso il plexiglas il mondo non mi può ferire.
Sono amici che si sentono dio i tuoi. Tutti si devono sentire dio per dare senso a tutto questo lanciarsi dardi infuocati addosso.
Ho scelto l’Achille di Benouville per il prossimo sogno.  
Ho l’ultimo sogno a portarmi via da te. 
E poi sarà mattina.
Ti girerai verso di me e con un filo di voce mi dirai. 
Tesoro come stai? 
Sbadigliando, destato dall’ultimo sogno profumato di rose selvatiche, verde come i miei occhi di malachite, infilerò la testa nel tuo collo dicendo. 
Bene. Lo dirò baciandoti. 
Perché?

 “Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo, che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui può ormai divenire un oggetto per me”. 

0:38:00
http://www.youtube.com/watch?v=rZXoinYCReE&feature=related 
 

Finestre e Mayfly Tutto là fuori sembra essere stato ingurgitato da quei grossi vermi della sabbia. Tutto qui dentro non ha più senso, almeno fino a domani. Tutto là fuori sembra che sia sempre nuovo: non riesco proprio a seguirlo. Tutto il sole che inonda le cose e che trapassa le cose. Sembra tutto trasparente come carta unta e non c’è cosa che non sia già conosciuta o misconosciuta o di là da venire. C’è sempre tutto. Tutte le scoperte del mondo non aggiusterebbero il mio cuore. Dice Lei. Qualcosa. Lei per me è bella, anche se non lo è davvero. Ha però quella tipica aria delle cose che si spezzano facilmente, che quando le maneggi stai male perché hai paura che ti si sbriciolino in mano se non gestisci ogni grammo di forza contenuto nei tuoi polpastrelli, ma in realtà è lei che spezza le cose che tocca, anche con delicatezza. Ecco di cosa ho bisogno. Di dormire un altro po’. Lei dice sempre questo genere di cose e lo fa mentre è in cucina o chessoio le dice mentre sta mangiando dei biscotti. E’ un po’ come se uno ti desse un cazzotto mentre ti stai lavando i denti. Solo che è più come un colpo di pistola, che poi è quello che pensa quando dice - Vado a letto e se non mi sveglio, lasciami dormire. Io non dico nulla. Non ti adombrare dice lei, non fa nulla.
Il giorno dell’ira, quel giorno che
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da Davide e dalla Sibilla.
Quanto terrore verrà
quando il giudice giungerà
a giudicare severamente ogni cosa.
La tromba diffondendo un suono stupefacente
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.
La Morte si stupirà, e la Natura
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.
Sarà prodotto il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
dal quale si giudicherà il mondo.
E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.
In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?
Re di tremendo potere,
tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fonte di pietà.
Ricorda, o pio Gesù,
che io sono la causa del tuo viaggio;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.
Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento con il supplizio della Croce:
che tanto sforzo non sia vano!
Giusto giudice di retribuzione,
concedi il dono del perdono
prima del giorno della resa dei conti.
Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa è rosso il mio volto;
risparmia chi ti supplica, o Dio.
Tu che perdonasti Maria di Magdala,
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.
Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, con benignità fa’
che io non sia arso dal fuoco eterno.
Assicurami un posto fra le pecorelle,
e tienimi lontano dai caproni,
ponendomi alla tua destra.
Una volta smascherati i malvagi,
condannati alle fiamme feroci,
chiamami tra i benedetti.
Prego supplice e in ginocchio,
il cuore contrito, come ridotto a cenere,
prenditi cura del mio destino.
Giorno di lacrime, quello,
quando risorgerà dalla cenere
Il peccatore per essere giudicato.
perdonalo, o Dio:
Pio Signore Gesù,
dona a loro la pace. Amen.

Finestre e Mayfly

Tutto là fuori sembra essere stato ingurgitato da quei grossi vermi della sabbia. Tutto qui dentro non ha più senso, almeno fino a domani. Tutto là fuori sembra che sia sempre nuovo: non riesco proprio a seguirlo. Tutto il sole che inonda le cose e che trapassa le cose. Sembra tutto trasparente come carta unta e non c’è cosa che non sia già conosciuta o misconosciuta o di là da venire. C’è sempre tutto. Tutte le scoperte del mondo non aggiusterebbero il mio cuore. Dice Lei. Qualcosa. Lei per me è bella, anche se non lo è davvero. Ha però quella tipica aria delle cose che si spezzano facilmente, che quando le maneggi stai male perché hai paura che ti si sbriciolino in mano se non gestisci ogni grammo di forza contenuto nei tuoi polpastrelli, ma in realtà è lei che spezza le cose che tocca, anche con delicatezza. Ecco di cosa ho bisogno. Di dormire un altro po’. Lei dice sempre questo genere di cose e lo fa mentre è in cucina o chessoio le dice mentre sta mangiando dei biscotti. E’ un po’ come se uno ti desse un cazzotto mentre ti stai lavando i denti. Solo che è più come un colpo di pistola, che poi è quello che pensa quando dice - Vado a letto e se non mi sveglio, lasciami dormire. Io non dico nulla. Non ti adombrare dice lei, non fa nulla.

Il giorno dell’ira, quel giorno che

dissolverà il mondo terreno in cenere

come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà

quando il giudice giungerà

a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono stupefacente

tra i sepolcri del mondo

spingerà tutti davanti al trono.

La Morte si stupirà, e la Natura

quando risorgerà ogni creatura

per rispondere al giudice.

Sarà prodotto il libro scritto

nel quale è contenuto tutto,

dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,

ogni cosa nascosta sarà svelata,

niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,

chi chiamerò a difendermi,

quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?

Re di tremendo potere,

tu che salvi per grazia chi è da salvare,

salva me, fonte di pietà.

Ricorda, o pio Gesù,

che io sono la causa del tuo viaggio;

non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Cercandomi ti sedesti stanco,

mi hai redento con il supplizio della Croce:

che tanto sforzo non sia vano!

Giusto giudice di retribuzione,

concedi il dono del perdono

prima del giorno della resa dei conti.

Comincio a gemere come un colpevole,

per la colpa è rosso il mio volto;

risparmia chi ti supplica, o Dio.

Tu che perdonasti Maria di Magdala,

tu che esaudisti il buon ladrone,

anche a me hai dato speranza.

Le mie preghiere non sono degne;

ma tu, buon Dio, con benignità fa’

che io non sia arso dal fuoco eterno.

Assicurami un posto fra le pecorelle,

e tienimi lontano dai caproni,

ponendomi alla tua destra.

Una volta smascherati i malvagi,

condannati alle fiamme feroci,

chiamami tra i benedetti.

Prego supplice e in ginocchio,

il cuore contrito, come ridotto a cenere,

prenditi cura del mio destino.

Giorno di lacrime, quello,

quando risorgerà dalla cenere

Il peccatore per essere giudicato.

perdonalo, o Dio:

Pio Signore Gesù,

dona a loro la pace. Amen.

Pannelli fotovoltaiciD. chiese ad M. di accostare lungo la strada. Quando la macchina fu ferma D. notò il grande cartello di poliespanso che riportava in una variante rozza di Verdana corsivo il nome Persepolis. Nuova Apertura, ristorante. D. scese mentre M. guardava fisso in un punto intermedio tra il volante e l’orizzonte. D. si rivolse a M. con un tono di complicità che tradiva una certa impazienza. -Scendi, cazzo. E guarda.- …- Un campo di pannelli solari, recintati, con tanto di telecamere di sorveglianza.Una filza di lampioni tingevano il campo di una luce bianca e sintetica. L’umidità creava delle aureole attorno alle teste dei lampioni, ripiegate a L sul campo. - Come funzioneranno quei lampioni?- Sono collegati ai pannelli.- …- I lampioni caricano i pannelli e i pannelli alimentano i lampioni.- Dici che funzioni così?- Penso di sì.M. si girò e fece per andare verso la macchina. D. gli appoggiò una mano sulla spalla, che M. ritrasse istintivamente, come se fosse stato toccato da qualcosa di viscido. Allora D. lo afferrò e gli mise un braccio sulla spalla. Allineati alla strada che tagliava in due lo spazio e li divideva dal campo se ne stettero in silenzio per alcuni secondi che si distesero alla maniera in cui si distendono le cose a lungo pressate in uno spazio angusto.- Guarda. La strada era deserta,  i pannelli fotovoltaici non emettevano rumore. Attorno la campagna era un ferro di cavallo buio. 

Pannelli fotovoltaici

D. chiese ad M. di accostare lungo la strada. Quando la macchina fu ferma D. notò il grande cartello di poliespanso che riportava in una variante rozza di Verdana corsivo il nome Persepolis. Nuova Apertura, ristorante. D. scese mentre M. guardava fisso in un punto intermedio tra il volante e l’orizzonte.
D. si rivolse a M. con un tono di complicità che tradiva una certa impazienza.
-Scendi, cazzo. E guarda.
- …
- Un campo di pannelli solari, recintati, con tanto di telecamere di sorveglianza.
Una filza di lampioni tingevano il campo di una luce bianca e sintetica. L’umidità creava delle aureole attorno alle teste dei lampioni, ripiegate a L sul campo.
- Come funzioneranno quei lampioni?
- Sono collegati ai pannelli.
- …
- I lampioni caricano i pannelli e i pannelli alimentano i lampioni.
- Dici che funzioni così?
- Penso di sì.

M. si girò e fece per andare verso la macchina. D. gli appoggiò una mano sulla spalla, che M. ritrasse istintivamente, come se fosse stato toccato da qualcosa di viscido. Allora D. lo afferrò e gli mise un braccio sulla spalla. Allineati alla strada che tagliava in due lo spazio e li divideva dal campo se ne stettero in silenzio per alcuni secondi che si distesero alla maniera in cui si distendono le cose a lungo pressate in uno spazio angusto.
- Guarda.
La strada era deserta,  i pannelli fotovoltaici non emettevano rumore. Attorno la campagna era un ferro di cavallo buio.

 

Il jave
Quando sei piccolo pensi che tutto sommato non c’è niente che possa ucciderti, guardi i tuoi compagni e sai che quando sarete grandi farete qualcosa di importante. Il tempo senza un metronomo è un apparato effimero.
Alla domanda Cosa fai nella vita? rispondo prosaico e sarcastico Sopravvivo. L’unica volta che è successo che mi emancipassi da questo triste rituale di appartenenza al personaggio (che si esplica attraverso un ricorso sistematico a frasi standard) fu con questa ragazza.Lei incalzò dicendo In attesa di cosa? e io risposi In attesa di trovare qualcosa di più interessante di sopravvivere. 
…Condanna tutti e si burla di pochi. 
Il jave venne portato lontano dai due ragazzi e adagiato sul letto.
La carne sfrigolava sulla superficie graffiata della padella. La cappa aspirava parte dell’odore, parte dell’odore arrivava alle narici del jave.
Korit accese la televisione e si stravaccò sul divano. Il divano era a forma di L. Il lato più corto era occupato quasi interamente da Korit. Dall’alto si intuiva che Korit non era poi così massiccio come invece lo scorcio frontale poteva fare intuire. La sua ombra era completamente racchiusa sotto il Suo corpo. Poi il jave con uno sbuffo mosse la lampada, rimpallando l’ombra di Korit da una parte all’altra della Sua. Come se il jave avesse intuito prima di noialtri una parte cospicua del problema.
L’ altro ragazzo, sulla ventina, sa di mais e olio d’oliva, ha i capelli radi che porta pettinati da una parte; sono sottili come filamenti di miosina, lasciano intravedere bianche porzioni di cuoio capelluto e danno al suo volto, compromesso dall’Abuso,  un aspetto teschiato; ha l’alito pesante e gambe lunghe in rapporto al resto del corpo. Da dietro alla libreria si vede spuntare solo una testa che farebbe a pensare a un corpo diverso.
Dentro la pancia del jave non so mai cosa scrivere. Eppure lo faccio, perché mi sento in dovere di farlo. So benissimo che si vede. Lui lo sente. Come lo vedete voi, lo vedo anch’io. La cosa mi rende triste, anche se credo di non poterci fare niente a questo punto. La cosa va avanti da troppo tempo. E’ cronicizzata. Non dipende da me. Non credo almeno. Non ho ragione di accusarmi. Sono sfortunato, questo pare. La giornata di ieri è stata molto stancante, anche se abbastanza noiosa. Ho incontrato 3 amici: uno, a dire il vero, è un conoscente che nutre poca stima nei miei confronti.
Vorrei essere più bravo a non farmi toccare dal giudizio delle persone che mi fanno una buona impressione e dovrei, al contempo, imparare ad inibire la mia propensione a dare giudizi avventati. Nel caso si tratti di impressioni eccessivamente positive devo riuscire a catalogarle come banali infatuazioni.
Delle donne amo solo l’aspetto. Non so niente dell’eterno femminino.Una donna particolarmente bella possiede qualità di gran lunga superiori ad un uomo colto. 
Ora, non voglio che si abbia di me l’idea di un maschilista, tanto meno vorrei apparirvi un superficiale, né cerco di nascondermi dietro allo stereotipo dell’esteta decadente.
Sappiate che mi ritengo una persona mediamente intelligente. Anche se temo che quest’ultima affermazione sia particolarmente aleatoria. Conosco cose tipo il cluster microtonale. Solitamente me ne vengo fuori con informazioni peculiari fuori contesto e apparentemente senza motivo  più che altro per dare una certa idea di me, per dare lustro alla patina, per sembrare una persona particolare. In genere queste uscite d’amblè fanno credere alla gente che io sia più intelligente di quanto in realtà non sia veramente. E’ uno dei tanti stratagemmi che metto in atto per fare colpo sulle persone.
Il parcheggio sotto casa mia è pieno: per questo ho dovuto parcheggiare in una laterale.
Se non ti ho risposto subito è perché stavo studiando. Ero immerso nella tesi per laurearmi. E per scrollarmi di dosso lo sporco.
All’orale sarebbe andata bene: avrei dissertato con i professori di Nazismo, gesto creativo, sublimazione e frustrazione. Tutte cose che conoscevo bene.
La verità è un’altra. Non sapevo di cosa, ma avevo bisogno come tutti di innamorarmi.
Poi arrivarono, in rapida successione, un po’ di cose.
La volontà di potenza. La sovra-stimolazione.
Prendere le distanze da se stessi.
Volontà di potenza. Desiderio di sopraffazione (la potenza è per natura “relativa”) e\o miglioramento?
Morale cristiana da avversare. Morale cristiana da difendere.
Filosofia vs Teologia.
Ma che ca@#o scrivo?
Mi ricordo di essere passato in bici davanti a un campo da calcetto: era vuoto e c’era freddo, il suolo sintetico era spazzato da raffiche di vento che arrivavano in serie di tre\quattro alla volta. Negli intervalli tra una raffica e l’altra la sabbia sembrava un’interferenza sul verde lucido e sintetico del campo.
Non c’è nient’altro che mi venga in mente al momento a riguardo, e capisco quelli che penseranno che questo aneddoto incompleto ha il sapore di una beffa, ma in realtà nasconde una verità che va al di là semantica. Ma anche al di qua. Su per giù. Il Jave, unto e carnoso, sbuffa e guarda la sua ombra ballonzolare. Lui Lo sa.Questo è certo. 

Il jave

Quando sei piccolo pensi che tutto sommato non c’è niente che possa ucciderti, guardi i tuoi compagni e sai che quando sarete grandi farete qualcosa di importante. Il tempo senza un metronomo è un apparato effimero.

Alla domanda Cosa fai nella vita? rispondo prosaico e sarcastico Sopravvivo. L’unica volta che è successo che mi emancipassi da questo triste rituale di appartenenza al personaggio (che si esplica attraverso un ricorso sistematico a frasi standard) fu con questa ragazza.
Lei incalzò dicendo In attesa di cosa? e io risposi In attesa di trovare qualcosa di più interessante di sopravvivere. 

…Condanna tutti e si burla di pochi. 

Il jave venne portato lontano dai due ragazzi e adagiato sul letto.

La carne sfrigolava sulla superficie graffiata della padella. La cappa aspirava parte dell’odore, parte dell’odore arrivava alle narici del jave.

Korit accese la televisione e si stravaccò sul divano. Il divano era a forma di L. Il lato più corto era occupato quasi interamente da Korit. Dall’alto si intuiva che Korit non era poi così massiccio come invece lo scorcio frontale poteva fare intuire. La sua ombra era completamente racchiusa sotto il Suo corpo. Poi il jave con uno sbuffo mosse la lampada, rimpallando l’ombra di Korit da una parte all’altra della Sua. Come se il jave avesse intuito prima di noialtri una parte cospicua del problema.

L’ altro ragazzo, sulla ventina, sa di mais e olio d’oliva, ha i capelli radi che porta pettinati da una parte; sono sottili come filamenti di miosina, lasciano intravedere bianche porzioni di cuoio capelluto e danno al suo volto, compromesso dall’Abuso,  un aspetto teschiato; ha l’alito pesante e gambe lunghe in rapporto al resto del corpo. Da dietro alla libreria si vede spuntare solo una testa che farebbe a pensare a un corpo diverso.


Dentro la pancia del jave non so mai cosa scrivere. Eppure lo faccio, perché mi sento in dovere di farlo. So benissimo che si vede. Lui lo sente. Come lo vedete voi, lo vedo anch’io. La cosa mi rende triste, anche se credo di non poterci fare niente a questo punto. La cosa va avanti da troppo tempo. E’ cronicizzata. Non dipende da me. Non credo almeno. Non ho ragione di accusarmi. Sono sfortunato, questo pare. 
La giornata di ieri è stata molto stancante, anche se abbastanza noiosa. Ho incontrato 3 amici: uno, a dire il vero, è un conoscente che nutre poca stima nei miei confronti.

Vorrei essere più bravo a non farmi toccare dal giudizio delle persone che mi fanno una buona impressione e dovrei, al contempo, imparare ad inibire la mia propensione a dare giudizi avventati. Nel caso si tratti di impressioni eccessivamente positive devo riuscire a catalogarle come banali infatuazioni.

Delle donne amo solo l’aspetto. Non so niente dell’eterno femminino.Una donna particolarmente bella possiede qualità di gran lunga superiori ad un uomo colto. 

Ora, non voglio che si abbia di me l’idea di un maschilista, tanto meno vorrei apparirvi un superficiale, né cerco di nascondermi dietro allo stereotipo dell’esteta decadente.

Sappiate che mi ritengo una persona mediamente intelligente. Anche se temo che quest’ultima affermazione sia particolarmente aleatoria. Conosco cose tipo il cluster microtonale. Solitamente me ne vengo fuori con informazioni peculiari fuori contesto e apparentemente senza motivo  più che altro per dare una certa idea di me, per dare lustro alla patina, per sembrare una persona particolare. In genere queste uscite d’amblè fanno credere alla gente che io sia più intelligente di quanto in realtà non sia veramente. E’ uno dei tanti stratagemmi che metto in atto per fare colpo sulle persone.

Il parcheggio sotto casa mia è pieno: per questo ho dovuto parcheggiare in una laterale.

Se non ti ho risposto subito è perché stavo studiando. Ero immerso nella tesi per laurearmi. E per scrollarmi di dosso lo sporco.

All’orale sarebbe andata bene: avrei dissertato con i professori di Nazismo, gesto creativo, sublimazione e frustrazione. Tutte cose che conoscevo bene.

La verità è un’altra. Non sapevo di cosa, ma avevo bisogno come tutti di innamorarmi.

Poi arrivarono, in rapida successione, un po’ di cose.

La volontà di potenza. La sovra-stimolazione.

Prendere le distanze da se stessi.

Volontà di potenza. Desiderio di sopraffazione (la potenza è per natura “relativa”) e\o miglioramento?

Morale cristiana da avversare. Morale cristiana da difendere.

Filosofia vs Teologia.

Ma che ca@#o scrivo?


Mi ricordo di essere passato in bici davanti a un campo da calcetto: era vuoto e c’era freddo, il suolo sintetico era spazzato da raffiche di vento che arrivavano in serie di tre\quattro alla volta. Negli intervalli tra una raffica e l’altra la sabbia sembrava un’interferenza sul verde lucido e sintetico del campo.

Non c’è nient’altro che mi venga in mente al momento a riguardo, e capisco quelli che penseranno che questo aneddoto incompleto ha il sapore di una beffa, ma in realtà nasconde una verità che va al di là semantica. Ma anche al di qua. Su per giù.

Il Jave, unto e carnoso, sbuffa e guarda la sua ombra ballonzolare. Lui Lo sa.
Questo è certo. 


Ritratto di un amicoLa città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’èqualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hannofatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi cheridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora,abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: ese ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senzarammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo piùviverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atriodella stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirciproprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ognivolta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra esentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo piùragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormaipoche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e diombre.La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nellemattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione efuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivandoal mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suoodore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli dellepiante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata eradunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancorasepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sullepanchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio delgaloppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno unquarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di nevema chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta allacollina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, erisplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiumescorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, lacittà può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma èun’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è lamalinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in unorizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche seè mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odorecupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amicoche abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa,aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nellostesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella cittàche gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunqueandiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a untratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svettodel cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo lasua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita lelunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinavaall’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della suacalligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, neisuoi versi, la città:Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiumeNella bella città, in mezzo a prati e colline,E la sfumano come un ricordo…I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo allacittà o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano beiversi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immaginedella nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui liascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: escoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,pesante e impoetica città si poteva fare poesia.Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e finoall’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degliadolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazioper studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziaresulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti frapigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di deciderese eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersia un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quandoacconsenti a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegatometicoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampiomargine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco enon dormiva mai.Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso adiventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come diragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancoranon ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario deisogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli osgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, unasola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi cichiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercatoaccanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece siera proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sottouna lampada che non fosse la sua.Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quandosi mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anchecomposto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamospinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi dimigliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieriimprecisi, le incoerenze.Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamoessere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi edisinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, enon ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamosofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come unamadre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; mapoteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e maivista prima, una persona magari veramente spregevole, lui simostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti.facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perchégli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai lasoddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivosi comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasseinvece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lospiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva diqualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, ela frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; manel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, escambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, masoltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezzadi costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, nonsi lasciava prendere in inganno.Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche ditaconcesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre iltabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco esubitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,un modo così’ brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nelsepararsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava.Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva allenostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’eranolontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito liinceneriva nel proprio pensiero.Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitavapresso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale luivoleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e sicomportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario ifigli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensavaanche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che sifaceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cositortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna sempliceconclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri edi principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietarglil’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita eimpossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo inlui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi eramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualchevolta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: manon ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: eaccadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’oradel nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, unmaestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene leassurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle qualiimprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi volutoinsegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementaree respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perchéquando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano ediceva che lui sapeva già tutto.Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato datravagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, lagentilezza d’un adolescente.Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutòin nulla le sue abitudini schive né la modestia della suaattitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suolavoro d’ogni giorno.Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva,con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, avolte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, chelampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato,significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena leaveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essanon gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, nonavevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo benedove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidianodell’esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questaera proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete eribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinatelontananze.E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembramolto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido manon luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come unastrada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai vialifolate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichidi sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, checuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, itavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque diquel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressidella stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesiaantica, di molti e molti anni prima:
Non sarà necessario lasciare il letto.Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.Basterà la finestra a vestire ogni cosaD’un chiarore tranquillo, quasi una luce.Poserà un’ombra scarna sul volto supino.I ricordi saranno dei grumi d’ombraAppiattati così come vecchia braceNel camino. Il ricordo sarà la vampaChe ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osteriesulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce,cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie,l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, almargine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava.Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte disettembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tantianni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Comesuccede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’unocon l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua manieramisteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che maipresente, su quella proda della collina.Ogni occhiata che torna, conserva un gustoDi erba e cose impregnate di sole a seraSulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.Come mare notturno è quest’ombra vagaDi ansie e brividi antichi, che il cielo sfioraE ogni sera ritorna. Le voci morteAssomigliano al frangersi di quel mare.
“…Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché nonsapevamo essere, come lui, sobri,né come lui modesti,né come lui generosie disinteressati.”
(Natalia Ginzburg, “Ritratto di un amico”; scritto a Roma nel 1957, uscito su “Radiocorriere”)

Ritratto di un amico

La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’è
qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno
fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.
Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi che
ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora,
abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: e
se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza
rammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più
viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio
della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci
proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni
volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e
sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più
ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,
nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai
poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di
ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle
mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e
fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando
al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo
odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,
che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle
piante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata e
radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora
sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle
panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio del
galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un
quarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di neve
ma chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta alla
collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,
che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, e
risplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiume
scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la
città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è
un’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la
malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un
orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se
è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore
cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico
che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa,
aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello
stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città
che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque
andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un
tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,
la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.
L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;
si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svetto
del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la
sua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita le
lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava
all’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua
calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei
suoi versi, la città:
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo…
I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla
città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei
versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immagine
della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li
ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e
scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,
pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino
all’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli
adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio
per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare
sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra
pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere
se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi
a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando
acconsenti a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato
meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio
margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e
non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,
che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a
diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di
ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora
non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei
sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,
con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o
sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una
sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,
di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci
chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato
accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si
era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto
una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quando
si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche
composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.
Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo
spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di
migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri
imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo
essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e
disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e
non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo
sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una
madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma
poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai
vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si
mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti.
facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,
antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché
gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la
soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo
si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse
invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo
spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di
qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e
la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma
nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e
scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma
soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza
di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non
si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita
concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il
tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e
subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,
un modo così’ brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,
lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel
separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava.
Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle
nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:
perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano
lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li
inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava
presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui
voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,
nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i
figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava
anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si
faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice
conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e
di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli
l’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e
impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in
lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e
ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche
volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma
non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora
del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un
maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le
assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali
imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto
insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare
e respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perché
quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da
travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la
gentilezza d’un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò
in nulla le sue abitudini schive né la modestia della sua
attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo
lavoro d’ogni giorno.
Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva,
con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a
volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che
lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato,
significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:
perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le
aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,
non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non
avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,
mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene
dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano
dell’esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.
Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa
era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e
ribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate
lontananze.
E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra
molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma
non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una
strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali
folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi
di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che
cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i
tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di
quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi
della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,
come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia
antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie
sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce,
cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie,
l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al
margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di
settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti
anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come
succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,
cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno
con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera
misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai
presente, su quella proda della collina.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.


“…Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non
sapevamo essere, come lui, sobri,
né come lui modesti,
né come lui generosi
e disinteressati.”

(Natalia Ginzburg, “Ritratto di un amico”; scritto a Roma nel 1957, uscito su “Radiocorriere”)


Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei la mia mattina. Dite il suo nome.(David Foster Wallace, “È tutto verde”, tratto da “La Ragazza Dai Capelli Strani”)

Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei la mia mattina. Dite il suo nome.
(David Foster Wallace, “È tutto verde”, tratto da “La Ragazza Dai Capelli Strani”)

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Ignori i limiti del controllo.
Ignori i limiti. 
Ignori.

Dijo a la lengua el suspiro 

échate a buscar palabras 

que digan lo que yo digo 

La noche del aguacero 

dime donde te metiste 

que no te mojaste el pelo. 

Del querer al no querer 

hay un camino muy largo, 

que todo el mundo recorre 

sin saber como ni cuando 

Que yo cantar no queria 

que nadie sabe la pena 

que me cuesta esta alegria 

Contra más hondo está el pozo 

más fresquita sale el agua 

contra más hablo contigo 

más dulces son tus palabras 

Yo soy como aquel buen viejo 

que está en medio del camino 

yo no me meto con nadie 

nadie se meta conmigo 

Porque te llamas Aurora 

me acuesto al venir el dia 

si te llamaras Angustias 

de pena me moriria 

Los sabios doctores dicen 

que la ausencia causa olvido 

yo soy aquel que no puede 

olvidar que te he querido 

Acuérdate cuando entences 

bajabas descalza a abrirme 

y ahora ya no me conoces 

Voy como si fuera preso: 

detrás camina mi sombra 

delante mi pensamiento 

Mi madre me lo decía: 

no quieras a esa mujer, 

mira si te conocía 

Tiro por la calle piedras 

y al que le dé que perdone 

tengo la cabeza loca 

por tantas cabilaciones 

Corazón mío no llores, 

no llores ni tengas pena, 

que si tú pasas fatigas 

otros arrastran cadenas. 

Adiós patio de la cárcel 

rincón de la barbería 

que al que no tiene dinero 

lo afeitan con agua fría. 

Ven acá y siéntate aquí 

tú en una piedra y yo en otra 

nos contaremos las penas 

que son largas y no son pocas. 

Sombra le peí a una fuente 

agua le pedí a un olivo 

me ha puesto a mí tu querer 

que no sé ni lo que digo. 

El que se tenga por grande 

que se vaya al cementerio 

y verá lo que es el mundo 

es un palmo de terreno. 

Hay gente que va diciendo 

que es dueña de la verdad 

la verdad no tiene dueño. 

Será que no sé contar 

que cuando cuento mis penas 

me salen penas de más 

será que me sobran penas. 

El espejo en que te miras 

te dirá como tú eres 

pero nunca te dirá 

los pensamientos que tienes. 

El tiempo se come al tiempo 

lo malo y lo bueno alternan 

vivamos todos los días 

y lo que viniere venga. 

Soy de la opinión del cuco 

pájaro que nunca anida 

pone el huevo en nido ajeno 

y otro pájaro lo cría. 

Ninguno hable mal del día 

hasta que la noche llegue 

yo he visto mañanas tristes 

tener las tardes alegres. 

Cada vez que considero 

que me tengo que morir 

tiendo una manta en el suelo 

y me harto de dormir. 

Cuando vayas a la iglesia 

ponte un velito en la cara, 

que los santos, con ser santos, 

de los altares se bajan. 

Cuando voy a confesar 

digo lo que me parece: 

nunca digo la verdad. 

Solamente con mirarte 

comprenderás que te quiero 

y también comprenderás 

que quiero hablarte y no puedo. 

Que nadie se llame a engaño 

todo el que vive por dentro 

por dentro se va matando. 

Para rey nació David 

para sabio Salomón 

para llorar Jeremías 

y para quererte yo. 

Tuve un momento en la noche 

que la muerte apetecía 

si Dios no me la mandaba 

no me la merecería.

Parola di Qoèlet,

figlio di Davide,

re di Gerusalemme. 

La morte arriva sempre prima delle cose non dette
Tutto deve essere disegnato a matita: interni, tasche, revers, fodere etc. Tutti devono apparire come disegnati a matita. La scena è pervasa da un senso di incompletezza, come un film a colori su uno schermo senza colori.

Dentro, zero.
Zadorine sente il bisogno di muoversi lungo un parallasse retorico alternativo: questo continuo ricorrere all’umorismo è poco spontaneo, falso, manipolatorio; non le fa paura l’idea di poter venire giudicata pesante. Così si alza. Fuori c’è il sole. Le finestre hanno le tapparelle abbassate per tre quarti e tra un listello e l’altro, in corrispondenza delle cerniere,  piccoli fori ellittici fanno filtrare colonne di luce polverescente. Uno specchio di epoca neoclassica con una cornice dorata è appeso sopra alla testata del letto matrimoniale. E’ tutto in ferro battuto, materasso e cuscini a parte. Al centro della testata liberty tutta curve, volute e torsioni floreali, un piatto in ceramica riporta le iniziali Z.L., decorate da foglie oleodipinte e bacche rosse terribilmente calligrafiche. Sul letto, con le gambe piegate a zeta rispetto al corpo di Z., L. dorme con un braccio disteso che sporge oltre l’estremità destra del materasso. Il pavimento è una macchia nera senza dimensioni.
Rimuginante.
Il salto della fede. Indiana Jones e l’ultima crociata. Nonostante la polvere e i sassolini, un abisso senza fondo è una prospettiva abbastanza intimorente a prescindere.
Criptico.
- Forse sapere che tuo fratello si trova dove si trova per aver…
- …
- E con questo arrivederci.
- Ma…
- Ho detto arrivederci.
Soggetto sottile.
Le mani di lui si portano simmetricamente alle orecchie. Si sfila gli occhiali e dopo averli appoggiati, con un gesto  in un certo senso rapido e preciso, in un altro, rigido e convulso, si strofina gli occhi, disegnando cerchi in senso antiorario intorno all’occhio destro, in senso orario intorno all’occhio sinistro. La bocca si apre e chiude rapidamente, per poi stringersi fino a far sparire le labbra. Emette un sospiro, subito troncato da un colpo di tosse, una specie di singhiozzo ruvido e bronchiale. Stacco. Lui si allontana. Ha lo sguardo sconfitto e non fissa nulla. Il suo è uno sguardo evanescente: pur sembrando immobile si posa su ogni oggetto per non più di una frazione di secondo. Zadorine si porta le coperte alla bocca e sussurra qualcosa di incomprensibile. Nonostante non riesca a muovere le gambe, inizia a sognare qualcosa di colorato ma in bianco e nero a causa di un problema tecnico della televisione. Si sentono poche cose. Una regina si muove come dovesse pungere un fiore. Nezhinsky ha l’aria da rabbino. Si muove piano sotto la pioggia e recita versi del Così parlò Zarathustra. Sembra un cane assonnato. Ha l’aria di un fuori di zucca e basta. Parigi è lucida e si sente un odore di asfalto e urina. Poi ad un tratto senti l’odore di brioche, di pan au chocolat e ti immagini la vetrina di una brasserie piena di  roba da mangiare. Una fetta di torta al cioccolato sprofonda in un bicchiere pieno d’acqua frizzante in cui è stata sciolta della tachipirina in polvere e alla fine un uomo di poliespanso lancia un cassetto contro un distributore della Shell, un uomo che vende droga dipinge un quadro e vince un concorso a cui avevo partecipato. Sento una mano che mi si appoggia sulla fronte…
Belletristico.
Theodore ebbe una specie di epifania. La sua vita fino a quel giorno era trascorsa senza sapere che la sua voglia di eccellere derivava da un feroce desiderio di approvazione che si era trasformato a livello inconscio in una paura di non essere riconosciuto come individuo che si manifestava in maniera ancora più sordida come terrore di morire come l’albero nel bosco che non fa rumore. Pa-pa-pa-pa. Theodor non pensa quasi mai a quei carri che suonavano musica brasiliana. 
Già meglio.
Fuori c’era il sole, sembrava che le nuvole cercassero si organizzarsi in una rete. Theodore guardò il cuscino, era ricoperto da una federa di cotone lilla. Sollevò la testa fino a farla ricadere al centro del suo piccolo cuscino cilindrico, un cuscino ergonomico in lattice trattato con prodotti anti-acaro e ricoperto da una federa speciale, fornita unitamente al cuscino, decorata da una fantasia informale impossibile da coordinare con tutte le coperte che possedeva. Dalla finestre avresti detto che il mondo è tutto un numero, o in modo meno astratto  che è tutto poligoni, che poi sono numeri.
A questo punto. 
La tenda in organza ricamata divide quello che vedi in sezioni dalle forme irregolari e dentro ad ognuna lo spazio viene suddiviso in tanti piccoli rettangoli dalle inferriate; poi, oltre, quei rettangoli di cielo sono sezionati dalle chiome degli ippocastani che fanno da recinzione naturale alla casa. Quello che rimane è un reticolo bluastro di vene lunari, velato qua e là dalle occlusioni bianche e schiumose delle nuvole. Piccoli coni di luce, che scivolano liquidi tra tutti questi ostacoli, filtrano qua e là e raggiungono la pelle di Theodore, precisamente la guancia destra: il quasi-miracoloso terreno di contatto tra la luce lunare e Theodore. Il sottoinsieme, l’intersezione finale, è il risultato di un viaggio impensabile. Vaffanculo.
E poi.
Una foglia si sposta e la guancia rimane al buio, un sottile diaframma modifica un viaggio di milioni di chilometri.
Citazioni panoramiche.
Gli uomini al di là della strada sorridono. La bara viene fatta scendere. Il prete preme il pulsante che aziona il meccanismo: il montacarichi ha una struttura tubolare. Per un momento sembra che tutto, persone comprese, illuminate da una luce argentea pretemporalesca, sia di acciaio cromato. Le giunture del montacarichi sono di un colore più scuro e in cima alle quattro estremità superiori delle gambe c’è qualcosa di scolpito. Da questa distanza sembrano aquile, ma hanno la testa leggermente reclinata. Forse sono state recuperate dagli scarti di una Harley. O almeno è questo che passa per la testa di Z.
Indietro.
Zadorine dorme, ha il respiro un po’ pesante ma su un fianco va molto meglio. Il medico lo aveva detto di non sottoporre Z. a stress psicologici e lei nonostante le parole piene di apprensione della madre aveva insistito per poterlo rivedere. L’aveva supplicata per settimane. Zadorine non ha pareti cellulari impermeabili e indeformabili. Alla fine nessuno le ha.
Io.
Zadorine si lascia cadere all’indietro. Il corpo si affloscia, rannicchia e poi cade, disegnando un angolo di 45°. Suo padre la guarda e in un secondo è su di lei. Angosciato, spaventato. Dentro di lui scorrono sentimenti meditabondi, riflessioni rapidissime e circolari, un piccolo universo di sensi di colpa entropici. Guarda il viso di Zadorine leggermente accartocciato e bianco. Sul corpo si apre a cerchi una luce giallo tenue. Il padre di Zadorine le comunica di essere presente e chiede a Zadorine di comunicargli come si sente. Zadorine mantiene il silenzio, l’espressione contratta, come concentrata in un atto comunicativo primitivo. Alcuni pezzetti di pelle si staccano dalla barba e cadono in un vortice d’aria. Mentre si muovono a spirale un occhio di Zadorine li guarda vorticare, li perde più volte, immagina che disegnino una serie di molle di luce nell’aria calda che sa di chewing-gum, tabacco, colonia al muschio, ghiandole apocrine e odore di saliva; il tutto ricorda a Zadorine le altre occasioni in cui si è sentita male\e (forse) quel periodo in cui era troppo piccola da avere ricordi netti, ma si ricorda che suo padre la svegliava dandole dei baci e a lei la cosa dava fastidio, le faceva quasi schifo. Ora, in dormiveglia, aveva una dolorosa sensazione che c’entrava con l’inconscio e che percepiva come sbagliata, terribilmente fastidiosa, onnipresente…
No
http://www.youtube.com/watch?v=9DkaRUtp3w8&feature=related

La morte arriva sempre prima delle cose non dette

Tutto deve essere disegnato a matita: interni, tasche, revers, fodere etc. Tutti devono apparire come disegnati a matita. La scena è pervasa da un senso di incompletezza, come un film a colori su uno schermo senza colori.


Dentro, zero.

Zadorine sente il bisogno di muoversi lungo un parallasse retorico alternativo: questo continuo ricorrere all’umorismo è poco spontaneo, falso, manipolatorio; non le fa paura l’idea di poter venire giudicata pesante. Così si alza. Fuori c’è il sole. Le finestre hanno le tapparelle abbassate per tre quarti e tra un listello e l’altro, in corrispondenza delle cerniere, piccoli fori ellittici fanno filtrare colonne di luce polverescente. Uno specchio di epoca neoclassica con una cornice dorata è appeso sopra alla testata del letto matrimoniale. E’ tutto in ferro battuto, materasso e cuscini a parte. Al centro della testata liberty tutta curve, volute e torsioni floreali, un piatto in ceramica riporta le iniziali Z.L., decorate da foglie oleodipinte e bacche rosse terribilmente calligrafiche. Sul letto, con le gambe piegate a zeta rispetto al corpo di Z., L. dorme con un braccio disteso che sporge oltre l’estremità destra del materasso. Il pavimento è una macchia nera senza dimensioni.

Rimuginante.

Il salto della fede. Indiana Jones e l’ultima crociata. Nonostante la polvere e i sassolini, un abisso senza fondo è una prospettiva abbastanza intimorente a prescindere.

Criptico.

- Forse sapere che tuo fratello si trova dove si trova per aver…

- …

- E con questo arrivederci.

- Ma…

- Ho detto arrivederci.

Soggetto sottile.

Le mani di lui si portano simmetricamente alle orecchie. Si sfila gli occhiali e dopo averli appoggiati, con un gesto in un certo senso rapido e preciso, in un altro, rigido e convulso, si strofina gli occhi, disegnando cerchi in senso antiorario intorno all’occhio destro, in senso orario intorno all’occhio sinistro. La bocca si apre e chiude rapidamente, per poi stringersi fino a far sparire le labbra. Emette un sospiro, subito troncato da un colpo di tosse, una specie di singhiozzo ruvido e bronchiale. Stacco. Lui si allontana. Ha lo sguardo sconfitto e non fissa nulla. Il suo è uno sguardo evanescente: pur sembrando immobile si posa su ogni oggetto per non più di una frazione di secondo. Zadorine si porta le coperte alla bocca e sussurra qualcosa di incomprensibile. Nonostante non riesca a muovere le gambe, inizia a sognare qualcosa di colorato ma in bianco e nero a causa di un problema tecnico della televisione. Si sentono poche cose. Una regina si muove come dovesse pungere un fiore. Nezhinsky ha l’aria da rabbino. Si muove piano sotto la pioggia e recita versi del Così parlò Zarathustra. Sembra un cane assonnato. Ha l’aria di un fuori di zucca e basta. Parigi è lucida e si sente un odore di asfalto e urina. Poi ad un tratto senti l’odore di brioche, di pan au chocolat e ti immagini la vetrina di una brasserie piena di roba da mangiare. Una fetta di torta al cioccolato sprofonda in un bicchiere pieno d’acqua frizzante in cui è stata sciolta della tachipirina in polvere e alla fine un uomo di poliespanso lancia un cassetto contro un distributore della Shell, un uomo che vende droga dipinge un quadro e vince un concorso a cui avevo partecipato. Sento una mano che mi si appoggia sulla fronte…

Belletristico.

Theodore ebbe una specie di epifania. La sua vita fino a quel giorno era trascorsa senza sapere che la sua voglia di eccellere derivava da un feroce desiderio di approvazione che si era trasformato a livello inconscio in una paura di non essere riconosciuto come individuo che si manifestava in maniera ancora più sordida come terrore di morire come l’albero nel bosco che non fa rumore. Pa-pa-pa-pa. Theodor non pensa quasi mai a quei carri che suonavano musica brasiliana. 

Già meglio.

Fuori c’era il sole, sembrava che le nuvole cercassero si organizzarsi in una rete. Theodore guardò il cuscino, era ricoperto da una federa di cotone lilla. Sollevò la testa fino a farla ricadere al centro del suo piccolo cuscino cilindrico, un cuscino ergonomico in lattice trattato con prodotti anti-acaro e ricoperto da una federa speciale, fornita unitamente al cuscino, decorata da una fantasia informale impossibile da coordinare con tutte le coperte che possedeva. Dalla finestre avresti detto che il mondo è tutto un numero, o in modo meno astratto che è tutto poligoni, che poi sono numeri.

A questo punto.

La tenda in organza ricamata divide quello che vedi in sezioni dalle forme irregolari e dentro ad ognuna lo spazio viene suddiviso in tanti piccoli rettangoli dalle inferriate; poi, oltre, quei rettangoli di cielo sono sezionati dalle chiome degli ippocastani che fanno da recinzione naturale alla casa. Quello che rimane è un reticolo bluastro di vene lunari, velato qua e là dalle occlusioni bianche e schiumose delle nuvole. Piccoli coni di luce, che scivolano liquidi tra tutti questi ostacoli, filtrano qua e là e raggiungono la pelle di Theodore, precisamente la guancia destra: il quasi-miracoloso terreno di contatto tra la luce lunare e Theodore. Il sottoinsieme, l’intersezione finale, è il risultato di un viaggio impensabile. Vaffanculo.

E poi.

Una foglia si sposta e la guancia rimane al buio, un sottile diaframma modifica un viaggio di milioni di chilometri.

Citazioni panoramiche.

Gli uomini al di là della strada sorridono. La bara viene fatta scendere. Il prete preme il pulsante che aziona il meccanismo: il montacarichi ha una struttura tubolare. Per un momento sembra che tutto, persone comprese, illuminate da una luce argentea pretemporalesca, sia di acciaio cromato. Le giunture del montacarichi sono di un colore più scuro e in cima alle quattro estremità superiori delle gambe c’è qualcosa di scolpito. Da questa distanza sembrano aquile, ma hanno la testa leggermente reclinata. Forse sono state recuperate dagli scarti di una Harley. O almeno è questo che passa per la testa di Z.

Indietro.

Zadorine dorme, ha il respiro un po’ pesante ma su un fianco va molto meglio. Il medico lo aveva detto di non sottoporre Z. a stress psicologici e lei nonostante le parole piene di apprensione della madre aveva insistito per poterlo rivedere. L’aveva supplicata per settimane. Zadorine non ha pareti cellulari impermeabili e indeformabili. Alla fine nessuno le ha.

Io.

Zadorine si lascia cadere all’indietro. Il corpo si affloscia, rannicchia e poi cade, disegnando un angolo di 45°. Suo padre la guarda e in un secondo è su di lei. Angosciato, spaventato. Dentro di lui scorrono sentimenti meditabondi, riflessioni rapidissime e circolari, un piccolo universo di sensi di colpa entropici. Guarda il viso di Zadorine leggermente accartocciato e bianco. Sul corpo si apre a cerchi una luce giallo tenue. Il padre di Zadorine le comunica di essere presente e chiede a Zadorine di comunicargli come si sente. Zadorine mantiene il silenzio, l’espressione contratta, come concentrata in un atto comunicativo primitivo. Alcuni pezzetti di pelle si staccano dalla barba e cadono in un vortice d’aria. Mentre si muovono a spirale un occhio di Zadorine li guarda vorticare, li perde più volte, immagina che disegnino una serie di molle di luce nell’aria calda che sa di chewing-gum, tabacco, colonia al muschio, ghiandole apocrine e odore di saliva; il tutto ricorda a Zadorine le altre occasioni in cui si è sentita male\e (forse) quel periodo in cui era troppo piccola da avere ricordi netti, ma si ricorda che suo padre la svegliava dandole dei baci e a lei la cosa dava fastidio, le faceva quasi schifo. Ora, in dormiveglia, aveva una dolorosa sensazione che c’entrava con l’inconscio e che percepiva come sbagliata, terribilmente fastidiosa, onnipresente…

No

http://www.youtube.com/watch?v=9DkaRUtp3w8&feature=related

Quale realtà è di fatto più potente; quella del presente, assorbita istantaneamente dai nostri sensi e discernibile, o la memoria di quello che abbiamo sperimentato in precedenza? Il presente è effettivamente più reale del passato? Io veramente non mi sento in grado di dare una risposta.

Maurits Cornelis Escher

Il sogno premonitore di Zadorine

Io ho un pesce rosso. Pero non ha gli occhi. Ha incessantemente bisogno che gli stia vicino. L’ho vinto mentre ero ancora un bambino. Oramai ha quasi l’età di mio nonno se fosse vivo. Se gli facessi capire quanto è brutta la sua vita senza occhi lo troverei un giorno o l’altro galleggiare a pancia in su. Avrebbe l’odore della risacca, dell’acqua di palude. Lo spazio dovrebbe avere un’illuminazione zenitale.

Un giorno deciderò di portarlo a vedere la Pineta; lui si è lasciato morire.

Come dissi scherzando a Nilde Iotti quando venne a trovarmi al Giornale, tenevo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti. Indro Montanelli
Zadorine
Ricordo la nascita di Zadorine come qualcosa di atteso. Ricordo anche la sensazione che mi accompagnò nei giorni successivi, quando la piccola Zadorine era solo un fagiolo seminato in una culla, parcheggiato tra mille altre culle nella non-troppo-accogliente nursery dell’ospedale pubblico. 
Era la corrispondenza tra quello che pensavo sarebbe successo e quello che poi realmente accadde che ora mi appare strana..
Zohar continuava a ripetermi che ero la tipica persona fortunata che non riusciva a rendersi conto della propria fortuna. Io soffrivo per questo, o perlomeno soffrivo e basta. 
Il maniaco depressivo soffre di una sindrome caratterizzata da un insieme di sintomi psichici e fisici persistenti nel tempo, consistente principalmente in una diminuzione da lieve a grave del tono dell’umore, talvolta associata ad ideazioni di tipo suicida od autolesionista.  I principali neurotrasmettitori implicati nella malattia depressiva sono stati identificati, ad ora, in serotonina, noradrenalina e dopamina e, secondo i fautori della matrice biologica della malattia, sembra esservi una corrispondenza accertata fra depressione e insufficiente disponibilità di uno o più di questi tre neurotrasmettitori.
E’ il 5-7-…. e considerando che il mio orologio dovrebbe essere avanti di dieci minuti buoni, dovrebbero essere le sei e mezza. L’esercito tedesco, estenuato dall’assedio, si dice non resisterà ancora molto. Alla radio si dice anche che tutto sta andando nel migliore dei modi, ma so bene che è solo un modo per non gettare nel panico la gente. Guardo fuori dalla finestra e immagino che per ogni fiocco di neve che tocca terra la nostra linea difensiva arretri di un micron. Riguardo l’orologio. Mesca, se tutto andrà bene, partorirà a Marzo. La sua pancia è una piccola mongolfiera scalciante. Mesca ha ventisette anni; viviamo assieme da quattro; alla fine delle mese festeggeremo l’anniversario. 
Stappo una bottiglia di vino. In lontananza il tuono odioso della morte viene assorbito dalle barriere acustiche che circondano la casa: un suono ancora  più insopportabile; poi il rumore del tappo che esplode: una piccola esplosione, controllata, senza morti.
Mio cugino segue lo scontro come giornalista; in questo momento probabilmente è sotto la neve o dentro un container provvisorio a scrivere. Quando ci siamo salutati mi ha detto di fare di tutto pur di difendere il mio paese. Io ho annuito, per quanto non riuscissi a capire come un immigrato potesse difendere o anche solo appoggiare a livello ideologico un paese che era riuscito a dargli solo un posto di scrittore di necrologi.  Ma ora il suono delle sue parole è come una nenia, rotta dal rumoroso gonfiore delle esplosioni.
Mi versai un bicchiere, poi un altro.
Mesca si alzò dal letto e si appoggiò alla porta. Decat dormiva con la testa sprofondata tra le braccia incrociate. Si appoggiò con la schiena al termosifone appena tiepido e fissò Decat per un po’.
Decat è il nome che devo darmi ora in quanto persona.
Secondo Bauman una persona è una maschera. Un fatto liquido.
Molti direbbero (riportando un elenco postmoderno in stile Barthelme):
-Bauman è probabilmente una delle personalità più influenti del secondo novecento, (anche più di) quasi come Chomsky.
–Se ricordo bene sono entrambi ebrei.
http://www.youtube.com/watch?v=fOIM1_xOSro
-La sofferenza genera una necessità di analisi che educa il pensiero; se  esistono basi culturali solide e un metodo, un impalcatura sistematica che ne sorregga il peso, è innegabile che l’individuo abbia maggiori chance di successo; è altrettanto innegabile, da questa prospettiva, che la cultura ebraica abbia, comme on dit, una marcia in più.
-Aliquid stat pro aliquo.
-La natura di una società liquida è una natura avvilente. Questo, attualmente, il mio pensiero superficiale.
-La realtà è un atto di volontà. Liquido. E fin qua, non ci piove.
Il giradischi inizia a saltare sulle prime battute della Sinfonia Fantastica di Berlioz. Guardo Mesca. Da quel punto riesco a vedere la sua gamba distesa sul materasso e una mano tagliata all’altezza del polso attraverso l’intelaiatura della porta della camera. Il palazzo di fronte al nostro è stato bombardato un paio di settimane fa. Se guardo fuori dalla finestra della sala da pranzo posso percorrere in linea retta con lo sguardo lo spazio che mi separa dal fronte: in fondo il cielo è buio, di un nero carico e denso; poi diventa verde, illuminato dalle esplosioni al fosforo. Ancora una volta lo spazio si ritaglia attraverso un’ apertura; è la settima finestra sulla sinistra. E’ rimasta solo la stolida facciata che si arrampica, ora incomprensibilmente, per quasi otto piani.
Mesca dopo essersi stretta la cintura della vestaglia andò in camera a prendere le partiture  che aveva riletto mentalmente prima di addormentarsi. Si sedette su una sponda del letto e per alcuni secondi, fissò il muro come se quelle piccole crepe, quelle macchioline appena visibili  potessero avere un senso, come se formassero per errore una costellazione o decifrassero il futuro del suo bambino. Poi di tanto in tanto il vetro della finestra vibrava violentemente, uno specchio liquido sferzato dagli urti in lontananza. E quello che per Decat era un fastidio addormentato con una bottiglia di vino la lacerava.
Mentre girava per casa sembrava davvero un mezzo fantasma.
Decat in effetti si era domandato cosa fosse cambiato in lei.
Poi diede un’occhiata dalla finestra della sala da pranzo: nella facciata vuota di quel palazzo riconobbe un animale mitico in fin di vita. Poi l’analogia con l’atteggiamento dello spirito che si trascinava da una stanza all’altra della casa.
Si risvegliò perché aveva freddo e nei successivi secondi di preconscio cercò di stabilire una connessione tra le sensazioni fisiche che non riusciva a controllare e una serie di polaroid via via sempre più sottoesposte che raccontavano la storia di un vampiro che ballava con una sua vittima, una culturista dalle braccia ipertrofiche ancora calda in attesa che il rigor mortis trasformasse il prodotto di un disturbo da controllo in una perfetta, almeno per qualche giorno, statua marmorea.
Poi pensò allo scarso valore che un vampiro attribuisce alle proprie vittime; una cosa più che normale, biologica, per non farsi coinvolgere emotivamente; perché se lo avesse fatto sarebbe morto e anche in un modo lunghissimo e orribilmente doloroso…era un conflitto di codici morali in piena regola: come quando una persona ama un’altra e quest’ultima, distante, osserva tutto da un palco, senza però essere in grado di comprendere quasi nulla. Un semplice problema di sincrono e allo stesso tempo una costituzionale barriera tra universi paralleli. E’ dunque, al di là del bene e del male, fondamentale per un essere umano, pensò, con gli occhi ormai aperti, fissi sul lampadario al centro della stanza, riflettere.
Quando mi ritrovai nella luce accecante del sole, uscendo dall’oscurità…

Come dissi scherzando a Nilde Iotti quando venne a trovarmi al Giornale, tenevo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti. Indro Montanelli

Zadorine

Ricordo la nascita di Zadorine come qualcosa di atteso. Ricordo anche la sensazione che mi accompagnò nei giorni successivi, quando la piccola Zadorine era solo un fagiolo seminato in una culla, parcheggiato tra mille altre culle nella non-troppo-accogliente nursery dell’ospedale pubblico.

Era la corrispondenza tra quello che pensavo sarebbe successo e quello che poi realmente accadde che ora mi appare strana..

Zohar continuava a ripetermi che ero la tipica persona fortunata che non riusciva a rendersi conto della propria fortuna. Io soffrivo per questo, o perlomeno soffrivo e basta.

Il maniaco depressivo soffre di una sindrome caratterizzata da un insieme di sintomi psichici e fisici persistenti nel tempo, consistente principalmente in una diminuzione da lieve a grave del tono dell’umore, talvolta associata ad ideazioni di tipo suicida od autolesionista. I principali neurotrasmettitori implicati nella malattia depressiva sono stati identificati, ad ora, in serotonina, noradrenalina e dopamina e, secondo i fautori della matrice biologica della malattia, sembra esservi una corrispondenza accertata fra depressione e insufficiente disponibilità di uno o più di questi tre neurotrasmettitori.

E’ il 5-7-…. e considerando che il mio orologio dovrebbe essere avanti di dieci minuti buoni, dovrebbero essere le sei e mezza. L’esercito tedesco, estenuato dall’assedio, si dice non resisterà ancora molto. Alla radio si dice anche che tutto sta andando nel migliore dei modi, ma so bene che è solo un modo per non gettare nel panico la gente. Guardo fuori dalla finestra e immagino che per ogni fiocco di neve che tocca terra la nostra linea difensiva arretri di un micron. Riguardo l’orologio. Mesca, se tutto andrà bene, partorirà a Marzo. La sua pancia è una piccola mongolfiera scalciante. Mesca ha ventisette anni; viviamo assieme da quattro; alla fine delle mese festeggeremo l’anniversario.

Stappo una bottiglia di vino. In lontananza il tuono odioso della morte viene assorbito dalle barriere acustiche che circondano la casa: un suono ancora più insopportabile; poi il rumore del tappo che esplode: una piccola esplosione, controllata, senza morti.

Mio cugino segue lo scontro come giornalista; in questo momento probabilmente è sotto la neve o dentro un container provvisorio a scrivere. Quando ci siamo salutati mi ha detto di fare di tutto pur di difendere il mio paese. Io ho annuito, per quanto non riuscissi a capire come un immigrato potesse difendere o anche solo appoggiare a livello ideologico un paese che era riuscito a dargli solo un posto di scrittore di necrologi. Ma ora il suono delle sue parole è come una nenia, rotta dal rumoroso gonfiore delle esplosioni.

Mi versai un bicchiere, poi un altro.

Mesca si alzò dal letto e si appoggiò alla porta. Decat dormiva con la testa sprofondata tra le braccia incrociate. Si appoggiò con la schiena al termosifone appena tiepido e fissò Decat per un po’.

Decat è il nome che devo darmi ora in quanto persona.

Secondo Bauman una persona è una maschera. Un fatto liquido.

Molti direbbero (riportando un elenco postmoderno in stile Barthelme):

-Bauman è probabilmente una delle personalità più influenti del secondo novecento, (anche più di) quasi come Chomsky.

Se ricordo bene sono entrambi ebrei.

http://www.youtube.com/watch?v=fOIM1_xOSro

-La sofferenza genera una necessità di analisi che educa il pensiero; se esistono basi culturali solide e un metodo, un impalcatura sistematica che ne sorregga il peso, è innegabile che l’individuo abbia maggiori chance di successo; è altrettanto innegabile, da questa prospettiva, che la cultura ebraica abbia, comme on dit, una marcia in più.

-Aliquid stat pro aliquo.

-La natura di una società liquida è una natura avvilente. Questo, attualmente, il mio pensiero superficiale.

-La realtà è un atto di volontà. Liquido. E fin qua, non ci piove.

Il giradischi inizia a saltare sulle prime battute della Sinfonia Fantastica di Berlioz. Guardo Mesca. Da quel punto riesco a vedere la sua gamba distesa sul materasso e una mano tagliata all’altezza del polso attraverso l’intelaiatura della porta della camera. Il palazzo di fronte al nostro è stato bombardato un paio di settimane fa. Se guardo fuori dalla finestra della sala da pranzo posso percorrere in linea retta con lo sguardo lo spazio che mi separa dal fronte: in fondo il cielo è buio, di un nero carico e denso; poi diventa verde, illuminato dalle esplosioni al fosforo. Ancora una volta lo spazio si ritaglia attraverso un’ apertura; è la settima finestra sulla sinistra. E’ rimasta solo la stolida facciata che si arrampica, ora incomprensibilmente, per quasi otto piani.

Mesca dopo essersi stretta la cintura della vestaglia andò in camera a prendere le partiture che aveva riletto mentalmente prima di addormentarsi. Si sedette su una sponda del letto e per alcuni secondi, fissò il muro come se quelle piccole crepe, quelle macchioline appena visibili potessero avere un senso, come se formassero per errore una costellazione o decifrassero il futuro del suo bambino. Poi di tanto in tanto il vetro della finestra vibrava violentemente, uno specchio liquido sferzato dagli urti in lontananza. E quello che per Decat era un fastidio addormentato con una bottiglia di vino la lacerava.

Mentre girava per casa sembrava davvero un mezzo fantasma.

Decat in effetti si era domandato cosa fosse cambiato in lei.

Poi diede un’occhiata dalla finestra della sala da pranzo: nella facciata vuota di quel palazzo riconobbe un animale mitico in fin di vita. Poi l’analogia con l’atteggiamento dello spirito che si trascinava da una stanza all’altra della casa.

Si risvegliò perché aveva freddo e nei successivi secondi di preconscio cercò di stabilire una connessione tra le sensazioni fisiche che non riusciva a controllare e una serie di polaroid via via sempre più sottoesposte che raccontavano la storia di un vampiro che ballava con una sua vittima, una culturista dalle braccia ipertrofiche ancora calda in attesa che il rigor mortis trasformasse il prodotto di un disturbo da controllo in una perfetta, almeno per qualche giorno, statua marmorea.

Poi pensò allo scarso valore che un vampiro attribuisce alle proprie vittime; una cosa più che normale, biologica, per non farsi coinvolgere emotivamente; perché se lo avesse fatto sarebbe morto e anche in un modo lunghissimo e orribilmente doloroso…era un conflitto di codici morali in piena regola: come quando una persona ama un’altra e quest’ultima, distante, osserva tutto da un palco, senza però essere in grado di comprendere quasi nulla. Un semplice problema di sincrono e allo stesso tempo una costituzionale barriera tra universi paralleli. E’ dunque, al di là del bene e del male, fondamentale per un essere umano, pensò, con gli occhi ormai aperti, fissi sul lampadario al centro della stanza, riflettere.

Quando mi ritrovai nella luce accecante del sole, uscendo dall’oscurità…

Nematode
Tav.1
“Sveglia, è tardi e tutto si insegue” 
“ Aliquid stat pro aliquo”
“I have studied His lesson in the best way I could: Als ich can.”
Nel sogno Zadorine e Nematode sono la stessa cosa.
La città è piatta, lontana, monodimensionale. Ho pensato spesso a come cominciare. L’assioma è che ogni cosa che vedo è diversa da quello che vedete voi: tenetelo presente per ora, piano piano ve ne dimenticherete.
Le immagini ci aiuteranno a stabilire le regole del gioco, a considerare lo spazio e la configurazione spaziale e valoriale di oggetti, fatti; e più di ogni altra cosa a ricordarci che tutto quello che conta è quello che trascende la sostanza delle parole.
C’è qualcosa nella forma dell’aria che spiega chiaramente il problema ma sono-capace di\preferisco rassegnarmi all’idea che non ci diremo mai niente di veramente sensato.
Ascoltate. Si sentono i primi uccelli ancora inzuppati di notte, recalcitranti e rissosi. Il suono che producono è una serie di linee miste parallele, la pulsante aritmia del linguaggio vitale. Lunghe ombre stirano gli oggetti, un bianco acuto preaurorale viene via via sostituito dalla luce morbida e burrosa del primo mattino. Poi una lunga eco a basse frequenze: il suono dello spazio cavo e  cardiocircolatorio della città.
Ho un sacco di domande non troppo personali che hanno la loro essenza nella reazione emotiva che scatenano in me; la stessa cosa vale per la risposta. In cima alla lista c’è questa: chi sarà quello che morirà al mio posto? A ruota seguirà: perchè non riesco più ad accorgermi che intorno a me tutti muoiono?
(R: Perché non potevo continuare a sentirli così vicini)
Nematode è il protagonista e ha freddo. E si sente disperatamente solo. Ci sono diverse ragioni per cui la sensazione è questa. C’entra il linguaggio oltre a una discussione lunga e “parentale”  sul concetto fallace di scelta e come questo sia connesso alla responsabilità. Stiamo affogando. Non c’è nessuna motivazione oggettiva di dispiacere. Il tempo è la linea numerica, le unità sono sempre più esili, ogni cosa scompare senza lasciare una eco. Sorda e compatta. 128 bpm, uno zapping su otto finestre. Pensieri autonomi. Non c’è eroismo, non c’è originalità. Qui, ora, in ogni posto la sofferenza sembra una copia a bassa risoluzione della sofferenza più sincera e profonda di qualcun altro. Nematode ha passato molto tempo a guardare tanti film e,  dopo averlo fatto si è reso conto che per quanto lunga possa essere la sua vita non proverà mai nemmeno un millesimo delle esperienze viste. La luce bianco-azzurra dello schermo al litio colora di un bianco rinascimentale il volto di un’intera generazione. L’azzurro crea una corona che ghiaccia le espressioni. Le espressioni sono immagini, le emozioni sono parole. E le parole sono fatti.
Proviamo un profondo disgusto per la scarsa qualità della nostra sofferenza. Proviamo lo stesso per noi stessi. Non parleremo del senso e dell’assenza di senso dell’infelicità; ce ne staremo qui a chiederci se è in fondo legittimo passare tanto tempo a non far altro che stare male. Ci domanderemo se questo migliorerà le cose, se qualcuno ci giudicherà negativamente; ci chiederemo se è giusto usare le parole per rendere bello qualcosa che non è né bello, né brutto; ci domanderemo se facciamo male a dare una forma a qualcosa che altrimenti non sarebbe niente. Invocheremo la legittimazione dall’alto. Cercheremo Klamm nell’oscurità. Guarderemo la spada di luce che taglia in due la stanza e chiuderemo gli occhi*.
…del tipo: non lo voglio o non so di volerlo ma comunque sia, quello che desidero della realtà è legato all’apparecchio realtà, quello che desidero della realtà è legato a bobine gemelle con l’apparecchio teleologico della realtà. Stessa.
TAV.2
Riquadro. Superfici lisce contaminate dal tempo, ombre onniangolari e liquide. La città è una donna anziana, la mano chiusa a piramide che scende nella profondità di una tasca, gli occhi velati non vedono la porta, né il pomello di ottone ossidato, né lo zerbino con la scritta  incorniciata da una corona di foglie ovali. La città ha un che di Luis Kahn e qualcosa di perennemente autunnale.
E la morte non avrà più dominio. I morti nudi saranno una cosa sola con l’uomo nel vento e la luna d’occidente; quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, ai gomiti avranno stelle.
TAV.3
Nessuna abilità, senso di inadeguatezza costante, ritardo del pensiero, ritardo nell’eloquio. Voce monotona, autopercezione acustica quasi inesistente, emissione scorretta con periodi di apnea (il soggetto durante l’infanzia ha sofferto di asma con manifestazioni episodiche particolarmente gravi). Dispercezione spaziale lieve. Dislessia  grave. Piccoli eventi psicotici che il soggetto non avverte come distonici o dolorosi. Il paziente sembra mostrare una sorta di “distensione emotiva” in concomitanza alle suddette manifestazioni. Altre cose: tante e piuttosto noiose.
Fatto: sullo sfondo di ciò che sta succedendo c’è un televisore acceso. In alto a dx, verde primario puro, la spia mute; un bianco dominante e liquido - “All is full of love”.
Un altro fatto, il ricordo di un fatto: si capisce subito…. dall’ ‘n’nffffiifnn dell’ispirazione controllata tesa a ridurre il livello di adrenalina dell’emozione preoratoria, dal tono innaturalmente grave e goffamente serioso; dalla riconfigurazione posturale: avrebbe detto qualcosa di importante. Qualcosa che lo aveva emozionato, qualcosa che evidentemente riguardava un fatto accaduto a una persona nei confronti della quale nutriva qualcosa di simile a un profondo rispetto o a un timore reverenziale: quel misto di soddisfazione e disagio che si prova quando ci si rende disponibili nei confronti di qualcosa che non si conosce e che potenzialmente potrebbe creare dei problemi. Qualcosa che aveva a che fare con D.F.Wallace: una cosa immaginata in modo troppo vivido. Si tratterà dell’amore praticamente metafisico, sicuramente freudiano, di certo insicuro, di un uomo nei confronti di quello che fa.
Perchè il lavoro da un senso all’energia.  Però è un senso finale. Ed è tutto lì, e basta solo esercitarsi a controllare tutto per produrre in modo più efficiente. Però poi succede che cominciano a sparirti i sogni e quelli che rimangono sono sogni nicotinici in ffwd con un montaggio spastico e un residuo di sensazioni prescienti a cui attribuisci qualche senso\dilemma pseudometafisico.
E io ora sto continuando a produrre:tanti piccoli pensieri, anche violenti.
TAV.4
La luna è bassa e arancione, sembra una fetta di arancia morsicata. Continuo a pensare al tempo che passa. Penso che la frammentazione del tempo renda le persone più mansuete, che permetta loro di programmare di meno. E’ di colpo notte. L’inconsapevolezza e la mancanza di lungimiranza non sono simili a quelle spaventose ombre mattutine che fanno sembrare il comodino e il mobiletto in melaminico su cui poggia la televisione, il lettore dvd e un paio di cd un quadro di De Chirico?
Le luci “neonatali” (cfr. D.F.Wallace, Infinite Jest, pp. 23? circa) della città hanno dimensioni e forma irregolari. Il cervello le percepisce come pulsanti. C’è qualcosa di eterno nella sensazione che si prova guardandole - non c’è alcuna retorica in senso stretto nel termine “eterno” -  e  si torna a guardare per poco come un tempo.
Chi è che mi dice che non posso correre? Chi è che mi dice che non posso fare più niente? Chi è che mi obbliga a dare un  valore a tutti i miei pensieri invece di pensare e basta? Ascoltami Z., ti prego. Lasciami essere di nuovo adolescente, sbrodolare, raccontare quello che provavo guardando il mondo gonfiarsi ed esplodere; e poi richiudersi di nuovo: tutto veniva racchiuso in un silenzio innaturale e concavo, un buio soffocante e sordo. Essere trascinato in posti dove non volevo andare, continuamente abbandonato e raccolto, spinto: stridente, feroce e appesantito, avvinghiato e contratto, muto e in debito di ossigeno, sempre.
Il cuore nel petto è la causa della sensazione di perenne presoffocamento che prova, scariche adrenaliniche a basso amperaggio descrivono cerchi in lenta e profonda espansione; destinati a scomparire come increspature nella superficie del tempo colpiscono, per un fenomeno di risacca, il tuo centro. Di colpo qualcosa prende una forma aguzza e stridente, tende le coperte e le parole scricchiolano come cotone tirato: -Sono stanca- mi ha detto Z. e io non ho saputo cosa rispondere. Non ero lì, ero da qualche altra parte e ora non so più che cosa pensare.
TAV.5
Tutto è terribilmente reale. Più che reale. La solitudine fa scomparire gli oggetti e rende i pensieri sostanza. Immaginate di prendere un’esperienza, analizzarne forma e connessioni. Concentratevi sui protagonisti, sui ruoli: focalizzatevi sulla retorica, sull’approccio dialettico e sull’incalzante obliquità di certe argomentazioni. Lo loro forza sta nel tempo: ritmo e intonazione, oltre ovviamente a una totale e cieca fiducia rispetto ai contenuti via via espressi. Nessun dubbio. Ecco un esempio di fede. Ecco un esempio di solitudine. Osservate il processo di compenetrazione. La progressiva deregolamentazione dialettica continuamente rinegoziata. Considerate il finale e la mancanza di un finale. E l’ironia di certi sprechi energetici ed ecco, ba-boom, bidibobididoutdes, quella sensazione, finalmente conclusiva: un giallo screziato di bianco antico, parallelogrammi più chiari, proiezioni di luce ortogonale n dimensionale sulle superfici trattate, radica liquida.
Che cosa desidero? Che forma ha il mio desiderio? Che estetica è sottesa alla forma del pensiero del mio desiderio?
Pensate come tutto questo sia connesso alla morfologia del disagio. Comoda et conficies. E’ il mio disagio. Sono io l’eroe qui, quello comanda, è chiaro?
TAV.6
Z. pensava spesso che i propri pensieri fossero pieni di spigoli e pieghe. Io la spingevo a studiarne i
panneggi. Per questo sono diventato Nematode. Ero il suo eroe. “Io sono Uno; diverrò i molti”.
Fuori il cielo è color cielo WindowsTM: sono le dieci di mattina. Un campanile cartesiano diffonde nello spazio curvo dieci lugubri ohm (ॐ) occidentali in un cielo talmente terso da sembrare primordiale.
Mi ricordo che suo padre aveva un’auto sportiva giapponese che assomigliava a una Corvette: la lavava tutti i fine settimana. Il colore del pantone si chiamava South Florida Sky(Tm). Credo conitnui a chiamarsi così.
Z. trova che il cielo abbia qualcosa di spagnolo e qualcosa dell’Oceano.
TAV.7
Oggi è il giorno della morte di Heidegger. Quando penso all’uomo dall’intelletto più elucubrante della metafisica più elucubrante del ‘900, non penso tanto all’Idea di Genio quanto al concetto assoluto di disciplina; l’uomo teutonico, l’ortoprassi scientifica, il rabbino dell’occidente più profondo ed elucubrante, colui che ha messo in atto gli esercizi spirituali descritti da Goethe e alla fine, solo alla fine,  comincio a pensare a quanto ci fosse qualcosa di ossessionato e patologico in un simile approccio al mondo.
Si sente un vago odore di ammine, acidi, fluoro e muffe. Sento. Chissà quante unità di odore di ognuna di queste componenti c’è per metro cubo d’aria? Ma non è importante. Anche questo è un esercizio spirituale. Tante immagini e pochi odori. Ma proprio per questo e non solo - c’entra, ne sono certo, anche la topica dolciaria proustiana -  gli odori evadono il controllo vagando nell’interzona psichica.
E’ ormai un po’ di tempo che sono certo di non essere altro che una serie di immagini compenetrate le une nelle altre. Ogni fatto è un fatto sinaptico, esplosivo. Non l’ho spiegato bene. Riprovo, da un’altra angolazione: la cosa “funziona” perchè ci sono io e ci sono gli altri. Gli altri, a dire la verità, visto il contesto e i relativi problemi escatologici, ora come ora, sono tutti dentro di me. Ma la cosa non fa poi così differenza da come funziona in generale: io dentro, gli altri fuori. Gli altri dentro di me, io dentro di loro. Tipo effetto droste, mise en abyme, scatole cinesi etc. Ogni cultura e  periodo , ogni zeitgeist ha il suo modo di dirlo. Però il meccanimo è un meccanismo allo specchio. Probabilmente non è chiaro neanche a me; riprovo ancora (lo faccio perché W. me lo aveva spiegato bene in un suo saggio sul linguaggio): c’è uno che ha un’identità e questa identità gli viene riconosciuta dagli altri e il suo piccolo mondo solipsisitico passa attraverso una specie di prisma, una pietra onniangolare a infinite facce, una pietra che non è altro che la soggettività e la capacità di sentirsi uomo, il buon senso, la ragione, i confini del sé, di se stesso, l’insieme dei punti di vista…proprio non riesco, sembra che ci sia una continua risacca che però, invece di portarmi a riva mi porta al largo e iniziano ad arrivarmi addosso un sacco di problemi correlati, come l’indipendenza apparente di un sistema e la sua profonda e reale interdipendenza con il sistema da cui è contenuto; il significato di Determinismo e Funzionalismo; la causalità cubista e la fluidità naive; le opinioni e la configurazione, vista dall’alto, che è il prodotto e il sistema che produce il programma interattivo con cui giocare. Un gioco alla realtà, con tanto di classifica, regole da rispettare pena la squalifica a vita, dinamiche relative, media e moda: la visione condivisa. Ma quello che passa e rimane è lo scarto incastrato tra le maglie del colino. Una serie di cose che rimangono piatte e lontane e gelide.
Fuori di qua c’è un vento che sembra spezzare letteralmente gli alberi. Da lontano la fila di ciliegi è l’immagine incongrua dei capelli di una ragazza in moto. Stanno correndo in avanti, la chioma è solo una scia svolazzante, è l’ immagine sfocata di una scia. Voleranno via e si conficcheranno nel tetto di qualche casa.
Quasi sempre le cose seguono lo stesso ordine ossessivo: la noia prende la forma dell’ansia, poi diventa anedonia, abulia e alla fine apatia. Ho spesso paura che non proverò mai più niente di intenso ed emozionante, che finirò per spegnermi lentamente. Sempre meno emozioni. Lenta e inarrestabile mi impedirà di dare forma al mondo. Ma questo non è solo un mio pensiero, ne sono certo. Lo so che questo pensiero viene da qualcun altro e questo pensiero sarà di qualcun altro. Questo pensiero mi cancellerà, cancellerà quello che ho fatto. Tutto non ha senso, è illogico e per questo non degno di essere pensato; sbagliato. Questo pensiero rovescia le regole e diventa ancestrale e totale; pare sensato, asfissiante e ossessivo, inquietantemente onesto; in fondo quello che sento non è proprio incredibile. Ma poi cambio, ci riesco. A volte. La mia testa si liquefà, si ricompone, e così via, fino a quando il cervello non viene spento dal Bios. Il sonno, vuoto e anecoico oppure lunare e liquido. Fluttuante e presente. Fluttuo e volo, niente controllo. 100% inconscio, indifferenziato, follia. Questo sono io eppure no. Ho ancora voglia di dormire.
Non vorrei essere stato nei panni del povero Heidegger. Marcuse è stato uno stronzo con der professor; non ha capito. Tutto passato al vaglio dell’ipocrisia di un giudizio emotivo venduto come razionale: questa la sostanza. La forma però è quello che conta: l’indignazione sociale. Con tutto quello che il povero Martin ha passato, imprigionato nel suo piccolo cranio teutonico. La vergogna intellettuale. Che squallida ironia.
Martin Heidegger l’ho seppellito: per questioni anagrafiche.
Eppure non credo di passarmela bene neanche io.
TAV.8
Benchè gli amanti si perderanno, l’amore sarà salvo
e la morte non avrà più dominio.

Nematode

Tav.1

Sveglia, è tardi e tutto si insegue”

Aliquid stat pro aliquo”

I have studied His lesson in the best way I could: Als ich can.”

Nel sogno Zadorine e Nematode sono la stessa cosa.

La città è piatta, lontana, monodimensionale. Ho pensato spesso a come cominciare. L’assioma è che ogni cosa che vedo è diversa da quello che vedete voi: tenetelo presente per ora, piano piano ve ne dimenticherete.

Le immagini ci aiuteranno a stabilire le regole del gioco, a considerare lo spazio e la configurazione spaziale e valoriale di oggetti, fatti; e più di ogni altra cosa a ricordarci che tutto quello che conta è quello che trascende la sostanza delle parole.

C’è qualcosa nella forma dell’aria che spiega chiaramente il problema ma sono-capace di\preferisco rassegnarmi all’idea che non ci diremo mai niente di veramente sensato.

Ascoltate. Si sentono i primi uccelli ancora inzuppati di notte, recalcitranti e rissosi. Il suono che producono è una serie di linee miste parallele, la pulsante aritmia del linguaggio vitale. Lunghe ombre stirano gli oggetti, un bianco acuto preaurorale viene via via sostituito dalla luce morbida e burrosa del primo mattino. Poi una lunga eco a basse frequenze: il suono dello spazio cavo e cardiocircolatorio della città.

Ho un sacco di domande non troppo personali che hanno la loro essenza nella reazione emotiva che scatenano in me; la stessa cosa vale per la risposta. In cima alla lista c’è questa: chi sarà quello che morirà al mio posto? A ruota seguirà: perchè non riesco più ad accorgermi che intorno a me tutti muoiono?

(R: Perché non potevo continuare a sentirli così vicini)

Nematode è il protagonista e ha freddo. E si sente disperatamente solo. Ci sono diverse ragioni per cui la sensazione è questa. C’entra il linguaggio oltre a una discussione lunga e “parentale” sul concetto fallace di scelta e come questo sia connesso alla responsabilità. Stiamo affogando. Non c’è nessuna motivazione oggettiva di dispiacere. Il tempo è la linea numerica, le unità sono sempre più esili, ogni cosa scompare senza lasciare una eco. Sorda e compatta. 128 bpm, uno zapping su otto finestre. Pensieri autonomi. Non c’è eroismo, non c’è originalità. Qui, ora, in ogni posto la sofferenza sembra una copia a bassa risoluzione della sofferenza più sincera e profonda di qualcun altro. Nematode ha passato molto tempo a guardare tanti film e, dopo averlo fatto si è reso conto che per quanto lunga possa essere la sua vita non proverà mai nemmeno un millesimo delle esperienze viste. La luce bianco-azzurra dello schermo al litio colora di un bianco rinascimentale il volto di un’intera generazione. L’azzurro crea una corona che ghiaccia le espressioni. Le espressioni sono immagini, le emozioni sono parole. E le parole sono fatti.

Proviamo un profondo disgusto per la scarsa qualità della nostra sofferenza. Proviamo lo stesso per noi stessi. Non parleremo del senso e dell’assenza di senso dell’infelicità; ce ne staremo qui a chiederci se è in fondo legittimo passare tanto tempo a non far altro che stare male. Ci domanderemo se questo migliorerà le cose, se qualcuno ci giudicherà negativamente; ci chiederemo se è giusto usare le parole per rendere bello qualcosa che non è né bello, né brutto; ci domanderemo se facciamo male a dare una forma a qualcosa che altrimenti non sarebbe niente. Invocheremo la legittimazione dall’alto. Cercheremo Klamm nell’oscurità. Guarderemo la spada di luce che taglia in due la stanza e chiuderemo gli occhi*.

…del tipo: non lo voglio o non so di volerlo ma comunque sia, quello che desidero della realtà è legato all’apparecchio realtà, quello che desidero della realtà è legato a bobine gemelle con l’apparecchio teleologico della realtà. Stessa.

TAV.2

Riquadro. Superfici lisce contaminate dal tempo, ombre onniangolari e liquide. La città è una donna anziana, la mano chiusa a piramide che scende nella profondità di una tasca, gli occhi velati non vedono la porta, né il pomello di ottone ossidato, né lo zerbino con la scritta incorniciata da una corona di foglie ovali. La città ha un che di Luis Kahn e qualcosa di perennemente autunnale.

E la morte non avrà più dominio. I morti nudi saranno una cosa sola con l’uomo nel vento e la luna d’occidente; quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, ai gomiti avranno stelle.

TAV.3

Nessuna abilità, senso di inadeguatezza costante, ritardo del pensiero, ritardo nell’eloquio. Voce monotona, autopercezione acustica quasi inesistente, emissione scorretta con periodi di apnea (il soggetto durante l’infanzia ha sofferto di asma con manifestazioni episodiche particolarmente gravi). Dispercezione spaziale lieve. Dislessia grave. Piccoli eventi psicotici che il soggetto non avverte come distonici o dolorosi. Il paziente sembra mostrare una sorta di “distensione emotiva” in concomitanza alle suddette manifestazioni. Altre cose: tante e piuttosto noiose.

Fatto: sullo sfondo di ciò che sta succedendo c’è un televisore acceso. In alto a dx, verde primario puro, la spia mute; un bianco dominante e liquido - “All is full of love”.

Un altro fatto, il ricordo di un fatto: si capisce subito…. dall’ ‘n’nffffiifnn dell’ispirazione controllata tesa a ridurre il livello di adrenalina dell’emozione preoratoria, dal tono innaturalmente grave e goffamente serioso; dalla riconfigurazione posturale: avrebbe detto qualcosa di importante. Qualcosa che lo aveva emozionato, qualcosa che evidentemente riguardava un fatto accaduto a una persona nei confronti della quale nutriva qualcosa di simile a un profondo rispetto o a un timore reverenziale: quel misto di soddisfazione e disagio che si prova quando ci si rende disponibili nei confronti di qualcosa che non si conosce e che potenzialmente potrebbe creare dei problemi. Qualcosa che aveva a che fare con D.F.Wallace: una cosa immaginata in modo troppo vivido. Si tratterà dell’amore praticamente metafisico, sicuramente freudiano, di certo insicuro, di un uomo nei confronti di quello che fa.

Perchè il lavoro da un senso all’energia. Però è un senso finale. Ed è tutto lì, e basta solo esercitarsi a controllare tutto per produrre in modo più efficiente. Però poi succede che cominciano a sparirti i sogni e quelli che rimangono sono sogni nicotinici in ffwd con un montaggio spastico e un residuo di sensazioni prescienti a cui attribuisci qualche senso\dilemma pseudometafisico.

E io ora sto continuando a produrre:tanti piccoli pensieri, anche violenti.

TAV.4

La luna è bassa e arancione, sembra una fetta di arancia morsicata. Continuo a pensare al tempo che passa. Penso che la frammentazione del tempo renda le persone più mansuete, che permetta loro di programmare di meno. E’ di colpo notte. L’inconsapevolezza e la mancanza di lungimiranza non sono simili a quelle spaventose ombre mattutine che fanno sembrare il comodino e il mobiletto in melaminico su cui poggia la televisione, il lettore dvd e un paio di cd un quadro di De Chirico?

Le luci “neonatali” (cfr. D.F.Wallace, Infinite Jest, pp. 23? circa) della città hanno dimensioni e forma irregolari. Il cervello le percepisce come pulsanti. C’è qualcosa di eterno nella sensazione che si prova guardandole - non c’è alcuna retorica in senso stretto nel termine “eterno” - e si torna a guardare per poco come un tempo.

Chi è che mi dice che non posso correre? Chi è che mi dice che non posso fare più niente? Chi è che mi obbliga a dare un valore a tutti i miei pensieri invece di pensare e basta? Ascoltami Z., ti prego. Lasciami essere di nuovo adolescente, sbrodolare, raccontare quello che provavo guardando il mondo gonfiarsi ed esplodere; e poi richiudersi di nuovo: tutto veniva racchiuso in un silenzio innaturale e concavo, un buio soffocante e sordo. Essere trascinato in posti dove non volevo andare, continuamente abbandonato e raccolto, spinto: stridente, feroce e appesantito, avvinghiato e contratto, muto e in debito di ossigeno, sempre.

Il cuore nel petto è la causa della sensazione di perenne presoffocamento che prova, scariche adrenaliniche a basso amperaggio descrivono cerchi in lenta e profonda espansione; destinati a scomparire come increspature nella superficie del tempo colpiscono, per un fenomeno di risacca, il tuo centro. Di colpo qualcosa prende una forma aguzza e stridente, tende le coperte e le parole scricchiolano come cotone tirato: -Sono stanca- mi ha detto Z. e io non ho saputo cosa rispondere. Non ero lì, ero da qualche altra parte e ora non so più che cosa pensare.

TAV.5

Tutto è terribilmente reale. Più che reale. La solitudine fa scomparire gli oggetti e rende i pensieri sostanza. Immaginate di prendere un’esperienza, analizzarne forma e connessioni. Concentratevi sui protagonisti, sui ruoli: focalizzatevi sulla retorica, sull’approccio dialettico e sull’incalzante obliquità di certe argomentazioni. Lo loro forza sta nel tempo: ritmo e intonazione, oltre ovviamente a una totale e cieca fiducia rispetto ai contenuti via via espressi. Nessun dubbio. Ecco un esempio di fede. Ecco un esempio di solitudine. Osservate il processo di compenetrazione. La progressiva deregolamentazione dialettica continuamente rinegoziata. Considerate il finale e la mancanza di un finale. E l’ironia di certi sprechi energetici ed ecco, ba-boom, bidibobididoutdes, quella sensazione, finalmente conclusiva: un giallo screziato di bianco antico, parallelogrammi più chiari, proiezioni di luce ortogonale n dimensionale sulle superfici trattate, radica liquida.

Che cosa desidero? Che forma ha il mio desiderio? Che estetica è sottesa alla forma del pensiero del mio desiderio?

Pensate come tutto questo sia connesso alla morfologia del disagio. Comoda et conficies. E’ il mio disagio. Sono io l’eroe qui, quello comanda, è chiaro?

TAV.6

Z. pensava spesso che i propri pensieri fossero pieni di spigoli e pieghe. Io la spingevo a studiarne i

panneggi. Per questo sono diventato Nematode. Ero il suo eroe. Io sono Uno; diverrò i molti”.

Fuori il cielo è color cielo WindowsTM: sono le dieci di mattina. Un campanile cartesiano diffonde nello spazio curvo dieci lugubri ohm () occidentali in un cielo talmente terso da sembrare primordiale.

Mi ricordo che suo padre aveva un’auto sportiva giapponese che assomigliava a una Corvette: la lavava tutti i fine settimana. Il colore del pantone si chiamava South Florida Sky(Tm). Credo conitnui a chiamarsi così.

Z. trova che il cielo abbia qualcosa di spagnolo e qualcosa dell’Oceano.

TAV.7

Oggi è il giorno della morte di Heidegger. Quando penso all’uomo dall’intelletto più elucubrante della metafisica più elucubrante del ‘900, non penso tanto all’Idea di Genio quanto al concetto assoluto di disciplina; l’uomo teutonico, l’ortoprassi scientifica, il rabbino dell’occidente più profondo ed elucubrante, colui che ha messo in atto gli esercizi spirituali descritti da Goethe e alla fine, solo alla fine, comincio a pensare a quanto ci fosse qualcosa di ossessionato e patologico in un simile approccio al mondo.

Si sente un vago odore di ammine, acidi, fluoro e muffe. Sento. Chissà quante unità di odore di ognuna di queste componenti c’è per metro cubo d’aria? Ma non è importante. Anche questo è un esercizio spirituale. Tante immagini e pochi odori. Ma proprio per questo e non solo - c’entra, ne sono certo, anche la topica dolciaria proustiana - gli odori evadono il controllo vagando nell’interzona psichica.

E’ ormai un po’ di tempo che sono certo di non essere altro che una serie di immagini compenetrate le une nelle altre. Ogni fatto è un fatto sinaptico, esplosivo. Non l’ho spiegato bene. Riprovo, da un’altra angolazione: la cosa “funziona” perchè ci sono io e ci sono gli altri. Gli altri, a dire la verità, visto il contesto e i relativi problemi escatologici, ora come ora, sono tutti dentro di me. Ma la cosa non fa poi così differenza da come funziona in generale: io dentro, gli altri fuori. Gli altri dentro di me, io dentro di loro. Tipo effetto droste, mise en abyme, scatole cinesi etc. Ogni cultura e periodo , ogni zeitgeist ha il suo modo di dirlo. Però il meccanimo è un meccanismo allo specchio. Probabilmente non è chiaro neanche a me; riprovo ancora (lo faccio perché W. me lo aveva spiegato bene in un suo saggio sul linguaggio): c’è uno che ha un’identità e questa identità gli viene riconosciuta dagli altri e il suo piccolo mondo solipsisitico passa attraverso una specie di prisma, una pietra onniangolare a infinite facce, una pietra che non è altro che la soggettività e la capacità di sentirsi uomo, il buon senso, la ragione, i confini del sé, di se stesso, l’insieme dei punti di vista…proprio non riesco, sembra che ci sia una continua risacca che però, invece di portarmi a riva mi porta al largo e iniziano ad arrivarmi addosso un sacco di problemi correlati, come l’indipendenza apparente di un sistema e la sua profonda e reale interdipendenza con il sistema da cui è contenuto; il significato di Determinismo e Funzionalismo; la causalità cubista e la fluidità naive; le opinioni e la configurazione, vista dall’alto, che è il prodotto e il sistema che produce il programma interattivo con cui giocare. Un gioco alla realtà, con tanto di classifica, regole da rispettare pena la squalifica a vita, dinamiche relative, media e moda: la visione condivisa. Ma quello che passa e rimane è lo scarto incastrato tra le maglie del colino. Una serie di cose che rimangono piatte e lontane e gelide.

Fuori di qua c’è un vento che sembra spezzare letteralmente gli alberi. Da lontano la fila di ciliegi è l’immagine incongrua dei capelli di una ragazza in moto. Stanno correndo in avanti, la chioma è solo una scia svolazzante, è l’ immagine sfocata di una scia. Voleranno via e si conficcheranno nel tetto di qualche casa.

Quasi sempre le cose seguono lo stesso ordine ossessivo: la noia prende la forma dell’ansia, poi diventa anedonia, abulia e alla fine apatia. Ho spesso paura che non proverò mai più niente di intenso ed emozionante, che finirò per spegnermi lentamente. Sempre meno emozioni. Lenta e inarrestabile mi impedirà di dare forma al mondo. Ma questo non è solo un mio pensiero, ne sono certo. Lo so che questo pensiero viene da qualcun altro e questo pensiero sarà di qualcun altro. Questo pensiero mi cancellerà, cancellerà quello che ho fatto. Tutto non ha senso, è illogico e per questo non degno di essere pensato; sbagliato. Questo pensiero rovescia le regole e diventa ancestrale e totale; pare sensato, asfissiante e ossessivo, inquietantemente onesto; in fondo quello che sento non è proprio incredibile. Ma poi cambio, ci riesco. A volte. La mia testa si liquefà, si ricompone, e così via, fino a quando il cervello non viene spento dal Bios. Il sonno, vuoto e anecoico oppure lunare e liquido. Fluttuante e presente. Fluttuo e volo, niente controllo. 100% inconscio, indifferenziato, follia. Questo sono io eppure no. Ho ancora voglia di dormire.

Non vorrei essere stato nei panni del povero Heidegger. Marcuse è stato uno stronzo con der professor; non ha capito. Tutto passato al vaglio dell’ipocrisia di un giudizio emotivo venduto come razionale: questa la sostanza. La forma però è quello che conta: l’indignazione sociale. Con tutto quello che il povero Martin ha passato, imprigionato nel suo piccolo cranio teutonico. La vergogna intellettuale. Che squallida ironia.

Martin Heidegger l’ho seppellito: per questioni anagrafiche.

Eppure non credo di passarmela bene neanche io.

TAV.8

Benchè gli amanti si perderanno, l’amore sarà salvo

e la morte non avrà più dominio.

Zadorine e la rosa elettrica*
Si tratta di una giornata abbastanza pulita.
Non sono certo un tipo di essere umano con facoltà speciali in grado di misurare il tasso di inquinamento nell’atmosfera, è solo una considerazione.
Dalla tromba delle scale uscì in fretta la gente che si sarebbe riversata in strada per la festa di S. Patrizio.
C’è della Guinness simile ad acqua mescolata a caffé in polvere.
La relazione trimestrale rivelava un lieve peggioramento riferito al  tasso di glucosio nel sangue.
Dicevano: – Nulla da allarmarsi- ; io pensavo:  - Nulla di cui allarmarsi- o –Nulla di allarmante- e mi rimettevo a leggere.
In quel periodo compravo un paio di volte alla settimana il Giornale. Le pagine erano state accuratamente ridotte al minimo. Il venerdì c’erano due fogli: in tutto otto pagine, facciate se vogliamo essere più precisi. Talvolta a causa del pluralis maiestatis rischiamo di risultare pedissequi(?!). Stampati a rullo, coerentemente al taglio medievale dell’editore. Lo stampatore era una brava persona, un ex pizzaiolo che aveva talento nel suo campo.
Le condizioni di Zadorine – cito testualmente, limitandomi a sostituire i presenti con degli imperfetti: - “Non erano critiche tuttavia non si poteva essere certi che la paziente sarebbe stata in grado di lasciare la struttura a causa… - e a quel punto tutto si perdeva in una foschia molle fatta di assoni interrotti. Pareva che le centrali nervose, pirenofori o corpi cellulari, soffrissero di una carenza di memoria ad accesso casuale, con conseguenze vistose di pop-up. Al  fine di supplire al problema, compensandolo se non altro alla buona, cercando di evitare un antiestetico apparire di cose dal nulla, la soluzione era la nebbia.
Da vicino si vede abbastanza bene con la nebbia.
Vedendosi soltanto da vicino con la nebbia si evita il problema di lunghe e noiose descrizioni.
Mi ricordo che io e Lisodorine giravamo spesso per strada verso le cinque di sera e lui era più svelto di me a riconoscere questo o quel posto basandosi solamente sulla forma della luce.
- Non devi cercare di memorizzare troppe cose, finisci col mescolare e confondere quel poco che sei in grado di ricordare-
Lui la luce l’aveva capita e bisognava ammettere che fosse uno sveglio, uno che non si sforzava inutilmente affannandosi più del necessario. Il  sistema premia chi riesce a metterlo a punto e se fossi in grado di sintetizzarlo senza ridurre l’insieme, senza fare l’errore del tacchino induttivista, sono convinto riuscirei ad avvicinarmi un po’ a dio. Ho appena ammesso a me stesso di avere detto una stronzata estetizzante.
Il suono della eco paterna risuonava contro  le mura decrepite della città vecchia. Ognuno, a seconda del numero dei rintocchi, aveva la misura del proprio senso di colpa.
Entrai in un negozio. Da lontano non ero riuscito a riconoscere a chi appartenesse quella sagoma. Era la bottega del mio insegnate di matematica e sistemi periferici. Lui diceva che con lo stipendio statale si facesse fatica a sopravvivere permettendosi alcuni lussi.
Comprai un paio di grammi di  sporco e una busta da cinque di  soldatini. Lui sorrise con l’aria corrucciata del professore che si sente in colpa per il quattro che sta per darti all’orale. In fondo sa che è un po’ colpa sua quando le prenderai da tua padre (che colleziona cinture o cinghie: se vogliamo usare il terminale gergale riconosciuto come accostato a quel impiego) dopo aver sentito la eco delle sette. Il cielo, se lo si fosse riuscito a vedere, sarebbe probabilmente stato di un blu pieno e cupo.
Dovevo comprare un chilo di macinato di tacchino per mia madre.
L’uomo stava preparando dei piccoli spiedini di pollo impanati.
- Mi raccomando - dissi
- Doppia impanatura, non bado a spese.
- Non sono per lei.
Lui alzò la testa e notai con stupore, orrore  + aggettivi che non riesco a ordinare nel complesso emotivo connesso al fatto la scena. Aveva una certa somiglianza con un dipinto del pittore inglese Pancetta che avevo visto su un testo scolastico. Eravamo in una macelleria, l’uomo che avevo davanti era presumibilmente un macellaio. Il  metodo deduttivo è quasi sempre infallibile.
Esattamente di fronte a me la carne malamente ammonticchiata dietro alla teca di vetro del banco frigorifero ricreava l’essere centrale del trittico. Lateralmente, al di sopra della mensola più bassa, un mucchio di fogli da incarto costruivano senza la precisa volontà di farlo, ma con precisione geometrica, l’incredibile essere raffigurato sulla tela di destra.
La figlia, una ragazza, dimenticavo, del macellaio, di circa diciassette\diciotto anni, tutta curva sul pavimento, intenta a da asciugare una macchia di sangue acquoso e condensa, si reggeva con una mano su di uno sgabello di legno scuro e completava il trittico; il suo ruolo era  l’essere muto sulla tela di sinistra.
Smisi di sorridere. Domandai educatamente il macinato e l’uomo andò sul retro a prendere del petto di tacchino.
- Le domando scusa ma purtroppo qui e ora l’ho terminato. Se attende un attimo chiedo a mia moglie se per caso le ne è avanzato un po’, sa per noi mormoni ieri era il giorno del ringraziamento.
- Vorrà dire sarà…
- Come preferisce.
Io non amavo le prove di forze ma la ragazza sembrava la classica figlia troppo coccolata, un piccolo bocciolo con un’adorazione quasi preternaturale per il padre.
Appoggiai una banconota di taglio inferiore al necessario sopra la teca protettiva. Quando sollevai il palmo lo schiocco prodotto dalla mia mano sudata che si scollava dalla superficie fredda del vetro fece alzare la ragazza.
Si appoggia con entrambe le mani sulla teca dopo essersi  messa  in ginocchio sullo sgabello. Il vestito cade male- penso – troppo grande per un corpo così minuto. Lei sorride. Ho la sensazione di dover dire qualcosa, poi cerco di immaginare l’espressione della mia faccia e allora maledico giorno in cui ho smesso di essere bambino.

Cos’ è che si modifica in noi 	quando diventiamo adolescenti ? –

Corso di Memoria, lezione n° 1 ore 21:45  R.E.
- Molte cose – risponde un tizio seduto due posti dietro di me che sembra lì per fare la spalla del relatore.
- Sicuramente,  ma io sto pesando a una cosa in particolare…
Si tratta di una di quelle situazioni che mi fanno incazzare come una iena, allora guardo A., che mi aveva messo in quella situazione.
- Non ne posso più - A. si alza, raccoglie in modo sbrigativo e incoerente tutte le sue cose ed esce dalla stanza.
- Lei non è qui solo per la carne.
- Credo di essermi sbagliato allora.
- Sua moglie sta male?
- E’ una ragazza ma è malata.
– Non ha diciotto anni come me.
- E’ di quattro anni più vecchia.
- Penso dovrebbe accettare di buon 	grado la morte.
- … 
- Posso regalarle una rosa?
- Non avrei dovuto fare un passo 	avanti, ormai devo prenderla se non voglio fare la figura del nano 	urlatore o del cafone. 
- Non è necessario tenerla in acqua.
Sull’asfalto c’erano i resti della festa, pare fosse andata avanti fino a pomeriggio inoltrato.
La misura dell’autodistruzione di massa si ottien attraverso il calcolo (storico) della progressione  non algebrica del livello di umanità di qualsiasi individuo in cui il livello culturale ne diventa l’esponente (non morale per quanto sia discutibile anche questo ultimo punto).
Il padre macellaio se ne uscì con una da torero.
Entrò e appoggiò una testa di toro sollevandola per le corna.
-Gliela regalo.
Vidi gli occhi della ragazza fissi su di me come se si aspettasse un rifiuto.
Non potevo rifiutare un regalo, così accettai.
Conteneva il macinato.
In realtà si trattava di una scatola che aveva solo la forma di testa di toro o forse (non posso affermarlo con sicurezza) era semplicemente una comune scatola rettangolare di legno. Dentro c’era un barattolo pieno per tre quarti di macinato di tacchino.
Io ci misi dentro la rosa.
Le urla di mio padre rimbalzavano da muro a muro. Diceva di farlo al solo scopo di poter comprendere a orecchio le variazioni di conducibilità del suono nei metalli e le interferenze nella eco. Mia madre piangeva al piano di sopra.
Non so se fosse perché pensava che mio padre urlasse perché non la amava più o perché lo stipendio era troppo basso.
Io svuotai un piccolo barattolo di capperi e ci misi dentro la rosa dopo averlo riempito per metà di acqua del rubinetto. Iniziai a ripensare alla figlia del macellaio. Mi sdraiai sul letto e immaginai il suo piccolo sedere con le mutandine incastrate in mezzo e i peletti biondi che riesci a vedere solo in controluce.
Zadorine aveva un sedere sodo e grande, completamente glabro ma riconsiderando la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti probabilmente l’assenza di moto l’aveva reso flaccido.
La macchina con la linea verde zig-zagata sincopava i suoi respiri, il vecchio nel letto di fianco alzava la percentuale di sopravvivenza all’interno della mia personale statistica ossessivo –fatalista che utilizzava i pazienti del reparto come campione, mi aiutava semplicemente a sperare.
I vigili del fuoco per motivi precauzionali svuotarono l’edificio svitando i perni di ogni porta per favorire l’evacuazione.
La nebbia avvolgeva il letto di Zadorine.
Io avevo sete.
Io ho sete.
Devo assolutamente farmi una birra. Spingo il letto giù, lungo la strada dopo aver legato l’elettrocardiogramma  ad una sponda del letto.
Usai il tubo di una flebo che avevo trovato durante la fuga.
Lascio il letto di fronte al bar, sotto un vecchio salice perimetrale. Un grosso salice piangente mezzo morto.
Mi sedetti dietro al bancone,
la porta d’ingresso si chiuse lentamente, spingendo l’aria fuori e dentro.
Ho rimboccato le coperte a Zadorine anche se è Estate.
Fuori comunque c’era la nebbia che si appoggiava come uno strale gelatinoso su tutto.
Quella piccoletta della figlia del macellaio mi si sedette di fianco appollaiandosi sullo sgabello.
-Sediamoci a un tavolo, qui sto scomoda-
Mi siedo e lei mi spinge all’interno sulla panca di legno di abete levigato, ricoperto da una resina protettiva trasparente con segni e graffi. Mi spinse  dentro col sedere.
(Elenco, non dialogo - per quasi ovvie ragioni)

Cosa ci fai qui? –


Ho visto il letto fuori –


Io la amo ancora –


Ho riconosciuto la sagoma dopo che 	ho saputo dell’evacuazione-


Ora posso solo amarla –


Vorrei una weiss media con mezza 	fetta di limone-

E’ la voce ansiosa di chi fa una domanda con lo scopo di attirare l’attenzione su di se e lo fa con l’acerba ingenuità di chi non sa ancora quanto il mondo disprezzi chi prova delle emozioni per così poco. Questo pensiero esce da una cassa Polkaudio appoggiata su una mensola dietro al bancone. Nessuno ci fa caso; è incredibile quanto sia involuto il controllo razionale sull’udito nei non-musicisti.
Sollevo la testa che avevo appoggiato a peso morto sul palmo. Articolo il polso che è ancora indolenzito.
Bevvi otto pinte di sidro e un paio di Guinness. Sul tavolo c’era il bicchiere ancora pieno di uno shot alla fragola che mi aveva offerto lei. Appoggiai la testa contro il muro. Mi fece una sega sotto il tavolo. Durò poco. Uscii barcollando.
Non scrissi niente perché ero troppo ubriaco.
La mattina dopo mi svegliai domandandomi se il precedente (o seguente) dialogo fosse il frutto della mia immaginazione. Forse era un sogno o un dialogo da sbornia.
Lei, dopo essersi asciugata la mano, mi disse di essersi innamorata di me e altre cose connesse che potrei definire patetiche – inesperte – retoriche – ingenue – false – egoistiche – involontariamente comiche.
Davanti allo specchio con lo spazzolino ficcato in bocca mi ricordo di Zadorine.
Flashback n° unico
( ore 23:45 - ore 2: 37)
Eravamo nella corsia del reparto di medicina metabolica e io tastavo il corrimano di plastica smaltata color verde dentifricio. Il padre di Zadorine venne da me e mi strinse la spalla con la sua manona da Charles Bronson alla ricerca di un disperato contatto fisico. Io non risposi alla richiesta, pensavo al litigio tra me e Zadorine. Come scelta, a mio avviso, era forse vigliacca ma non anti-umana.
Il medico di guardia era una donna grassa con un paio di occhiali senza montatura che non sembrava proprio un medico. Sembrava un insegnante di liceo di una qualche materia secondaria.
- Borbotto questo signori miei, lo borbotto piuttosto che dirlo ai fini della narrazione, per evitare la trappola della simmetria e della ripetizione all’interno di uno scambio di battute serrate e dolorose…
Io prestai attenzione, scesi le scale sapendo che non avrei più toccato Zadorine.
Flashback n° 2 ( ore 2:46)
- Diventeremo vecchi insieme.
- Non saprei, suona un po’ come già sentito.
- …
- Non devi piangere se no mi obblighi a mentire.
Spinsi il carrello fuori dalla macelleria, era pieno di spalle si agnello.
– Dovresti dimenticarla , ormai è come un pezzo di carne attaccato a una presa della corrente.
Allora pensai che ogni spasmo muscolare era controllato dalla macchina.
Allora mi sentii come se fossi stato tradito.
Come se il mio egoismo fosse stato accoltellato, pensai che ogni muscolo si contraeva mentre la spina percorreva la città  fino alla macelleria, dietro al banco frigorifero.
Che quando lo faceva, cioè quando contraeva un muscolo, prima dell’incidente intendo, era anche grazie a  me o a se stessa, cioè grazie alla sua capacità di emozionarsi; o grazie al padre, se consideri anche le contrazioni o spasmi o movimenti muscolari negativi.
Abbandonai il carrello in mezzo alla nebbia, in mezzo alla strada, mi girai per vedere quel punto rosso diventare un puntino inghiottito dalla nebbia.
La figlia del macellaio apparve seduta sugli scalini.
(fu la penultima volta che la vidi)
- Pensa che ho scritto un diario e 	ci sei anche tu dopo un sacco di altre pagine con altri ragazzi, di 	quelli che fanno casino e vogliono fottere perché sai, anche se fanno gli 	uomini, se ne vengono appena glielo accarezzi; e ho fatto un vestito ma 	mio padre l’ha fatto a pezzi. Poi mentre stavo mettendo a posto 	delle cose in macelleria un tizio mi ha detto che sono una spostata; è tutto scritto lì tranne della rosa…
- E’ dentro un barattolo pieno 	d’acqua.
- L’hai tenuta.
- Sì.
- Sai che ho visto La rosa purpurea 	del Cairo, era una copia pirata e poi ho letto un racconto di 	Virginia Woolf…dovresti guardare in fondo allo stelo; mi è venuto 	da ridere durante il promo contro la pirateria.
Due infermieri avevano dovuto assentarsi dall’ospedale, camuffarsi da renne e andare a recuperare il letto di Zadorine nel bosco. Lo avevo dimenticato sotto il salice.
Fu quello che mi disse suo padre, quando lo incontrai nella hall dell’ospedale, di fronte al distributore di fisces da gioco. La stanza era stata venduta per un trenta per cento ad una piccola multinazionale di indiani che avevano vinto l’appalto. Erano riusciti a trasformare il reparto di geriatria in un casinò per i famigliari dei pazienti…
- Magari vinco qualche giorno per Zadorine.
- Magari…sarebbe bello.
Ascoltavo Wall of  Sacrifice quando vidi la figlia del macellaio per l’ultima volta e nel dirlo ora sono stato tentato di non dire – per l’ultima volta – perché credo sposti l’attenzione del lettore dal soggetto al perché.
Dalla nebbia uscivano fuori negozi e luci, cassonetti e cespugli, siepi e marciapiedi ma le persone, quelle invece comparivano come spiriti, come caratteristi di un film. Sono quei personaggi che riconosci come famigliari ogni volta che li vedi ma non riesci ad attribuire alla faccia un nome e che trovi solo aprendo un dizionario del cinema. A volte non li trovi perchè succede che ti soffermi su una pagina a caso notando lo strano titolo di un film di cui non hai mai sentito parlare. Quel genere di caratteristi ha nomi semplici e americani: se avessero un nome strano loavresti notato tra i titoli di coda e ora lo ricorderesti.
-Non suona un po’ artificioso?
- Dal dimenticatoio.
- Da cosa? 
- Dal dimenticatoio, è come il 	cesto della roba sporca 
- La ami ancora? 
- Sta morendo e non posso fare niente, posso solo amarla.
-     Scoperesti con me o pensi che sarebbe ancora un tradimento –
-     Ho una domanda da farti.
-     Dimmi.
-     Perché  la rosa non appassisce? –
-    Dipende da Zadorine, dalla sua volontà di aggrapparsi alla vita.
A casa mi sedetti di fronte alla rosa.
Nel barattolo di capperi pieno d’acqua per un terzo.
Ero salito su per le scale più piano del solito tastando la moquette con la punta delle dita dei piedi gradino  per gradino, il cuore di mio nonno vibrava esausto e tossicchiante, attaccato in presa diretta alla bocca, un’ellisse nera e curva, copriva con la cadenza di un metronomo il rumore dei singhiozzi che non riuscivo a trattenere.
Avrei saputo solo dopo cosa stava succedendo in quel momento.
Il padre di Zadorine la amava e quando staccò la spina del respiratore artificiale che la teneva in vita iniziò a volerle bene. Il padre di Zadorine sparì nella nebbia e anche io mi dimenticai di lui.
Io mi ero messo la rosa in tasca.
Allora tenevo la rosa in tasca.
Avevo preso in mano il barattolo, lo avevo svuotato nel lavandino, l’avevo fatto con una calma quasi rituale. Mi ero lavato i denti e avevo fatto i risciacqui con il collutorio. Ero tornato in camera.
Seduto sul bordo del letto, poi di nuovo sulla sedia con le mani sulla scrivania. La finestra era aperta per metà, si sentiva il fruscio dell’aria umida. Mi passai la rosa da una mano all’altra e mi ricordai di tutte le cose che la figlia del macellaio mi aveva detto l’ultima volta che l’avevo vista.
Presi il gambo tra due dita e lasciai che il peso del bulbo ancora semichiuso facesse cadere la rosa a testa in giù sfiorando la superficie appiccicosa della scrivania. Mi rivenne in mente la figlia del macellaio. Lei aveva bisogno di me più di quanto lo avessero i miei ricordi.
In fondo allo stelo, giù, scivolando tra i segni delle spine che erano state accuratamente staccate una ad una vidi una piccola escrescenza circolare simile ad un bottone, un piccolo cilindro dello stesso colore del gambo.
Fuori la nebbia lasciava che qualche fagiolo di luce passasse qua e là dando alla stanza un aspetto fiabesco.
I petali della rosa elettrica riposavano intonsi, sparsi qua e là come tante piccole mosche, intrappolati sulla superficie appiccicosa della scrivania.
* Per una corretta fruizione emozionale del testo, si comprenda che refusi, errori di punteggiatura e prosa (cioè il fatto che sia scritto alla cazzo* da molti punti di vista) sono  parte integrante del testo.
* Forse questo sarebbe dovuto rimanere implicito e adesso è evidente che è una giustificazione.** Sì, lo è.* *Ma non necessariamente. 

Zadorine e la rosa elettrica*

Si tratta di una giornata abbastanza pulita.

Non sono certo un tipo di essere umano con facoltà speciali in grado di misurare il tasso di inquinamento nell’atmosfera, è solo una considerazione.

Dalla tromba delle scale uscì in fretta la gente che si sarebbe riversata in strada per la festa di S. Patrizio.

C’è della Guinness simile ad acqua mescolata a caffé in polvere.

La relazione trimestrale rivelava un lieve peggioramento riferito al tasso di glucosio nel sangue.

Dicevano: – Nulla da allarmarsi- ; io pensavo:  - Nulla di cui allarmarsi- o –Nulla di allarmante- e mi rimettevo a leggere.

In quel periodo compravo un paio di volte alla settimana il Giornale. Le pagine erano state accuratamente ridotte al minimo. Il venerdì c’erano due fogli: in tutto otto pagine, facciate se vogliamo essere più precisi. Talvolta a causa del pluralis maiestatis rischiamo di risultare pedissequi(?!). Stampati a rullo, coerentemente al taglio medievale dell’editore. Lo stampatore era una brava persona, un ex pizzaiolo che aveva talento nel suo campo.

Le condizioni di Zadorine – cito testualmente, limitandomi a sostituire i presenti con degli imperfetti: - “Non erano critiche tuttavia non si poteva essere certi che la paziente sarebbe stata in grado di lasciare la struttura a causa… - e a quel punto tutto si perdeva in una foschia molle fatta di assoni interrotti. Pareva che le centrali nervose, pirenofori o corpi cellulari, soffrissero di una carenza di memoria ad accesso casuale, con conseguenze vistose di pop-up. Al fine di supplire al problema, compensandolo se non altro alla buona, cercando di evitare un antiestetico apparire di cose dal nulla, la soluzione era la nebbia.

Da vicino si vede abbastanza bene con la nebbia.

Vedendosi soltanto da vicino con la nebbia si evita il problema di lunghe e noiose descrizioni.

Mi ricordo che io e Lisodorine giravamo spesso per strada verso le cinque di sera e lui era più svelto di me a riconoscere questo o quel posto basandosi solamente sulla forma della luce.

- Non devi cercare di memorizzare troppe cose, finisci col mescolare e confondere quel poco che sei in grado di ricordare-

Lui la luce l’aveva capita e bisognava ammettere che fosse uno sveglio, uno che non si sforzava inutilmente affannandosi più del necessario. Il sistema premia chi riesce a metterlo a punto e se fossi in grado di sintetizzarlo senza ridurre l’insieme, senza fare l’errore del tacchino induttivista, sono convinto riuscirei ad avvicinarmi un po’ a dio. Ho appena ammesso a me stesso di avere detto una stronzata estetizzante.

Il suono della eco paterna risuonava contro le mura decrepite della città vecchia. Ognuno, a seconda del numero dei rintocchi, aveva la misura del proprio senso di colpa.

Entrai in un negozio. Da lontano non ero riuscito a riconoscere a chi appartenesse quella sagoma. Era la bottega del mio insegnate di matematica e sistemi periferici. Lui diceva che con lo stipendio statale si facesse fatica a sopravvivere permettendosi alcuni lussi.

Comprai un paio di grammi di sporco e una busta da cinque di soldatini. Lui sorrise con l’aria corrucciata del professore che si sente in colpa per il quattro che sta per darti all’orale. In fondo sa che è un po’ colpa sua quando le prenderai da tua padre (che colleziona cinture o cinghie: se vogliamo usare il terminale gergale riconosciuto come accostato a quel impiego) dopo aver sentito la eco delle sette. Il cielo, se lo si fosse riuscito a vedere, sarebbe probabilmente stato di un blu pieno e cupo.

Dovevo comprare un chilo di macinato di tacchino per mia madre.

L’uomo stava preparando dei piccoli spiedini di pollo impanati.

- Mi raccomando - dissi

- Doppia impanatura, non bado a spese.

- Non sono per lei.

Lui alzò la testa e notai con stupore, orrore + aggettivi che non riesco a ordinare nel complesso emotivo connesso al fatto la scena. Aveva una certa somiglianza con un dipinto del pittore inglese Pancetta che avevo visto su un testo scolastico. Eravamo in una macelleria, l’uomo che avevo davanti era presumibilmente un macellaio. Il metodo deduttivo è quasi sempre infallibile.

Esattamente di fronte a me la carne malamente ammonticchiata dietro alla teca di vetro del banco frigorifero ricreava l’essere centrale del trittico. Lateralmente, al di sopra della mensola più bassa, un mucchio di fogli da incarto costruivano senza la precisa volontà di farlo, ma con precisione geometrica, l’incredibile essere raffigurato sulla tela di destra.

La figlia, una ragazza, dimenticavo, del macellaio, di circa diciassette\diciotto anni, tutta curva sul pavimento, intenta a da asciugare una macchia di sangue acquoso e condensa, si reggeva con una mano su di uno sgabello di legno scuro e completava il trittico; il suo ruolo era l’essere muto sulla tela di sinistra.

Smisi di sorridere. Domandai educatamente il macinato e l’uomo andò sul retro a prendere del petto di tacchino.

- Le domando scusa ma purtroppo qui e ora l’ho terminato. Se attende un attimo chiedo a mia moglie se per caso le ne è avanzato un po’, sa per noi mormoni ieri era il giorno del ringraziamento.

- Vorrà dire sarà…

- Come preferisce.

Io non amavo le prove di forze ma la ragazza sembrava la classica figlia troppo coccolata, un piccolo bocciolo con un’adorazione quasi preternaturale per il padre.

Appoggiai una banconota di taglio inferiore al necessario sopra la teca protettiva. Quando sollevai il palmo lo schiocco prodotto dalla mia mano sudata che si scollava dalla superficie fredda del vetro fece alzare la ragazza.

Si appoggia con entrambe le mani sulla teca dopo essersi messa in ginocchio sullo sgabello. Il vestito cade male- penso – troppo grande per un corpo così minuto. Lei sorride. Ho la sensazione di dover dire qualcosa, poi cerco di immaginare l’espressione della mia faccia e allora maledico giorno in cui ho smesso di essere bambino.

  • Cos’ è che si modifica in noi quando diventiamo adolescenti ? –

Corso di Memoria, lezione n° 1 ore 21:45 R.E.

- Molte cose – risponde un tizio seduto due posti dietro di me che sembra lì per fare la spalla del relatore.

- Sicuramente,  ma io sto pesando a una cosa in particolare…

Si tratta di una di quelle situazioni che mi fanno incazzare come una iena, allora guardo A., che mi aveva messo in quella situazione.

- Non ne posso più - A. si alza, raccoglie in modo sbrigativo e incoerente tutte le sue cose ed esce dalla stanza.

- Lei non è qui solo per la carne.

- Credo di essermi sbagliato allora.

- Sua moglie sta male?

- E’ una ragazza ma è malata.

– Non ha diciotto anni come me.

- E’ di quattro anni più vecchia.

- Penso dovrebbe accettare di buon grado la morte.

- … 

- Posso regalarle una rosa?

- Non avrei dovuto fare un passo avanti, ormai devo prenderla se non voglio fare la figura del nano urlatore o del cafone. 

- Non è necessario tenerla in acqua.

Sull’asfalto c’erano i resti della festa, pare fosse andata avanti fino a pomeriggio inoltrato.

La misura dell’autodistruzione di massa si ottien attraverso il calcolo (storico) della progressione non algebrica del livello di umanità di qualsiasi individuo in cui il livello culturale ne diventa l’esponente (non morale per quanto sia discutibile anche questo ultimo punto).

Il padre macellaio se ne uscì con una da torero.

Entrò e appoggiò una testa di toro sollevandola per le corna.

-Gliela regalo.

Vidi gli occhi della ragazza fissi su di me come se si aspettasse un rifiuto.

Non potevo rifiutare un regalo, così accettai.

Conteneva il macinato.

In realtà si trattava di una scatola che aveva solo la forma di testa di toro o forse (non posso affermarlo con sicurezza) era semplicemente una comune scatola rettangolare di legno. Dentro c’era un barattolo pieno per tre quarti di macinato di tacchino.

Io ci misi dentro la rosa.

Le urla di mio padre rimbalzavano da muro a muro. Diceva di farlo al solo scopo di poter comprendere a orecchio le variazioni di conducibilità del suono nei metalli e le interferenze nella eco. Mia madre piangeva al piano di sopra.

Non so se fosse perché pensava che mio padre urlasse perché non la amava più o perché lo stipendio era troppo basso.

Io svuotai un piccolo barattolo di capperi e ci misi dentro la rosa dopo averlo riempito per metà di acqua del rubinetto. Iniziai a ripensare alla figlia del macellaio. Mi sdraiai sul letto e immaginai il suo piccolo sedere con le mutandine incastrate in mezzo e i peletti biondi che riesci a vedere solo in controluce.

Zadorine aveva un sedere sodo e grande, completamente glabro ma riconsiderando la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti probabilmente l’assenza di moto l’aveva reso flaccido.

La macchina con la linea verde zig-zagata sincopava i suoi respiri, il vecchio nel letto di fianco alzava la percentuale di sopravvivenza all’interno della mia personale statistica ossessivo –fatalista che utilizzava i pazienti del reparto come campione, mi aiutava semplicemente a sperare.

I vigili del fuoco per motivi precauzionali svuotarono l’edificio svitando i perni di ogni porta per favorire l’evacuazione.

La nebbia avvolgeva il letto di Zadorine.

Io avevo sete.

Io ho sete.

Devo assolutamente farmi una birra. Spingo il letto giù, lungo la strada dopo aver legato l’elettrocardiogramma ad una sponda del letto.

Usai il tubo di una flebo che avevo trovato durante la fuga.

Lascio il letto di fronte al bar, sotto un vecchio salice perimetrale. Un grosso salice piangente mezzo morto.

Mi sedetti dietro al bancone,

la porta d’ingresso si chiuse lentamente, spingendo l’aria fuori e dentro.

Ho rimboccato le coperte a Zadorine anche se è Estate.

Fuori comunque c’era la nebbia che si appoggiava come uno strale gelatinoso su tutto.

Quella piccoletta della figlia del macellaio mi si sedette di fianco appollaiandosi sullo sgabello.

-Sediamoci a un tavolo, qui sto scomoda-

Mi siedo e lei mi spinge all’interno sulla panca di legno di abete levigato, ricoperto da una resina protettiva trasparente con segni e graffi. Mi spinse dentro col sedere.

(Elenco, non dialogo - per quasi ovvie ragioni)

  • Cosa ci fai qui? –

  • Ho visto il letto fuori –

  • Io la amo ancora –

  • Ho riconosciuto la sagoma dopo che ho saputo dell’evacuazione-

  • Ora posso solo amarla –

  • Vorrei una weiss media con mezza fetta di limone-

E’ la voce ansiosa di chi fa una domanda con lo scopo di attirare l’attenzione su di se e lo fa con l’acerba ingenuità di chi non sa ancora quanto il mondo disprezzi chi prova delle emozioni per così poco. Questo pensiero esce da una cassa Polkaudio appoggiata su una mensola dietro al bancone. Nessuno ci fa caso; è incredibile quanto sia involuto il controllo razionale sull’udito nei non-musicisti.

Sollevo la testa che avevo appoggiato a peso morto sul palmo. Articolo il polso che è ancora indolenzito.

Bevvi otto pinte di sidro e un paio di Guinness. Sul tavolo c’era il bicchiere ancora pieno di uno shot alla fragola che mi aveva offerto lei. Appoggiai la testa contro il muro. Mi fece una sega sotto il tavolo. Durò poco. Uscii barcollando.

Non scrissi niente perché ero troppo ubriaco.

La mattina dopo mi svegliai domandandomi se il precedente (o seguente) dialogo fosse il frutto della mia immaginazione. Forse era un sogno o un dialogo da sbornia.

Lei, dopo essersi asciugata la mano, mi disse di essersi innamorata di me e altre cose connesse che potrei definire patetiche – inesperte – retoriche – ingenue – false – egoistiche – involontariamente comiche.

Davanti allo specchio con lo spazzolino ficcato in bocca mi ricordo di Zadorine.

Flashback n° unico

( ore 23:45 - ore 2: 37)

Eravamo nella corsia del reparto di medicina metabolica e io tastavo il corrimano di plastica smaltata color verde dentifricio. Il padre di Zadorine venne da me e mi strinse la spalla con la sua manona da Charles Bronson alla ricerca di un disperato contatto fisico. Io non risposi alla richiesta, pensavo al litigio tra me e Zadorine. Come scelta, a mio avviso, era forse vigliacca ma non anti-umana.

Il medico di guardia era una donna grassa con un paio di occhiali senza montatura che non sembrava proprio un medico. Sembrava un insegnante di liceo di una qualche materia secondaria.

- Borbotto questo signori miei, lo borbotto piuttosto che dirlo ai fini della narrazione, per evitare la trappola della simmetria e della ripetizione all’interno di uno scambio di battute serrate e dolorose…

Io prestai attenzione, scesi le scale sapendo che non avrei più toccato Zadorine.

Flashback n° 2 ( ore 2:46)

- Diventeremo vecchi insieme.

- Non saprei, suona un po’ come già sentito.

- …

- Non devi piangere se no mi obblighi a mentire.

Spinsi il carrello fuori dalla macelleria, era pieno di spalle si agnello.

– Dovresti dimenticarla , ormai è come un pezzo di carne attaccato a una presa della corrente.

Allora pensai che ogni spasmo muscolare era controllato dalla macchina.

Allora mi sentii come se fossi stato tradito.

Come se il mio egoismo fosse stato accoltellato, pensai che ogni muscolo si contraeva mentre la spina percorreva la città fino alla macelleria, dietro al banco frigorifero.

Che quando lo faceva, cioè quando contraeva un muscolo, prima dell’incidente intendo, era anche grazie a me o a se stessa, cioè grazie alla sua capacità di emozionarsi; o grazie al padre, se consideri anche le contrazioni o spasmi o movimenti muscolari negativi.

Abbandonai il carrello in mezzo alla nebbia, in mezzo alla strada, mi girai per vedere quel punto rosso diventare un puntino inghiottito dalla nebbia.

La figlia del macellaio apparve seduta sugli scalini.

(fu la penultima volta che la vidi)

- Pensa che ho scritto un diario e ci sei anche tu dopo un sacco di altre pagine con altri ragazzi, di quelli che fanno casino e vogliono fottere perché sai, anche se fanno gli uomini, se ne vengono appena glielo accarezzi; e ho fatto un vestito ma mio padre l’ha fatto a pezzi. Poi mentre stavo mettendo a posto delle cose in macelleria un tizio mi ha detto che sono una spostata; è tutto scritto lì tranne della rosa…

- E’ dentro un barattolo pieno d’acqua.

- L’hai tenuta.

- Sì.

- Sai che ho visto La rosa purpurea del Cairo, era una copia pirata e poi ho letto un racconto di Virginia Woolf…dovresti guardare in fondo allo stelo; mi è venuto da ridere durante il promo contro la pirateria.

Due infermieri avevano dovuto assentarsi dall’ospedale, camuffarsi da renne e andare a recuperare il letto di Zadorine nel bosco. Lo avevo dimenticato sotto il salice.

Fu quello che mi disse suo padre, quando lo incontrai nella hall dell’ospedale, di fronte al distributore di fisces da gioco. La stanza era stata venduta per un trenta per cento ad una piccola multinazionale di indiani che avevano vinto l’appalto. Erano riusciti a trasformare il reparto di geriatria in un casinò per i famigliari dei pazienti…

- Magari vinco qualche giorno per Zadorine.

- Magari…sarebbe bello.

Ascoltavo Wall of Sacrifice quando vidi la figlia del macellaio per l’ultima volta e nel dirlo ora sono stato tentato di non dire – per l’ultima volta – perché credo sposti l’attenzione del lettore dal soggetto al perché.

Dalla nebbia uscivano fuori negozi e luci, cassonetti e cespugli, siepi e marciapiedi ma le persone, quelle invece comparivano come spiriti, come caratteristi di un film. Sono quei personaggi che riconosci come famigliari ogni volta che li vedi ma non riesci ad attribuire alla faccia un nome e che trovi solo aprendo un dizionario del cinema. A volte non li trovi perchè succede che ti soffermi su una pagina a caso notando lo strano titolo di un film di cui non hai mai sentito parlare. Quel genere di caratteristi ha nomi semplici e americani: se avessero un nome strano loavresti notato tra i titoli di coda e ora lo ricorderesti.

-Non suona un po’ artificioso?

- Dal dimenticatoio.

- Da cosa? 

- Dal dimenticatoio, è come il cesto della roba sporca 

- La ami ancora? 

- Sta morendo e non posso fare niente, posso solo amarla.

- Scoperesti con me o pensi che sarebbe ancora un tradimento –

- Ho una domanda da farti.

- Dimmi.

- Perché la rosa non appassisce? –

- Dipende da Zadorine, dalla sua volontà di aggrapparsi alla vita.

A casa mi sedetti di fronte alla rosa.

Nel barattolo di capperi pieno d’acqua per un terzo.

Ero salito su per le scale più piano del solito tastando la moquette con la punta delle dita dei piedi gradino per gradino, il cuore di mio nonno vibrava esausto e tossicchiante, attaccato in presa diretta alla bocca, un’ellisse nera e curva, copriva con la cadenza di un metronomo il rumore dei singhiozzi che non riuscivo a trattenere.

Avrei saputo solo dopo cosa stava succedendo in quel momento.

Il padre di Zadorine la amava e quando staccò la spina del respiratore artificiale che la teneva in vita iniziò a volerle bene. Il padre di Zadorine sparì nella nebbia e anche io mi dimenticai di lui.

Io mi ero messo la rosa in tasca.

Allora tenevo la rosa in tasca.

Avevo preso in mano il barattolo, lo avevo svuotato nel lavandino, l’avevo fatto con una calma quasi rituale. Mi ero lavato i denti e avevo fatto i risciacqui con il collutorio. Ero tornato in camera.

Seduto sul bordo del letto, poi di nuovo sulla sedia con le mani sulla scrivania. La finestra era aperta per metà, si sentiva il fruscio dell’aria umida. Mi passai la rosa da una mano all’altra e mi ricordai di tutte le cose che la figlia del macellaio mi aveva detto l’ultima volta che l’avevo vista.

Presi il gambo tra due dita e lasciai che il peso del bulbo ancora semichiuso facesse cadere la rosa a testa in giù sfiorando la superficie appiccicosa della scrivania. Mi rivenne in mente la figlia del macellaio. Lei aveva bisogno di me più di quanto lo avessero i miei ricordi.

In fondo allo stelo, giù, scivolando tra i segni delle spine che erano state accuratamente staccate una ad una vidi una piccola escrescenza circolare simile ad un bottone, un piccolo cilindro dello stesso colore del gambo.

Fuori la nebbia lasciava che qualche fagiolo di luce passasse qua e là dando alla stanza un aspetto fiabesco.

I petali della rosa elettrica riposavano intonsi, sparsi qua e là come tante piccole mosche, intrappolati sulla superficie appiccicosa della scrivania.

* Per una corretta fruizione emozionale del testo, si comprenda che refusi, errori di punteggiatura e prosa (cioè il fatto che sia scritto alla cazzo* da molti punti di vista) sono  parte integrante del testo.

* Forse questo sarebbe dovuto rimanere implicito e adesso è evidente che è una giustificazione.*

* Sì, lo è.* 

*Ma non necessariamente. 

Prima di Zadorine. 

Non, non è vero le cose non vanno così. Anzi sì.

Who’s got the brain of JFK?   What’s it mean to us now? Oh, it’s sound insurance But I can tell you, this is no lie The whole world will be different soon.

Dormi piccolino, se no viene l’angelo della notte, strisciando sul muro. Chiudi gli occhi, se no ti guarda dentro. E diventi cieco. 

O O   - 

3:35. 

+   

http://tv.bloglive.it/files/2011/03/sandman-610x452.jpg

Ormai è quasi giorno, ormai. 

http://www.comicoo.com/sandman/Sandman20/images/Sandman%2020-21.jpg


Ecco come vanno le dannate cose. 

http://en.wikipedia.org/wiki/Hydrocodone

Mr. Sandman, bring me a dream
(Bung, bung, bung, bung)
Make him the cutest that I’ve ever seen
(Bung, bung, bung, bung)
Give him two lips like roses and clover
(
Bung, bung, bung, bung)
Then tell him that his lonesome nights are over.

Sandman, I’m so alone
Don’t have nobody to call my own
Please turn on your magic beam
Mr. Sandman, bring me a dream.