Zadorine e la rosa elettrica*
Si tratta di una giornata abbastanza pulita.
Non sono certo un tipo di essere umano con facoltà speciali in grado di misurare il tasso di inquinamento nell’atmosfera, è solo una considerazione.
Dalla tromba delle scale uscì in fretta la gente che si sarebbe riversata in strada per la festa di S. Patrizio.
C’è della Guinness simile ad acqua mescolata a caffé in polvere.
La relazione trimestrale rivelava un lieve peggioramento riferito al tasso di glucosio nel sangue.
Dicevano: – Nulla da allarmarsi- ; io pensavo: - Nulla di cui allarmarsi- o –Nulla di allarmante- e mi rimettevo a leggere.
In quel periodo compravo un paio di volte alla settimana il Giornale. Le pagine erano state accuratamente ridotte al minimo. Il venerdì c’erano due fogli: in tutto otto pagine, facciate se vogliamo essere più precisi. Talvolta a causa del pluralis maiestatis rischiamo di risultare pedissequi(?!). Stampati a rullo, coerentemente al taglio medievale dell’editore. Lo stampatore era una brava persona, un ex pizzaiolo che aveva talento nel suo campo.
Le condizioni di Zadorine – cito testualmente, limitandomi a sostituire i presenti con degli imperfetti: - “Non erano critiche tuttavia non si poteva essere certi che la paziente sarebbe stata in grado di lasciare la struttura a causa… - e a quel punto tutto si perdeva in una foschia molle fatta di assoni interrotti. Pareva che le centrali nervose, pirenofori o corpi cellulari, soffrissero di una carenza di memoria ad accesso casuale, con conseguenze vistose di pop-up. Al fine di supplire al problema, compensandolo se non altro alla buona, cercando di evitare un antiestetico apparire di cose dal nulla, la soluzione era la nebbia.
Da vicino si vede abbastanza bene con la nebbia.
Vedendosi soltanto da vicino con la nebbia si evita il problema di lunghe e noiose descrizioni.
Mi ricordo che io e Lisodorine giravamo spesso per strada verso le cinque di sera e lui era più svelto di me a riconoscere questo o quel posto basandosi solamente sulla forma della luce.
- Non devi cercare di memorizzare troppe cose, finisci col mescolare e confondere quel poco che sei in grado di ricordare-
Lui la luce l’aveva capita e bisognava ammettere che fosse uno sveglio, uno che non si sforzava inutilmente affannandosi più del necessario. Il sistema premia chi riesce a metterlo a punto e se fossi in grado di sintetizzarlo senza ridurre l’insieme, senza fare l’errore del tacchino induttivista, sono convinto riuscirei ad avvicinarmi un po’ a dio. Ho appena ammesso a me stesso di avere detto una stronzata estetizzante.
Il suono della eco paterna risuonava contro le mura decrepite della città vecchia. Ognuno, a seconda del numero dei rintocchi, aveva la misura del proprio senso di colpa.
Entrai in un negozio. Da lontano non ero riuscito a riconoscere a chi appartenesse quella sagoma. Era la bottega del mio insegnate di matematica e sistemi periferici. Lui diceva che con lo stipendio statale si facesse fatica a sopravvivere permettendosi alcuni lussi.
Comprai un paio di grammi di sporco e una busta da cinque di soldatini. Lui sorrise con l’aria corrucciata del professore che si sente in colpa per il quattro che sta per darti all’orale. In fondo sa che è un po’ colpa sua quando le prenderai da tua padre (che colleziona cinture o cinghie: se vogliamo usare il terminale gergale riconosciuto come accostato a quel impiego) dopo aver sentito la eco delle sette. Il cielo, se lo si fosse riuscito a vedere, sarebbe probabilmente stato di un blu pieno e cupo.
Dovevo comprare un chilo di macinato di tacchino per mia madre.
L’uomo stava preparando dei piccoli spiedini di pollo impanati.
- Mi raccomando - dissi
- Doppia impanatura, non bado a spese.
- Non sono per lei.
Lui alzò la testa e notai con stupore, orrore + aggettivi che non riesco a ordinare nel complesso emotivo connesso al fatto la scena. Aveva una certa somiglianza con un dipinto del pittore inglese Pancetta che avevo visto su un testo scolastico. Eravamo in una macelleria, l’uomo che avevo davanti era presumibilmente un macellaio. Il metodo deduttivo è quasi sempre infallibile.
Esattamente di fronte a me la carne malamente ammonticchiata dietro alla teca di vetro del banco frigorifero ricreava l’essere centrale del trittico. Lateralmente, al di sopra della mensola più bassa, un mucchio di fogli da incarto costruivano senza la precisa volontà di farlo, ma con precisione geometrica, l’incredibile essere raffigurato sulla tela di destra.
La figlia, una ragazza, dimenticavo, del macellaio, di circa diciassette\diciotto anni, tutta curva sul pavimento, intenta a da asciugare una macchia di sangue acquoso e condensa, si reggeva con una mano su di uno sgabello di legno scuro e completava il trittico; il suo ruolo era l’essere muto sulla tela di sinistra.
Smisi di sorridere. Domandai educatamente il macinato e l’uomo andò sul retro a prendere del petto di tacchino.
- Le domando scusa ma purtroppo qui e ora l’ho terminato. Se attende un attimo chiedo a mia moglie se per caso le ne è avanzato un po’, sa per noi mormoni ieri era il giorno del ringraziamento.
- Vorrà dire sarà…
- Come preferisce.
Io non amavo le prove di forze ma la ragazza sembrava la classica figlia troppo coccolata, un piccolo bocciolo con un’adorazione quasi preternaturale per il padre.
Appoggiai una banconota di taglio inferiore al necessario sopra la teca protettiva. Quando sollevai il palmo lo schiocco prodotto dalla mia mano sudata che si scollava dalla superficie fredda del vetro fece alzare la ragazza.
Si appoggia con entrambe le mani sulla teca dopo essersi messa in ginocchio sullo sgabello. Il vestito cade male- penso – troppo grande per un corpo così minuto. Lei sorride. Ho la sensazione di dover dire qualcosa, poi cerco di immaginare l’espressione della mia faccia e allora maledico giorno in cui ho smesso di essere bambino.
Corso di Memoria, lezione n° 1 ore 21:45 R.E.
- Molte cose – risponde un tizio seduto due posti dietro di me che sembra lì per fare la spalla del relatore.
- Sicuramente, ma io sto pesando a una cosa in particolare…
Si tratta di una di quelle situazioni che mi fanno incazzare come una iena, allora guardo A., che mi aveva messo in quella situazione.
- Non ne posso più - A. si alza, raccoglie in modo sbrigativo e incoerente tutte le sue cose ed esce dalla stanza.
- Lei non è qui solo per la carne.
- Credo di essermi sbagliato allora.
- Sua moglie sta male?
- E’ una ragazza ma è malata.
– Non ha diciotto anni come me.
- E’ di quattro anni più vecchia.
- Penso dovrebbe accettare di buon grado la morte.
- …
- Posso regalarle una rosa?
- Non avrei dovuto fare un passo avanti, ormai devo prenderla se non voglio fare la figura del nano urlatore o del cafone.
- Non è necessario tenerla in acqua.
Sull’asfalto c’erano i resti della festa, pare fosse andata avanti fino a pomeriggio inoltrato.
La misura dell’autodistruzione di massa si ottien attraverso il calcolo (storico) della progressione non algebrica del livello di umanità di qualsiasi individuo in cui il livello culturale ne diventa l’esponente (non morale per quanto sia discutibile anche questo ultimo punto).
Il padre macellaio se ne uscì con una da torero.
Entrò e appoggiò una testa di toro sollevandola per le corna.
-Gliela regalo.
Vidi gli occhi della ragazza fissi su di me come se si aspettasse un rifiuto.
Non potevo rifiutare un regalo, così accettai.
Conteneva il macinato.
In realtà si trattava di una scatola che aveva solo la forma di testa di toro o forse (non posso affermarlo con sicurezza) era semplicemente una comune scatola rettangolare di legno. Dentro c’era un barattolo pieno per tre quarti di macinato di tacchino.
Io ci misi dentro la rosa.
Le urla di mio padre rimbalzavano da muro a muro. Diceva di farlo al solo scopo di poter comprendere a orecchio le variazioni di conducibilità del suono nei metalli e le interferenze nella eco. Mia madre piangeva al piano di sopra.
Non so se fosse perché pensava che mio padre urlasse perché non la amava più o perché lo stipendio era troppo basso.
Io svuotai un piccolo barattolo di capperi e ci misi dentro la rosa dopo averlo riempito per metà di acqua del rubinetto. Iniziai a ripensare alla figlia del macellaio. Mi sdraiai sul letto e immaginai il suo piccolo sedere con le mutandine incastrate in mezzo e i peletti biondi che riesci a vedere solo in controluce.
Zadorine aveva un sedere sodo e grande, completamente glabro ma riconsiderando la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti probabilmente l’assenza di moto l’aveva reso flaccido.
La macchina con la linea verde zig-zagata sincopava i suoi respiri, il vecchio nel letto di fianco alzava la percentuale di sopravvivenza all’interno della mia personale statistica ossessivo –fatalista che utilizzava i pazienti del reparto come campione, mi aiutava semplicemente a sperare.
I vigili del fuoco per motivi precauzionali svuotarono l’edificio svitando i perni di ogni porta per favorire l’evacuazione.
La nebbia avvolgeva il letto di Zadorine.
Io avevo sete.
Io ho sete.
Devo assolutamente farmi una birra. Spingo il letto giù, lungo la strada dopo aver legato l’elettrocardiogramma ad una sponda del letto.
Usai il tubo di una flebo che avevo trovato durante la fuga.
Lascio il letto di fronte al bar, sotto un vecchio salice perimetrale. Un grosso salice piangente mezzo morto.
Mi sedetti dietro al bancone,
la porta d’ingresso si chiuse lentamente, spingendo l’aria fuori e dentro.
Ho rimboccato le coperte a Zadorine anche se è Estate.
Fuori comunque c’era la nebbia che si appoggiava come uno strale gelatinoso su tutto.
Quella piccoletta della figlia del macellaio mi si sedette di fianco appollaiandosi sullo sgabello.
-Sediamoci a un tavolo, qui sto scomoda-
Mi siedo e lei mi spinge all’interno sulla panca di legno di abete levigato, ricoperto da una resina protettiva trasparente con segni e graffi. Mi spinse dentro col sedere.
(Elenco, non dialogo - per quasi ovvie ragioni)
-
Cosa ci fai qui? –
-
Ho visto il letto fuori –
-
Io la amo ancora –
-
Ho riconosciuto la sagoma dopo che ho saputo dell’evacuazione-
-
Ora posso solo amarla –
-
Vorrei una weiss media con mezza fetta di limone-
E’ la voce ansiosa di chi fa una domanda con lo scopo di attirare l’attenzione su di se e lo fa con l’acerba ingenuità di chi non sa ancora quanto il mondo disprezzi chi prova delle emozioni per così poco. Questo pensiero esce da una cassa Polkaudio appoggiata su una mensola dietro al bancone. Nessuno ci fa caso; è incredibile quanto sia involuto il controllo razionale sull’udito nei non-musicisti.
Sollevo la testa che avevo appoggiato a peso morto sul palmo. Articolo il polso che è ancora indolenzito.
Bevvi otto pinte di sidro e un paio di Guinness. Sul tavolo c’era il bicchiere ancora pieno di uno shot alla fragola che mi aveva offerto lei. Appoggiai la testa contro il muro. Mi fece una sega sotto il tavolo. Durò poco. Uscii barcollando.
Non scrissi niente perché ero troppo ubriaco.
La mattina dopo mi svegliai domandandomi se il precedente (o seguente) dialogo fosse il frutto della mia immaginazione. Forse era un sogno o un dialogo da sbornia.
Lei, dopo essersi asciugata la mano, mi disse di essersi innamorata di me e altre cose connesse che potrei definire patetiche – inesperte – retoriche – ingenue – false – egoistiche – involontariamente comiche.
Davanti allo specchio con lo spazzolino ficcato in bocca mi ricordo di Zadorine.
Flashback n° unico
( ore 23:45 - ore 2: 37)
Eravamo nella corsia del reparto di medicina metabolica e io tastavo il corrimano di plastica smaltata color verde dentifricio. Il padre di Zadorine venne da me e mi strinse la spalla con la sua manona da Charles Bronson alla ricerca di un disperato contatto fisico. Io non risposi alla richiesta, pensavo al litigio tra me e Zadorine. Come scelta, a mio avviso, era forse vigliacca ma non anti-umana.
Il medico di guardia era una donna grassa con un paio di occhiali senza montatura che non sembrava proprio un medico. Sembrava un insegnante di liceo di una qualche materia secondaria.
- Borbotto questo signori miei, lo borbotto piuttosto che dirlo ai fini della narrazione, per evitare la trappola della simmetria e della ripetizione all’interno di uno scambio di battute serrate e dolorose…
Io prestai attenzione, scesi le scale sapendo che non avrei più toccato Zadorine.
Flashback n° 2 ( ore 2:46)
- Diventeremo vecchi insieme.
- Non saprei, suona un po’ come già sentito.
- …
- Non devi piangere se no mi obblighi a mentire.
Spinsi il carrello fuori dalla macelleria, era pieno di spalle si agnello.
– Dovresti dimenticarla , ormai è come un pezzo di carne attaccato a una presa della corrente.
Allora pensai che ogni spasmo muscolare era controllato dalla macchina.
Allora mi sentii come se fossi stato tradito.
Come se il mio egoismo fosse stato accoltellato, pensai che ogni muscolo si contraeva mentre la spina percorreva la città fino alla macelleria, dietro al banco frigorifero.
Che quando lo faceva, cioè quando contraeva un muscolo, prima dell’incidente intendo, era anche grazie a me o a se stessa, cioè grazie alla sua capacità di emozionarsi; o grazie al padre, se consideri anche le contrazioni o spasmi o movimenti muscolari negativi.
Abbandonai il carrello in mezzo alla nebbia, in mezzo alla strada, mi girai per vedere quel punto rosso diventare un puntino inghiottito dalla nebbia.
La figlia del macellaio apparve seduta sugli scalini.
(fu la penultima volta che la vidi)
- Pensa che ho scritto un diario e ci sei anche tu dopo un sacco di altre pagine con altri ragazzi, di quelli che fanno casino e vogliono fottere perché sai, anche se fanno gli uomini, se ne vengono appena glielo accarezzi; e ho fatto un vestito ma mio padre l’ha fatto a pezzi. Poi mentre stavo mettendo a posto delle cose in macelleria un tizio mi ha detto che sono una spostata; è tutto scritto lì tranne della rosa…
- E’ dentro un barattolo pieno d’acqua.
- L’hai tenuta.
- Sì.
- Sai che ho visto La rosa purpurea del Cairo, era una copia pirata e poi ho letto un racconto di Virginia Woolf…dovresti guardare in fondo allo stelo; mi è venuto da ridere durante il promo contro la pirateria.
Due infermieri avevano dovuto assentarsi dall’ospedale, camuffarsi da renne e andare a recuperare il letto di Zadorine nel bosco. Lo avevo dimenticato sotto il salice.
Fu quello che mi disse suo padre, quando lo incontrai nella hall dell’ospedale, di fronte al distributore di fisces da gioco. La stanza era stata venduta per un trenta per cento ad una piccola multinazionale di indiani che avevano vinto l’appalto. Erano riusciti a trasformare il reparto di geriatria in un casinò per i famigliari dei pazienti…
- Magari vinco qualche giorno per Zadorine.
- Magari…sarebbe bello.
Ascoltavo Wall of Sacrifice quando vidi la figlia del macellaio per l’ultima volta e nel dirlo ora sono stato tentato di non dire – per l’ultima volta – perché credo sposti l’attenzione del lettore dal soggetto al perché.
Dalla nebbia uscivano fuori negozi e luci, cassonetti e cespugli, siepi e marciapiedi ma le persone, quelle invece comparivano come spiriti, come caratteristi di un film. Sono quei personaggi che riconosci come famigliari ogni volta che li vedi ma non riesci ad attribuire alla faccia un nome e che trovi solo aprendo un dizionario del cinema. A volte non li trovi perchè succede che ti soffermi su una pagina a caso notando lo strano titolo di un film di cui non hai mai sentito parlare. Quel genere di caratteristi ha nomi semplici e americani: se avessero un nome strano loavresti notato tra i titoli di coda e ora lo ricorderesti.
-Non suona un po’ artificioso?
- Dal dimenticatoio.
- Da cosa?
- Dal dimenticatoio, è come il cesto della roba sporca
- La ami ancora?
- Sta morendo e non posso fare niente, posso solo amarla.
- Scoperesti con me o pensi che sarebbe ancora un tradimento –
- Ho una domanda da farti.
- Dimmi.
- Perché la rosa non appassisce? –
- Dipende da Zadorine, dalla sua volontà di aggrapparsi alla vita.
A casa mi sedetti di fronte alla rosa.
Nel barattolo di capperi pieno d’acqua per un terzo.
Ero salito su per le scale più piano del solito tastando la moquette con la punta delle dita dei piedi gradino per gradino, il cuore di mio nonno vibrava esausto e tossicchiante, attaccato in presa diretta alla bocca, un’ellisse nera e curva, copriva con la cadenza di un metronomo il rumore dei singhiozzi che non riuscivo a trattenere.
Avrei saputo solo dopo cosa stava succedendo in quel momento.
Il padre di Zadorine la amava e quando staccò la spina del respiratore artificiale che la teneva in vita iniziò a volerle bene. Il padre di Zadorine sparì nella nebbia e anche io mi dimenticai di lui.
Io mi ero messo la rosa in tasca.
Allora tenevo la rosa in tasca.
Avevo preso in mano il barattolo, lo avevo svuotato nel lavandino, l’avevo fatto con una calma quasi rituale. Mi ero lavato i denti e avevo fatto i risciacqui con il collutorio. Ero tornato in camera.
Seduto sul bordo del letto, poi di nuovo sulla sedia con le mani sulla scrivania. La finestra era aperta per metà, si sentiva il fruscio dell’aria umida. Mi passai la rosa da una mano all’altra e mi ricordai di tutte le cose che la figlia del macellaio mi aveva detto l’ultima volta che l’avevo vista.
Presi il gambo tra due dita e lasciai che il peso del bulbo ancora semichiuso facesse cadere la rosa a testa in giù sfiorando la superficie appiccicosa della scrivania. Mi rivenne in mente la figlia del macellaio. Lei aveva bisogno di me più di quanto lo avessero i miei ricordi.
In fondo allo stelo, giù, scivolando tra i segni delle spine che erano state accuratamente staccate una ad una vidi una piccola escrescenza circolare simile ad un bottone, un piccolo cilindro dello stesso colore del gambo.
Fuori la nebbia lasciava che qualche fagiolo di luce passasse qua e là dando alla stanza un aspetto fiabesco.
I petali della rosa elettrica riposavano intonsi, sparsi qua e là come tante piccole mosche, intrappolati sulla superficie appiccicosa della scrivania.
* Per una corretta fruizione emozionale del testo, si comprenda che refusi, errori di punteggiatura e prosa (cioè il fatto che sia scritto alla cazzo* da molti punti di vista) sono parte integrante del testo.
* Forse questo sarebbe dovuto rimanere implicito e adesso è evidente che è una giustificazione.*
* Sì, lo è.*
*Ma non necessariamente.